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di Andrea Braggio

Scritti in greco verso la fine del I secolo d.C., gli Atti degli Apostoli costituiscono la continuazione del Vangelo di Luca e offrono alla nuova comunità cristiana in espansione la testimonianza selettiva degli aspetti più memorabili dei primissimi giorni della Chiesa. Essi rappresentano un ausilio per i credenti che necessitano di essere sostenuti con il ricordo dello spirito missionario degli inizi. Troviamo qui fissati i caratteri della prima comunità assieme a un programma di vita ecclesiale che alimenterà il fervore delle generazioni successive.

Nel libro degli Atti Luca descrive la vita comune dei primi cristiani di Gerusalemme, uniti dalla fede e da un amore vicendevole tale da mettere volontariamente in comune i propri beni: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era in comune» (At 4, 32). L’evangelista offre una sorta di quadro della prima comunità cristiana ispirata da un forte legame interno: «Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno» (At 4, 34-35). Di questo quadro il tratto più sottolineato è la fraternità, che trova esemplificazione nel fatto che non ci devono essere poveri nella comunità cristiana, ma tutto appartiene a tutti. Non si tratta di una rinuncia totale, e tanto meno di una condizione indispensabile per appartenere alla comunità. La comunanza dei beni dei primi cristiani e il mutuo soccorso descritto negli Atti degli Apostoli rivelano l’auspicio che tutti si sentano in dovere di adempiere al reciproco sostentamento e che fra loro non vi sia nessun indigente: «Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2, 44-45).

La comunità primitiva di Gerusalemme si accresce nel tempo («Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati») e diviene con molta probabilità anche un luogo di aiuto per fasce deboli della popolazione quali i bambini, gli anziani e i malati. È facile immaginarsi un albero grande alla cui ombra trovano protezione e “pienezza di vita” tante persone diverse. In un contesto come quello dell’epoca, dominato dalla violenza, dall’ingiustizia e dall’oppressione, dove ognuno deve lottare per sopravvivere, la comunità sceglie e segue la via opposta del dono, della disponibilità, dell’essere per gli altri. In fondo tutto il mondo dei sofferenti e degli emarginati, tutti i «senza potere» erano stati oggetto dell’interesse del Maestro e avevano ricevuto, prima degli altri, il Suo annunzio di liberazione che li aveva restituiti alla piena umanità.

Quel che è certo è che la comunità di Gerusalemme presenta i caratteri di un fenomeno singolare, osservato con curiosità dalla gente del tempo; in tanti vi si accostano nutrendo grandi speranze, anche in seguito agli eventi miracolosi che hanno come protagonisti gli apostoli: «Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne, tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro» (At 5, 12-15).

Luca fa capire che il progetto di fraternità che sta proponendo è un progetto cristiano, anche se sa bene che si tratta di un ideale che tutti gli uomini, pagani ed ebrei, hanno sempre sognato. L’ambiente greco conosceva per esempio gruppi di filosofi pitagorici che nell’Italia meridionale vivevano in fraternità mettendo i propri beni in comune. Platone aveva delineato nella Repubblica un modello di città in cui il «mio» e il «nostro» avrebbero finito con l’avere confini sempre meno distinguibili. E Aristotele osservava che esiste vera amicizia solo là dove le cose diventano comuni. Questo ideale di fraternità non era meno vivo nell’ambiente giudaico, dal momento che la fede ebraica attendeva per il tempo messianico una comunità fraterna in una terra promessa, senza più poveri: «Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi, perché il Signore tuo Dio ti benedirà nel paese che ti darà in eredità» (Dt 15, 4). Il riferimento al Deuteronomio si spiega probabilmente con il fatto che l’evangelista intende presentare la prima comunità cristiana come la chiesa madre in cui si compiono le promesse fatte a Israele, oltre che come esempio per tutte le chiese che trarranno ispirazione da essa.

L’ideale di una profonda e concreta fraternità non è dunque soltanto cristiano: appartiene a tutti i popoli. Appartiene però all’originalità cristiana il fatto che a spingere i “seguaci della Via” a mettere in comune i loro beni non è una mistica della povertà, né un ideale di elevazione per pochi asceti, ma la convinzione di essere tutti figli dello stesso Dio. A questo si aggiunge l’implicita adesione all’insegnamento del Cristo e il riconoscersi Suoi discepoli. Non dimentichiamo che i pasti in comune in ricordo dell’Ultima Cena che gli apostoli hanno condiviso con il Maestro costituiscono un elemento centrale nella vita della comunità. Il rito quotidiano di spezzare il pane insieme, il momento in cui vengono narrate nuovamente le vicende del loro Signore, rappresenta assieme al battesimo dei nuovi adepti ciò che li distingue in modo forte dagli altri Ebrei del tempo. La celebrazione dell’eucaristia in memoria di Cristo e la preghiera comunitaria, l’insegnamento degli apostoli e la comunione e carità fraterna rappresentano le strutture portanti che reggono la comunità (At 2, 42-47). Questa unità di culto e di cuori che diviene poi spontanea comunione di beni è un’esperienza fortemente ancorata alla fede, è l’esito di una risposta alla chiamata di Cristo a credere in Lui. Vivere all’interno di questa comunità significa aver accolto e vissuto la Parola in fede, e aver riconosciuto e risposto all’amore del Padre manifestato nella persona di un Maestro che non aveva proposto una interpretazione della Torah, una dottrina, quanto piuttosto la scelta radicale della propria persona come via per accedere al Padre.

