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di Giampaolo Petrucci


Nessun intento di «dettare una sorta di “agenda di interventi”» o di attaccare la classe politico-amministrativa, «quasi per esporla ad una pubblica disistima», perché il dovere della Chiesa è rispettare le istituzioni dello Stato. Ma, al contempo, anche «offrire spunti di dialogo, sulla frontiera della ricerca del bene comune» e testimoniare quella «opzione preferenziale per i poveri», cardine della Dottrina sociale. Eppure, il documento “L’importanza della solidarietà. Nota sulle politiche sociali in Calabria”, presentato il 23 giugno scorso dalla Conferenza episcopale calabra (Cec), oltre a ripetere la preoccupazione dei vescovi calabresi relativamente allo stato dell’arte dei servizi socio-sanitari nella Regione, contiene una serie di rimproveri che, nell’intreccio dei livelli politici locale, regionale, nazionale ed europeo, non risparmia nessuno.

La Nota sottolinea la necessità di riorganizzare i servizi e le politiche sociali nella Regione non tanto come forma di assistenzialismo emergenziale, quanto come unica via per la tutela della dignità e dei diritti fondamentali delle persone svantaggiate. Nell’ottica quindi non della “concessione” ma del dovere civile, perché la disorganizzazione, i buchi di bilancio, gli sprechi, il malaffare e i tagli reiterati non danneggiano soltanto un settore “economico” d’importanza cruciale, ma ledono diritti umani fondamentali. Al contrario, la Cec si appella alle istituzioni calabresi perché tengano conto del metodo comunitario descritto negli Atti degli Apostoli, che opera e organizza «secondo il bisogno di ciascuno».

Una guerra tra poveri

Il documento – che fa seguito a una più generale sollecitazione lanciata dai vescovi della Calabria durante l’Assemblea generale della Cei (Roma, 21-25 maggio scorsi) – si apre con una attenta disanima dei motivi della crisi «antropologica e non solo economica» che attualmente investe il vecchio mondo, l’Italia e, con effetti ben più devastanti, la Calabria. Una crisi che segna il distacco della politica e dell’economia «da una dimensione etica che ponga al centro la persona umana». Il risultato di questa crisi generalizzata è, per la Cec, il «rafforzamento delle disuguaglianze e la deflagrazione della coesione sociale», l’aumento della «competizione fra territori e delle guerre fra poveri, accentuando le conflittualità fra i cosiddetti ultimi e penultimi», in una Regione che già si colloca in fondo alle classifiche nazionali per arretratezza del sistema di assistenza sociale.

Inoltre i vescovi segnalano altri “mali”: «I costi sempre più elevati della politica, che spreca risorse, che sarebbero invece indispensabili per la crescita; l’ormai sempre più frequente emergere, non solo di una gestione impropria dei Fondi europei, ma anche di collusioni di parte del mondo politico, nonché di dirigenti pubblici e di aziende private, con pezzi deviati della società; l’infittirsi del fenomeno dell’usura, favorito anche dai ritardi nei pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione; il peso sociale ed economico che i gruppi mafiosi impongono sotto molteplici forme; la burocrazia, che dilata in modo ormai inaccettabile i tempi di risposta alle legittime istanze dei cittadini». Si tratta, secondo i vescovi calabresi, di perversi meccanismi strutturali che finiscono «con l’indebolire la forza interiore del popolo calabrese e la sua fiducia nel futuro». È infatti impietoso il giudizio dei vescovi sulle amministrazioni locali che si sono succedute negli anni – incapaci di interventi strutturali – e sulla società civile, tanto schiacciata da questa «situazione paradossale e assurda» che fatica a reagire e difficilmente intraprende un «cammino verso uno scatto di orgoglio generale».

Il bisogno e il diritto

Ma le stoccate più pesanti, la Cec le riserva alle «scelte precise della classe politica e governativa», con i reiterati tagli ai fondi dedicati a politiche sociali, assistenza, giovani, famiglie, servizio civile e migranti, cui il documento dedica particolare attenzione. «Tutto ciò – si legge – mette in seria discussione il modello di welfare che sino a oggi, sia pure con molte contraddizioni e limiti, poteva consentire il rispetto del dettato costituzionale ponendo al centro il principio della dignità dei cittadini e delle cittadine italiane, e anche delle persone straniere». «Si sta erodendo quella sorta di “patto sociale” – affondano i vescovi – col quale i “padri costituenti” avevano progettato un “modello preciso”, adeguato a consentire il passaggio epocale, da un sistema basato sulla beneficenza e su una previdenza corporativa, a uno stato di diritto all’assistenza sociale e al riconoscimento dei diritti civili, insieme all’assistenza scolastica, sanitaria e ospedaliera».

In Italia, conclude la Nota, «sembra che si stia imponendo il profilo di un welfare minimo, ristretto alle persone e alle diverse categorie di poveri e malati, intesi non come detentori di fondamentali diritti, ma solo di bisogni: per fronteggiare i quali si può decidere in maniera facoltativa, quando e se la maggioranza numerica politica lo preveda, in base alle priorità che essa, e solo essa, intenderà stabilire nelle disponibilità delle risorse di bilancio economico e finanziario. Una sorta di intervento “benefico” e optional che si traduce in un “feroce” abbandono politico, sociale e relazionale delle persone più fragili, di cui vengono disconosciuti sostanzialmente i diritti».

La proposta

Il documento della Cec si conclude con una serie di proposte, che i vescovi lasciano scaturire dalla loro analisi. La Nota propone, tra le altre cose, un maggior impegno delle istituzioni locali in termini di finanziamento, «dando precedenza alla spesa sociale rispetto ad altre voci meno rilevanti» e il coinvolgimento degli attori pubblici e privati, promuovendo un «tavolo regionale di concertazione e di programmazione». Invita poi la comunità ecclesiale a farsi carico del “buco” istituzionale, offrendo una «efficace testimonianza di carità, sia attraverso le tradizionali modalità di elargizioni economiche, alimentari o di vestiario, sia inventando nuove forme di sostegno al reddito (come il microcredito cosiddetto familiare o sociale)», oltre ad un’incessante opera di promozione culturale al fine di «diffondere relazioni umane sempre più aperte ed accoglienti, operando opportunamente anche insieme con le componenti della società e alle istituzioni civili calabresi, per promuovere al meglio accoglienza e solidarietà verso tutti, specialmente verso le persone e le famiglie più deboli e vulnerabili».


Fonte: Adista notizie n. 28/2012

 

 

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