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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Am 7,12-15)

Si tratta di un passo autobiografico del profeta Amos riguardante la sua vocazione. Con la risposta a Amasìa “Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomoro”, manifesta con sincerità e trasparenza la sua origine. Non nasconde niente né si sente complessato per l’umile origine e per il non appartenere alla discendenza dei profeti, pur esercitando tale funzione.

Amasìa lo considera come uno straniero, perché Amos, originario del sud del paese – Giuda – venne a profetizzare al nord, scontrandosi con il gruppo sacerdotale legato al tempio e alla corte del re. Si apre il conflitto fra l’azione profetica di Amos – cosciente della sua indipendenza davanti al potere civile e religioso – e la religione ufficiale di corte rappresentata da Amasìa.

Quest’ultimo, considerando Amos come un profeta di professione che, come quelli del suo gruppo, si guadagna il pane con tale esercizio, lo espelle da Betel “Vattene, veggente, ritirati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare”, giacché non può continuare a profetizzare in quel modo “perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno”.

Amos risponde presentandosi come profeta inviato dal Signore “Il Signore mi prese (…) mi disse: Và profetizza al mio popolo Israele”. Sta svolgendo il compito che il Signore gli ha affidato e giammai avrebbe pensato che ciò potesse accadere né che avesse dovuto dire quello che tanto scomodava.

L’istituzione – il re e la corte – ha la sua organizzazione profetica, come riferimento per verificare la sintonia del proprio cammino con la volontà del Signore, nei termini proposti dall’alleanza; d’altra parte si sentiva a posto nello svolgimento della sua attività.

Allora, che cosa c’era di sbagliato al punto che il Signore deve inviare, presso di loro, Amos dal sud del paese? Probabilmente quello che succede in ogni istituzione che non dà spazio sufficiente all’autocritica e non riesce a distinguere e separare la finalità dagli interessi dell’istituzione.

Nel caso specifico, il fine dell’istituzione è impiantare il regno di Dio. Il mediatore della salvezza particolarmente attento a difendere la vedova, l’orfano e i poveri – le persone più esposte e vulnerabili allo sfruttamento dei potenti. Per mezzo del re, Dio regna sul popolo, in modo che il popolo si percepisca come suo popolo e, in virtù di ciò, modello di vita e luce per tutte le nazioni.

La realtà è che gli interessi del re e della corte sono ben altra cosa. Preoccupati per se stessi nel godere della vita scandalosa – comparata con la sofferenza della gente comune -, tanto che il profeta li investe con accuse durissime e sconcertanti. Il totale disinteresse per i poveri e gli indigenti si manifesta nell’essere essi stessi sostenitori dello sfruttamento e dell’oppressione. In quanto alla giustizia, il giudice si lasciava corrompere per un paio di sandali e la corruzione e l’inganno dilagavano anche nel commercio.

Lo scontro con il profeta era inevitabile. Come sempre, la corda si spezza dal lato del più debole, dal lato della persona, del profeta, e Amos è costretto ad andarsene.

Lo scandalo accompagna tutte le istituzioni, anche la Chiesa, come gli avvenimenti che vengono alla luce, in questi tempi, stanno dimostrando. Se non fosse così, la società e il mondo sarebbero altra realtà, ben diversa.

Anche oggi, come allora, non mancano i profeti e i martiri che testimoniano la permanente presenza e azione di Dio, così come le resistenze e il rigetto da parte delle istituzioni a ogni trasformazione e conversione, pur professando la stessa fede ed affermando di credere nello stesso Dio.

Per profetizzare al popolo è doveroso porsi in sintonia con Cristo, nei termini indicati dalla seconda lettura.


2a lettura (Ef 1,3-14)

E’ notevole la ricchezza religiosa contenuta nel testo che, sotto forma di orazione e di inno, offre una sintesi dottrinale di grande importanza. Nel breve spazio a disposizione c’è solo da rilevare alcuni aspetti che aiutino a comprendere la personalità del cristiano, affinché possa esercitare la missione profetica della quale è stato investito nel battesimo.

