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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ez 2,2-5)

Dio sceglie e invia al suo popolo il profeta Ezechiele. Lo stesso afferma “In quei giorni, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltavo colui che mi parlava”. Lo stare in piedi è segnale di rispetto, di prontezza e disponibilità. L’ascoltare è il primo atteggiamento del discepolo e del profeta in particolare, poiché lo specifico della missione è trasmettere la volontà di chi lo ha inviato.

Il Signore disse: “Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me”. Poiché il profeta appartiene al popolo eletto, è inviato in nome di colui dal quale essi si allontanarono in modo cosciente e determinato. La loro rivolta e ribellione al Signore – ai termini dell’Alleanza contratta dai padri – mette in luce l’ambiente ostile, la forte tensione e opposizione che, sicuramente, incontrerà nella sua missione.

Non è una prospettiva attraente né preannunzia risultati gratificanti. A peggiorare le cose, Dio mette in risalto che tali attitudini vengono da lontano, lasciando poco spazio a qualsiasi speranza di successo: “Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me” e li qualifica come “figli testardi e dal cuore indurito”.

Sorge spontaneo chiedere il perché e il motivo per cui Dio, con insistenza e tenacia persegue un obiettivo per il quale il popolo non manifesta la minima disposizione, sebbene quest’ultimo avesse stipulato il patto dell’Alleanza che avrebbe dovuto onorare.

la risposta sta nel fatto che, con l’Alleanza, Dio ha stabilito il patto di amore incondizionato con il suo popolo. Con essa si è impegnato a stare al suo fianco ed a camminare con lui, conducendolo nella terra promessa – per volontà di Dio stesso – come popolo libero dal peccato e dal male e rispettoso della giustizia e del diritto.

Tutto ciò in quanto il sincero amore ha come obiettivo il bene e la pienezza di vita dell’amato, ed esige presenza, attenzione e accompagnamento affinché il cammino intrapreso e scelto dia i risultati sperati. Il successo in tal senso non è solo per il bene del popolo stesso, ma condizione essenziale perché esso diventi luce, modello e riferimento per tutti i popoli della terra, giacché Dio è Signore e Padre della creazione. Pertanto, la fedeltà di Dio è parte costitutiva della propria identità. Venirne meno è un suicidio.

Il progetto di Dio è stabilire un rapporto simbiotico con la sua creazione, con l’opera delle sue mani, in modo che essa, nel raggiungimento della pienezza di vita, si divinizzi nel processo di crescente umanizzazione e, dall’altro lato, Dio cresca nella sua divinità, per quello che gli compete, con la sua partecipazione e impegno verso l’umanità e la creazione.

Si tratta della grande sinfonia dell’amore, della gioia, dell’armonia dell’universo che, a diverso livello e in sintonia con la propria natura – l’uomo perché umano e Dio perché divino – costituisce il processo di crescita di vita in abbondanza, entrando come in una spirale che si espande senza mai fine.

Nonostante tutto, Dio sa che il suo progetto non sarà accettato e la fiducia nella sua mediazione verrà meno. Le autorità del popolo vorrebbero raggiungere la stessa meta, ma secondo i propri criteri, e con un cammino diverso da quello indicato da Dio, malgrado i rovesci e le esperienze del passato.

Pertanto, Dio avverte il profeta che incontrerà resistenza e rifiuto. Ciò nonostante, dovrà svolgere pienamente la sua missione: “Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli -, sapranno che un profeta si trova in mezzo a loro”.

Per l’atteggiamento di rifiuto le autorità e il popolo vedranno svanire i loro sogni e progetti. Sarà un’esperienza di delusione, smarrimento e sofferenza. Ebbene, l’insistenza e la caparbietà di Dio nell’inviare il profeta, pur sapendo che non ascolteranno, servono a far loro percepire che la presenza e la preoccupazione di Dio, nei loro riguardi, non è mai venuta meno.