Il centro vitale dell’organizzazione di questa comunità primitiva è dunque il Cristo, inauguratore di un modello di vita incentrato sul servizio al prossimo e sulla pratica della condivisione, il carattere della quale trascende l’umano. Se da una parte essa favorisce una prossimità affettiva e spaziale improntata al sostegno reciproco che avvicina fra loro gli uomini e li tiene uniti nel Suo nome, dall’altra li avvicina a Dio. L’amore rivolto ai fratelli e a Dio non sono infatti due realtà che possono fare a meno l’una dell’altra, esse vanno di pari passo, non sono disgiungibili. La comunione con Dio non può essere vissuta senza un’attenzione reale per la comunità degli uomini. Tenere uniti questi due fattori e farli progredire assieme è possibile solo là dove c’è una forte condivisione vissuta sull’esempio del Cristo, come avviene in questa comunità-madre in cui l’uomo scopre se stesso come essere in relazione. La condivisione è qui disponibilità l’uno all’altro in una reciprocità di dono e di servizio che consente l’unità dei suoi membri, le cui vite sono permeate da Cristo che fa di tutti uno.

Molto spesso si è portati a pensare alla condivisione come a qualcosa di vago o a un bel concetto che trova poco riscontro nei fatti, quando in realtà, oltre a essere molto concreta, esprime un potere che ha una duplice dimensione: orizzontale (coesione fra gli uomini) e verticale (elevazione a Dio).

Per quanto banalizzata dal linguaggio comune, la condivisione è un vero e proprio ponte fra l’uomo e Dio. Il fatto è che essa è talmente semplice e alla portata dell’uomo, che questi nemmeno la degna di considerazione, a maggior ragione in un sistema economico come il nostro che, votato esclusivamente al profitto e alla competitività, fa il possibile per osteggiarla. Non mi stancherò mai di ripetere che la vera crisi oggi risiede in un mondo “adulto” che insiste nel proporre alle generazioni più giovani dei modelli di vita (e un certo modo di intendere l’economia) basati sull’individualismo e l’utilitarismo conclamati come vie di appagamento e di libertà a scapito della comunione basata sulla condivisione, della ricerca del bene comune e del servizio verso chiunque soffre o è in difficoltà.

Sempre più giovani si stanno però rendendo conto che, tollerata da tanti con passiva assuefazione, la cultura dominante non è cultura di pace ma di sopraffazione, che è violenza. Difficilmente gli adulti che l’hanno costruita e che spesso su di essa coltivano i loro interessi economici e politici, che comunque l’accettano, magari come realtà incresciosa inevitabile, la cambieranno. Se non sono i giovani a porsi altri ideali, ad affermare con segni forti e credibili una cultura di non-violenza, di solidarietà e di cooperazione combattendo assieme per una maggiore giustizia sociale, difficilmente saremo in grado di scorgere all’orizzonte un futuro sereno per tutti.

Ma riconsideriamo un attimo la condivisione. Se ci riflettiamo bene, il successo e il perdurare nei secoli di tante forme di vita monastica e di vita religiosa si deve non solo alla capacità che hanno avuto di rispondere alla iniziale richiesta spirituale della società in cui sono nate, ma anche e soprattutto all’essersi conformate nella vita comunitaria a quell’elevato ideale di condivisione trasmesso loro dal Cristo, esemplificato dalla Sua vita e vissuto nel Suo nome.

