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La storia di Adama è ormai nota: arrivata in Italia da irregolare, ha raccontato di essere stata tenuta sotto scacco e sottoposta a violenze e sopraffazioni dall’uomo che le aveva trovato una casa ed era divenuto poi il suo compagno. Lo stesso uomo che da ‘salvatore’ si era trasformato in aguzzino trattenendole una parte dello stipendio e picchiandola con il ricatto di denunciarla alla polizia se lei si fosse ribellata. Il 26 agosto Adama trova il coraggio di rivolgersi ai Carabinieri, a cui denuncia di essere stata stuprata e ferita al collo con un coltello dal compagno. Le forze dell’ordine però, poiché la donna è priva di documenti, decidono di potarla al Cie di Bologna. La richiesta di ricevere la visita di un medico, presentata l’11 di settembre, viene accordata dalla Prefettura solo il 26 ottobre. Il medico di parte, in quell’occasione, constata lo stato di debilitazione fisica e psicologica della donna. “Noi non siamo mai riusciti a incontrare Adama –spiega oggi Paola Rudan del collettivo Migranda – ma sappiamo che non parla bene né l’italiano né il francese e per questo si trova in una condizione di isolamento. Sappiamo che è provata dai mesi di permanenza all’interno del Cie, dove non deve più rimanere”.

“Stiamo pensando a un percorso di protezione che porti Adama in un luogo sicuro e segreto: ora la priorità è la sua liberazione”. Lo afferma Paola Rudan del collettivo Migranda, che insieme all’associazione Trama di Terre ha lanciato nei giorni scorsi un appello per la liberazione della donna senegalese rinchiusa nel Cie di Bologna dopo aver denunciato uno stupro. In pochi giorni, l’appello ha raccolto più di 600 firme “e le adesioni continuano ad arrivare – dice Rudan – si tratta di istituzioni, associazioni, collettivi e anche di singoli cittadini”.

Sta invece “aspettando la decisione della Questura” l’avvocato di Adama, Andrea Ronchi, che ha depositato oggi una richiesta di permesso di soggiorno straordinario per motivi umanitari: non ci sono criteri di tempo per la risposta da parte delle istituzioni, ma l’avvocato lascia intendere che la decisione potrebbe arrivare già nel giro di qualche ora. Nei giorni scorsi anche il neo ministro dell’Interno, l’ex commissario prefettizio di Bologna Anna Maria Cancellieri, ha dichiarato di volere far luce sui fatti. Il sindaco del capoluogo emiliano Virginio Merola ha chiesto pubblicamente la scarcerazione di Adama, definendo “una vergogna” l’intera vicenda.


Testo dell'appello:

Adama è una donna e una migrante. Mentre scriviamo, Adama è rinchiusa nel CIE di Bologna. È rinchiusa in via Mattei dal 26 agosto, quando ha chiamato i carabinieri di Forlì dopo essere stata derubata, picchiata, stuprata e ferita alla gola con un coltello dal suo ex-compagno. Le istituzioni hanno risposto alla sua richiesta di aiuto con la detenzione amministrativa riservata ai migranti che non hanno un regolare permesso di soggiorno. La sua storia non ha avuto alcuna importanza per loro. La sua storia – che racconta di una doppia violenza subita come donna e come migrante – ha molta importanza per noi.

Secondo la legge Bossi-Fini Adama è arrivata in Italia illegalmente. Per noi è arrivata in Italia coraggiosamente, per dare ai propri figli rimasti in Senegal una vita più dignitosa. Ha trovato lavoro e una casa tramite lo stesso uomo che prima l’ha aiutata e protetta, diventando il suo compagno, e si è poi trasformato in un aguzzino. Un uomo abile a usare la legge Bossi-Fini come ricatto. Per quattro anni, quest’uomo ha minacciato Adama di denunciarla e farla espellere dal paese se lei non avesse accettato ogni suo arbitrio. Per quattro anni l’ha derubata di parte del suo salario, usando la clandestinità di Adama come arma in suo potere.

Quando Adama ha dovuto rivolgersi alle forze dell’ordine, l’unica risposta è stata la detenzione nel buco nero di un centro di identificazione e di espulsione nel quale potrebbe restare ancora per mesi. L’avvocato di Adama ha presentato il 16 settembre una richiesta di entrare nel CIE accompagnato da medici e da un interprete, affinché le sue condizioni di salute fossero accertate e la sua denuncia per la violenza subita fosse raccolta. La Prefettura di Bologna ha autorizzato l’ingresso dei medici e dell’interprete il 25 ottobre. È trascorso più di un mese prima che Adama potesse finalmente denunciare il suo aggressore, e non sappiamo quanto tempo occorrerà perché possa riottenere la libertà.

Sappiamo però che ogni giorno è un giorno di troppo. Sappiamo che la violenza che Adama ha subito, come donna e come migrante, riguarda tutte le donne e non è perciò possibile lasciar trascorrere un momento di più. Il CIE è solo l’espressione più feroce e violenta di una legge, la Bossi-Fini, che impone il silenzio e che trasforma donne coraggiose in vittime impotenti.

Noi non possiamo tacere mentre Adama sta portando avanti questa battaglia. Per questo facciamo appello a tutti i collettivi, le associazioni, le istituzioni, affinché chiedano la sua immediata liberazione dal CIE e la concessione di un permesso di soggiorno che le consenta di riprendere in mano la propria vita.


Firma la petizione:

Per aderire all'appello lanciato da Migranda inviate una mail a:

migranda2011@gmail.com

con oggetto “Liberate Adama” ed indicando il proprio nome e cognome, oltre ad eventuali commenti, nel testo della stessa.

 

 

 


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