La memoria costituirà l’opportunità per comprendere l’amore e la fedeltà di Dio alla sua promessa, per intraprendere un cammino di conversione, di ritorno al compimento di quell’Alleanza alla quale il profeta, insistentemente, li ha chiamati in nome di Dio.

Il profeta cosciente di tutto ciò, per svolgere correttamente e fino in fondo la propria missione, deve premunirsi in modo conveniente dal punto di vista psicologico e morale. Sapendo ciò che lo aspetta, deve porre fermamente la sua fiducia nel Signore, per trovare la serenità, l’equilibrio ed il senso del proprio agire nella fedeltà alla missione confidatagli.

E’ pure importante che abbia coscienza e accettazione dei propri limiti e debolezze, come Paolo manifesta nella seconda lettura.


2a lettura (2Cor 12,7-10)

Dal punto di vista umano, Paolo avrebbe di che vantarsi per la straordinaria grandezza delle rivelazioni di cui è stato fatto partecipe, per grazia di Dio. La sua conversione, la sua vita, l’impeto missionario e l’audacia evangelizzatrice sono un’ampia testimonianza della loro efficacia.

Percepisce il pericolo di essere dominato della superbia. E’ più che normale quando una persona è cosciente della straordinarietà del dono, in virtù del quale è inviato per trasmetterlo agli altri e coinvolgerli negli stessi effetti da lui già sperimentati, ossia nella crescita di loro stessi e dell’umanità intera. Sa di essere un elemento importante di un movimento che gli può montare la testa.

D’altro lato, prendendo atto del disagio derivante da un difetto, vizio, lacuna o altro, non si sa bene cosa sia concretamente – come una spina nella carne, dolorosa e particolarmente fastidiosa -, che non riesce né a superare né sconfiggere, considera tale situazione e condizione personale come prodotto di “un inviato da Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia”.

Il pericolo di esaltarsi fuori misura è proprio dei convertiti che, come Paolo, passano da un estremo all’altro, nel suo caso da persecutore ad apostolo. Perciò la spina nella carne è particolarmente umiliante in coloro che, convertiti, aspirino a una perfezione che, magari inconsciamente, vorrebbe riparare e riscattare gli errori del passato.

Ecco allora l’insistente richiesta: “A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me”. Si trattava di qualcosa in netto contrasto, e pertanto inaccettabile, con la sua nuova identità e condizione di apostolo. Nella lettera ai Romani ritorna sullo stesso tema con altre parole: “non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (…) Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? (7,19.24).

Anche la risposta del Signore è sempre la stessa “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Perciò, da un lato Paolo sperimenta la straordinaria grandezza delle rivelazioni e dall’altro la spina della debolezza e dell’umiliazione, un contrasto illuminante rispetto alla condizione umana coinvolta nella grazia di Dio.

Cosicché la singolare ed espressiva esperienza di conversione, familiarità e intimità con Cristo, dalla quale decorre la forza, il coraggio, l’audacia e il dinamismo ben noto, non rende Paolo vittorioso su ogni tentazione a livello di comportamento etico.

Non dubiterà della grazia in sé, costante dono di Dio ed efficace nel suo essere profondo e nella persona; avrebbe desiderato possedere condizione e forza per vincere, una volta per sempre, il comportamento chiaramente contraddittorio con il dono ricevuto.

Ciò contraddice il pensiero di chi ritiene colui che ha ricevuto il dono, come sicuramente immune dal cadere nella tentazione e, pertanto, si aspetta un comportamento costantemente irreprensibile. Ciò non vuol dire che debba soccombere inevitabilmente, ma semplicemente che la grazia è e resta un dono, non un’immunità a tutta prova.

Il destinatario non diventa proprietario di essa, in modo che possa disporne a suo piacimento, ma in ogni momento e circostanza potrà contare su di essa, nel senso che per la fede accoglierà il dono e i suoi effetti. Se non fosse così, si perderebbe la caratteristica del dono.