Ritengo, come affermazione centrale, che il cristiano, pur stando sulla terra, è unito strettamente a Cristo nel cielo: “Dio (…) ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo”. Possiamo dire che è là e qua allo stesso tempo, per il singolare dono di Cristo e per aver accettato gli effetti della sua morte e risurrezione a suo (e nostro) favore.

Pertanto, noi siamo il Lui, e Lui in noi. Un vincolo così stretto che neanche la morte può sciogliere, anzi costituirà il passaggio per prendere coscienza e visione della pienezza di vita nella quale già ora siamo immersi, come il pesce nell’oceano.

Tutto ciò è possibile per l’azione dello Spirito Santo. E’ lui che rende efficace gli effetti della morte e risurrezione di Cristo, che crea spazio nella mente e nel cuore del credente affinché abbia fiducia in tali effetti, attualizzati soprattutto nell’Eucaristia.

Infatti, Paolo ricorda ai cristiani che “mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione”; meglio ancora, per l’amore che ha sorretto la sua azione pastorale, fino a donare il proprio sangue, in virtù del quale, come nostro rappresentante davanti al Padre e mediatore fra Lui e noi, non solo ha perdonato le nostre colpe ma ha riempito del dono della vita eterna tutti coloro che per la fede accettano il suo operato.

Alla luce di questo evento, Paolo intravede la singolare azione di Dio Padre per la quale “In lui – si riferisce a Cristo, – ci ha scelti prima della creazione del mondo (…) predestinadoci a essere per lui figli adottivi (…) facendoci conoscere il mistero della sua volontà (…) e ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose”.

Il tutto “a lode della sua gloria”. Dice S. Ireneo che la gloria di Dio è la vita degli uomini, e la vita di costoro è lodare Dio. In effetti, se il dono di Dio è la vita in abbondanza per tutti gli uomini, questi, riconoscendone l’origine, possedendo i mezzi adeguati per crescere nell’abbondanza senza fine, ritorneranno, come lode, lo stesso dono a Dio, nella dinamica di perseverare e sviluppare tale condizione.

Un altro aspetto da rilevare è che, per l’unione con Cristo, sempre per la lode e la gloria di cui sopra, noi siamo “anche eredi, predestinati…”, nel senso che abbiamo la chiarezza e il senso rispetto al destino che ci sta davanti, considerato non come una meta inevitabile e meccanicamente acquisita, ma come una realtà che segna e caratterizza il comportamento corretto di ogni giorno e nelle diverse circostanze, per il fatto che “già prima abbiamo sperato nel Cristo”.

Conseguentemente, “In lui siamo stati fatti anche eredi (…) dopo aver ascoltato la parola della verità (…) e aver ricevuto il sigillo dello Spirito che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità”. Con queste parole Paolo mette in risalto l’immenso patrimonio umano, spirituale e morale offerto da Dio ai discepoli del Figlio. Questa coscienza fa di essi autentici missionari e generosi divulgatori della grazia di Dio, che Cristo guadagnò indistintamente per tutti.

In questo quadro si colloca oggi la missione di ogni cristiano. Missione alla quale Gesù inviò i primi discepoli che stavano con lui affinché, partecipando del dono da Lui offerto, lo trasmettessero e percepissero la forza della parola, così come le difficoltà da parte della gente ad accoglierla, come indica il vangelo.


Vangelo (Mc 6,7-13)

Gesù invia alla missione gli apostoli: “chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due…”, questo perché la testimonianza di una sola persona non è attendibile, è ritenuta insufficiente e occorre che sia affermata da almeno due persone.

“…e dava loro il potere sugli spiriti impuri (…) scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano”. Ritengo che quello che Gesù trasmise loro è, soprattutto, il potere della parola affinché “la gente si convertisse”, e la cui efficacia si manifesterà sugli spiriti impuri e sugli infermi.

