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di Sergio Tanzarella e Rita Giaretta

La Comunità Rut delle suore orsoline del Sacro Cuore di Maria è sorta a Caserta il 2 ottobre 1995. Nel 1997, dopo un tempo di osservazione e di ascolto del territorio, la Comunità ha dato vita a Casa Rut, uno spazio di accoglienza per donne migranti, sole o con figli, in gravi situazioni di difficoltà o vittime di sfruttamento. Nell’appartamento dove vivono, gli orari programmati e protettivi di molte comunità religiose appaiono stravolti dalla vita che bussa alla porta di continuo, e spesso – senza nemmeno bussare o annunciarsi – si presenta con un carico di sofferenze, di violenze e di disperazione. I corridoi silenziosi dove la vita religiosa rischia sempre di contemplare appagata se stessa, qui sono attraversati dai pianti, dalle risa e dalle corse di bambini e bambine; le lingue si sovrappongono senza però produrre una nuova Babele, perché il linguaggio dell’amore, gratuito e incarnato, sembra superare l’ostacolo delle incomprensioni. La “guida” di Casa Rut è suor Rita Giaretta.

La schiavitù e la tratta delle donne esistono ancora. Puoi spiegarne i meccanismi?

Ho avuto la possibilità di visitare alcuni dei Paesi da dove provengono tante giovani, quali la Nigeria, la Moldavia, la Romania, l’Albania e mi sono fatta alcune convinzioni. Le giovani partono lasciando una terra, spesso per loro matrigna, dove la grande miseria e l’elevata corruzione si intrecciano creando sofferenze, ingiustizie e oppressioni insopportabili. In quei Paesi la donna soffre e molto. Questo è il motivo primario del perché queste donne e queste madri partono. Una partenza accompagnata e sostenuta da un sogno: migliorare le condizioni di vita per sé e per la propria famiglia. Ma c’è chi, purtroppo, approfitta del bisogno e della vulnerabilità di queste persone riducendole a merce per fare denaro. C’è una criminalità transnazionale così ben organizzata e ben distribuita che sa fare rete tra Paesi di origine, transito e arrivo. Questo insegna che anche noi dobbiamo saper creare e fare rete tra Paesi, istituzioni, associazioni, Chiese, congregazioni religiose, società civile per contrastare con forza e competenza la rete criminale.

Le ragazze, in particolare nigeriane, attraversano il deserto e il mare. Una volta arrivate in Italia, gli aguzzini sono pronti a prenderle. Da quel momento sono già delle schiave. Vengono costrette con la violenza, con le minacce e con forme di coercizione psicologica, a lavorare in strada. Devono pagare ai propri sfruttatori un debito che va dai 60 agli 80mila euro, che spesso contraggono già nel loro Paese. Ma in quel momento le ragazze non sanno il valore del denaro, pensano che, una volta arrivate in Italia, sia facile liberarsi da quel debito perché qui, nel nostro Paese, ci sono tanti soldi. Spesso, prima di partire, le giovani, a volte ancora bambine, sono sottoposte al rito woodoo, un rito dove si mescola religiosità e magia. All’interno del rito si fa un patto, un giuramento. Alla giovane viene detto: «Se non risarcisci il debito e tenti di scappare, tu morirai. Questa forza che ora ti abita dentro può trasformarsi in forza del male in grado di distruggere la tua vita, se tu tradisci e rompi il patto». Questo rito, a causa anche dell’ignoranza, tiene le ragazze in una forma di schiavitù psicologica che le incatena ai propri sfruttatori. Per tale motivo non c’è bisogno che le ragazze siano controllate a vista. Chi le sfrutta può stare comodamente a casa mentre la “vittima” è sul posto di lavoro. Al ritorno dal lavoro la giovane deve consegnare alla sua aguzzina tutto il denaro guadagnato, vendendo il proprio corpo. Oltre al debito le ragazze devono pagare, ogni mese, l’affitto della casa, 200 euro, le bollette (luce, acqua) e il cibo, altri 200 euro. Anche il posto dove lavorano ha un prezzo, quel metro di marciapiede costa 400/500 euro al mese che deve essere pagato alla camorra. Diventa quasi impossibile risarcire quel debito che pesa in maniera drammatica sulla vita delle ragazze.

Tante ragazze, facendo quel lavoro, sono morte: uccise con violenza o dopo aver contratto brutte malattie. Molte vengono fermate dalla polizia e poi portate nei Cie (Centri di identificazione ed espulsione). Quindi vengono imbarcate sugli aerei che le riportano al loro Paese. Una volta scese dall’aereo ad attenderle non sono i familiari, ma nuovamente gli sfruttatori che le riprendono obbligandole, con minacce e violenze, a riaffrontare il viaggio “verso l’inferno”.