L’intelligenza di Paolo gli permette di non cadere nello scoraggiamento e nella delusione; al contrario gli consente di trarre una conclusione positiva per la quale, la stessa fragilità e debolezza, fa risaltare la grandezza del dono e la grande generosità di Dio.

Così la vittoria sulla tentazione, o l’esperienza del perdono in caso della caduta, manifesta l’amore, la pazienza e la misericordia di Dio; così come viene manifestata dalla forza di Paolo nel vincere la tentazione, nel riprendere il cammino, e la consistenza della fede nel credere nell’efficacia del dono, oltre ogni criterio umano.

E’ questo amore che sostiene e manifesta Gesù nella sua città natale.


Vangelo (Mc 6,1-6)

Gesù giunge nel suo paese, dove è cresciuto: “Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono”. Tutto era familiare, ovviamente; i discepoli, accompagnandolo, capiranno i risvolti di chi predica alla propria gente, nel paese dove è ben conosciuto.

“Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga” :il culto sabbatico fa parte del normale evento di cui nessun fedele poteva esimersi, così come essere chiamato a leggere e commentare la scrittura, soprattutto se ritenuto un competente e un maestro.

“E molti, ascoltando, rimanevano stupiti”: La fama di Gesù si era sparsa in tutta la regione e gli abitanti costatarono il perché. Con lo stile che gli è proprio, Gesù avrà parlato con autorità rispetto alla legge e la sua interpretazione, scardinando acquisizioni consolidate nel tempo.

Allo stupore seguono le inevitabili e ovvie domande: “Da dove vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?”. D’altro lato conoscevano benissimo chi era, e questo secondo aspetto prevalse sul primo e lo ritennero non affidabile e lo sconcerto deve essere stato grande; infatti, “era per loro motivo di scandalo”.

L’evangelista non riferisce la risposta di Gesù o le sue argomentazioni in merito al loro scandalizzarsi, per far meglio comprendere e giustificare il senso e il perché delle sue parole e del suo agire. Semplicemente registra il commento: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”.

Sorge una domanda: perché Gesù non ha risposto ai loro dubbi, alle loro perplessità, anche e soprattutto in considerazione del lungo tempo trascorso con loro prima di intraprendere la missione, e ha lasciato semplicemente che lo sconcerto, seguito dallo scandalo, prevalesse in loro?

A questo punto non è facile capire come Gesù “si meraviglia della loro incredulità”, dopo non aver dato nessuna soddisfazione alle loro perplessità. E’ come se la loro fede dovesse affluire come ovvia, spontanea, sulla base del suo intervento e testimonianza nella sinagoga. Che cosa può aver legittimato questo comportamento e pretesa di Gesù? Forse il vissuto e il comportamento etico quando stava con loro? La forza espositiva e argomentativa della sua predicazione e la fama dei miracoli? La manifestazione della singolare personalità, giacché insegnava con autorità – come chi sa bene quello che dice, dove vuole arrivare e cosa pretende raggiungere – e non come i maestri della legge? Non c’è risposta.

Il risultato è che Gesù “lì non poteva compiere nessun prodigio”. Questo indica che la realizzazione del miracolo esige la mutua fiducia fra Gesù e l’interlocutore: la parola è accolta come evento di trasformazione e, allo stesso tempo, Gesù rende efficace ciò che essa significa. E’ quello che successe nella donna del vangelo di domenica scorsa, alla quale Gesù disse “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male” (Mc 5,34.)

Perciò la fede, o si pone come una sorta di illuminazione, con impatto nel profondo della persona, in virtù della quale essa si lascia trasformare e si coinvolge in un rapporto nuovo e singolare con il Signore, o resta fuori, prende le distanze, come il caso dei compaesani di Gesù.

Tuttavia Gesù non è particolarmente sorpreso e, meno ancora, demotivato nel continuare la missione: “Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando”. Arrivò per insegnare, e dopo la risposta negativa della sua gente, continua insegnando in altri luoghi.

 

 

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