In effetti, la parola accolta nella mente e nel cuore, ha il potere di trasformare il proprio mondo interiore e il proprio essere. Essa è il dono di Dio e pone la persona in grado di ricomporre la propria personalità divisa, di ristabilire l’integrità frammentata dai condizionamenti ambientali, culturali o da eventi drammatici e sofferti in modo lacerante.

A quei tempi le malattie psichiche – e tutto quello che concerne il mondo interiore della persona – erano considerate come opera dei demoni. D’altronde non era possibile altra interpretazione per trovare la causa o il colpevole cui attribuire il tutto, se non attribuire queste condizioni ad una realtà estranea ed esteriore ad essa, quale, appunto, gli spiriti impuri. Invece, per quanto riguarda le malattie del corpo, occorre ricordare che esse erano ritenute come castigo di Dio per il peccato.

Gli apostoli guarirono “con olio molti infermi”: all’olio erano attribuite molte virtù medicinali, e la guarigione era il segnale del potere della parola, “capace” di ridare l’integrità fisica agli ammalati.

Gesù cosciente della psicologia e del modo di agire degli apostoli, li spinge a porre la loro attenzione nella predicazione e nel potere della parola, e non in altri aspetti che, per chi si mette in viaggio, sono abbastanza ovvi e necessari, per non sminuire il contenuto e lo svolgimento della missione. Ordina loro “di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche”.

Il bastone era necessario per il cammino e come mezzo di difesa dai vari pericoli, e i sandali, segno dell’uomo libero, riflettono la condizione dell’apostolo sostenuto e illuminato dalla parola.

La missione è sempre un’offerta, una proposta, che il destinatario può accettare o respingere. E’ annuncio del regno già presente nella parola, nella persona, nello stile di vita di Gesù, già in mezzo a loro. Per mezzo di Lui si realizzerà la promessa di Dio fatta agli antenati, se sarà accolta e troverà il cuore aperto nei destinatari.

Nonostante tutto, Gesù li avverte che non sempre saranno bene accolti: “Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro”. L’indifferenza, il rifiuto, in ogni caso diventa un giudizio su se stessi, sul proprio lavoro e sul modo di svolgerlo, per cui è normale che subentri lo scoraggiamento e, nei momenti più forti, la tentazione di abbandonare. Ma Gesù li orienta a non lasciarsi prendere da questi sentimenti, ma di realizzare, semplicemente, un gesto impressionate per la gente dell’epoca, quello “di scuotere la polvere sotto i piedi”, come segno di non essere parte né avere comunione con il loro atteggiamento incredulo.

Il profetizzare al popolo richiede l’identificazione con la persona di Gesù e con il suo mondo, così da parlare in suo nome e perorare la stessa causa, accada ciò che accada. Si tratta, in pratica, di entrare in sintonia con le condizioni di Amos “Và, profetizza al mio popolo Israele” che, oggi, corrisponde al mondo intero.

 

 

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Un Commento a “Commento alle letture: XV DOMENICA DEL T.O. -B- (15-07-2012)”

  • concetta centonze:

    Il testo e la lettura che ci propone impressionano da una parte perchè mostrano come la Bibbia sia, in ultima analisi, prevalentemente profezia; dall'altra proprio questo alone profetico ci indica il nodo della condizione umana.
    Cosa siamo o, meglio, cosa vogliamo diventare? Macchine o superuomini? Nella storia umana queste due possibilità si offrono: macchine da produzione, misurate e valutate soltanto sulle prestazioni occhiutamente osservate, soppesate ed eliminate?
    Ilusi superuomini la cui presunta superiorità radica la sua ragione d'essere nella debolezza o nella semplcità degli altri? Superuomii paranoci forniti di paraocchi nei confronti della realtà nella sua interezza, vampiri che si nutrono di altri uomini
    La Sacra Scrittura ci indica la vera evoluzione della nostra specie: essere umani significa essere persone, solidali, capaci di identificazione con l'altro senza cui non esisteremmo appunto se non come oragnismi insignificanti. L'attualità del brano, poi, rende impellente il sorgere o meglio il persistere di voci profetiche: voci che additino la strada autentica e i pericoli nel discostarsi da essa.

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