Molto spesso sono le forze dell’ordine che portano queste ragazze a Casa Rut, ma anche il cliente che si è invaghito della giovane o operatori di associazioni che lavorano con le unità di strada. Ultimamente anche le stesse ragazze, che sono riuscite a liberarsi da questo giogo disumano, sono diventate delle valide portavoci: «Se tu vuoi c’è un posto dove puoi trovare accoglienza, ma devi essere forte». Ma moltissime ragazze sono ancora sulle strade e in condizioni di schiavitù. Le ragazze africane, le ultime tra le ultime, continuano questa vita sulla strada. Pure quelle dell’Est sono sulla strada, ma molte di loro ormai esercitano nelle case chiuse, negli appartamenti e nei locali notturni. Il prezzo di una prestazione, per una ragazza di colore, si aggira sui 10-15 euro. Mentre per la ragazza dell’Est il prezzo sale. Anche sulla strada, luogo dell’infamia, c’è chi vale meno. Forse è anche per questo che abbiamo la casa piena di ragazze africane, perché veramente sono considerate e trattate come ultime tra le ultime.

Ma la condizione della schiavitù non è un cataclisma naturale, dietro di essa vi è un preciso interesse economico e una richiesta di uomini-clienti. Questo non mi dà pace. Chi va a cercare sesso a pagamento deve sentirsi responsabile di questa nuova forma di schiavitù. Si farebbe presto a debellare questa piaga semplicemente eliminando la domanda. Ci vorrebbe uno scatto culturale da parte del maschio. Su questo vorrei che anche la Chiesa scendesse di più in campo e alzasse con più forza e coraggio la sua voce, dicendo: «Basta!», gridando ad ogni uomo, con vigore evangelico: «Non ti è lecito». Perché questa “tratta delle donne” si può fermare. Vorrei dire ad ogni uomo: «Maschio, finisci di usare queste ragazze, finisci di alimentare questo mercato, guarda dentro di te, costruisci relazioni fondate sul rispetto, sul riconoscimento dell’altro, senti che la donna è tua partner, maschio e femmina Dio li creò, in pari dignità e uguaglianza. Non puoi con il denaro, che in quel momento diventa per te simbolo di potere e di dominio, comperare il corpo di una donna, di un essere umano, che potrebbe essere tua figlia, tua sorella. Non puoi comprare con 10-15 euro la felicità tua distruggendo e disprezzando la vita di un’altra persona, di una donna, spesso ancora bambina». Per questo non mi stanco mai di andare a parlare ai giovani, perché credo che bisogna investire molto sull’aspetto culturale, educativo. Dov’è tuo fratello? Ha chiesto Dio a Caino. Dov’è tua sorella? Dove sono le tue sorelle? Chiede Dio anche oggi ad ogni uomo. Domande, queste, davvero impegnative che come un filo rosso attraversano e congiungono tutta la storia. Una storia, la nostra, assetata di dignità.

Le donne, la vita religiosa femminile, i laici: c’è spazio e ruolo per queste realtà oggi nella Chiesa?

La Chiesa ha ancora un volto troppo maschile (e talvolta maschilista) e pertanto fa fatica a mettersi in gioco su queste realtà. Questo volto maschilista manifesta quasi sempre i segni del potere, della forza, dell’apparire. E la Chiesa oggi rischia di dare soprattutto queste immagini di sé. Mentre, in particolare la gerarchia con i suoi carismi e il suo ministero, dovrebbe camminare di più sui sentieri evangelici della gratuità, della tenerezza, dell’accoglienza, della misericordia, oserei dire della “nudità”. Segni apparentemente deboli, questi, ma di una grande forza evangelica. Credo che la Chiesa dovrebbe avere l’umiltà e il coraggio di smascherare le sue tante contraddizioni, anche nei confronti della donna, essere più libera da “sovrastrutture” e da “funzioni” per poter camminare più spedita dentro la storia. Sento quanto sarebbe necessario e urgente, per poter incidere a livello culturale e relazionale, che la Chiesa, al suo interno, assumesse un volto più femminile, potesse essere più “mariana”, più cuore e grembo di donna. Forse, proprio perché donna, sento maggiormente questo disagio. Sono anche convinta che le donne, e in particolare la vita religiosa femminile, in questo momento storico potrebbero osare di più nel “provocare” il cammino della Chiesa ad aprire luoghi e spazi sempre nuovi di partecipazione e di condivisione alle donne, luoghi e spazi da abitare insieme. E questo per dare un volto più pieno e più bello alla comunione e alla dignità di ogni persona.

Note sugli autori: Sergio Tanzarella è docente di Storia della Chiesa presso la Facolta teologica dell’Italia Meridionale (Napoli), Rita Giaretta è suora orsolina. Insieme sono autori di “Osare la speranza. La liberazione viene dal Sud”, da cui è tratta questa intervista.

Fonte: Adista Segni Nuovi n. 27 – 14 Luglio 2012

 

 

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