Oltre ad aver agito da legante o elemento unificatore, la pratica della condivisione ha contribuito a preservarle nel tempo. L’esigenza di povertà di Francesco d’Assisi non si può comprendere per esempio se non in una società che ha appena scoperto l’economia basata sul denaro; è vero però che se lo stile di vita proposto dal santo sopravvive dal tredicesimo secolo, ciò è dovuto anche alla straordinaria forza della condivisione presente all’interno delle comunità francescane che lo hanno fatto proprio. Non dimentichiamo che in esse la pratica della condivisione include un’importante dimensione di servizio e di cura fra coloro che hanno abbracciato lo stesso modello di vita. Ciò si traduce spesso nell’attenzione del singolo a comportarsi in maniera da recare ai compagni il peso più leggero possibile per la cura della sua persona e a fare del suo meglio per il benessere generale della convivenza. Questo modo di essere fratelli che condividono comporta una ridefinizione dei rapporti interpersonali nel senso della solidarietà e l’accettare di vivere il quotidiano come educazione all’essenzialità, nell’uso delle cose e negli affetti.

Lo stesso discorso vale per quelle comunità e gruppi costituiti da laici che si sentono interpellati dal Vangelo a servire il prossimo e a cercare le vie più concrete per dare risposte alle necessità degli uomini di oggi. Sono uomini e donne che decidono di andare controcorrente in un mondo dove l’individualismo esasperato assorbe tante energie e danneggia le risorse di amore e di dono per gli altri. Spesso sono proprio questi uomini e queste donne che durante il servizio si rendono conto che sempre più increduli e sfiduciati dalla vita chiedono ai cristiani non tanto di parlare loro di Dio, ma di farglielo vedere; e la visione di Dio che oggi può risultare più credibile e convincente è quella di comunità e gruppi in cui le persone, grazie alla condivisione, si riscoprono più umane e comprendono che non si può parlare di Dio a chi ha fame senza prima averlo sfamato. Lo sanno bene coloro che ogni giorno dedicano il loro tempo a file sempre più lunghe di persone dal comportamento dignitoso ma visibilmente umiliate dal loro stato d’improvvisa indigenza, che cercano cibo perché non riescono a fare la spesa oltre la terza settimana del mese.

C’è poi un altro aspetto che merita considerazione, se non altro per la sua attualità. Nello stile di vita della comunità primitiva di Gerusalemme gli uomini sono mossi da un’intensa esperienza di fede, si riconoscono in stretta dipendenza gli uni dagli altri e fanno dell’amore reciproco il loro principio guida. Da ciò prende l’avvio questa comunione dei beni che trova ancora molta attenzione ai giorni nostri, perché sempre più persone, attente soprattutto alla portata sociologica del fenomeno, cominciano a ricercare il senso dell’esistenza nell’unità e nella qualità dei rapporti piuttosto che nella quantità dei beni accumulati. I giovani che oggi desiderano davvero essere felici stanno sempre più comprendendo la necessità di riorientare la ricerca della felicità dall’accumulazione della ricchezza alla qualità dei rapporti interpersonali. Sono loro che, nel riscoprire la bellezza della famiglia, dell’amicizia e dei legami affettivi, iniziano a rigettare le regole di un sistema economico che ha posto un’eccessiva esagerazione nel dare importanza allo sviluppo materiale, pensandolo come unica garanzia della felicità e del benessere dell’umanità. I giovani iniziano a riconoscere il valore dell’interdipendenza, il fatto che siamo tutti legati da un comune destino e che non ci si può credere capaci di vivere senza l’aiuto degli altri. Molti di loro sono dotati di un cuore che vede, capace di reale compartecipazione, che si mobilita e lotta per avere più giustizia.

Nella condivisione trova dunque espressione quell’amore fraterno che è lo specifico del messaggio del Cristo. Questo amore non è un sentimento di generica benevolenza, né di simpatia, ma un vero e proprio modo di essere uomini, di vivere con gli altri e per gli altri. La parabola del buon Samaritano (Lc 10, 25-37) non dice che questi provasse un sentimento di affetto verso il poveretto lasciato mezzo morto in mezzo alla strada, o che intendesse in tal modo applicare un principio di solidarietà umana; dice soltanto che egli lo aiuta e ne ha compassione in modo concreto, donandogli una parte di se stesso: il suo tempo, il suo rischio personale, il suo denaro. Il Samaritano non perde tempo, ma fa con prontezza ciò che deve fare: cura, rimedia, consola, protegge. Utilizza gli elementi alla sua portata per sottrarre il malcapitato dalle grinfie della morte e dall’indifferenza impietosa di chi è passato prima di lui senza fare nulla. Nel Samaritano è raffigurato il Maestro stesso che si avvicina, solleva, cura e conferisce dignità. Ed è proprio questo spendersi per l’altro, fatto di attenzione, di cura, di accettazione dell’altro e ricerca del suo bene, che deve aver contraddistinto la comunità primitiva di Gerusalemme descritta da Luca. Una comunità che si fa testimone vivente dell’amore di Dio, costituita da uomini e donne che fanno proprio l’insegnamento del Cristo e tentano di incarnarlo in un progetto di vita nuovo.

 

 

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