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Non ce ne siamo dimenticati. La Grecia, nonostante stampa e televisione ne parli sempre meno, sta continuando ad attravere una crisi politica ed economica gravissima.

La condizione che vive la popolazione (esclusi i grandi ricchi) è sempre più drammatica, nonostante gli impegni presi (a parole) dalle istituzioni internazionali (UE, BCE e FMI – la cosiddetta "troika" di aiutare questo paese a rimanere nell'Euro. La Grecia affonda sempre più nel baratro della povertà; il nuovo governo di unità nazionale ha continuato sulla strada dei tagli allo stato sociale ma non si vede alcuna prospettiva positiva.

In questi giorni la troika ha richiesto, a fronte di prestiti finanziari, un ulteriore intervento sulla spesa pubblica, affondando ancora di più il coltello in un corpo ormai morente.

Le misure, guarda un pò, sono quelle già attuate, in parte, anche in Italia. La ricetta è sempre la stessa: il pensiero neoliberista che governa l'Europa e le istituzioni monetarie internazionali, che ha sconvolto tutte le regole di buona convivenza e di solidarietà tra gli stati e che sta minando, dalle fondamenta, i diritti inalienabili di ogni essere umano, in favore della finanza e delle cosiddette regole di mercato, non ha molta fantasia. I grandi summit, le dichiarazioni, gli incontri bilaterali e trilaterali – tante parole e impegni buttati al vento – non trovano di meglio che continuare a colpire chi la crisi la sta già pagando, e duramente, sulla propria pelle.

Sono letteralmente allibito leggendo le richieste di nuove misure economiche che si vogliono imporre alla Grecia: lo stupore e l'indignazione non conosce limite, purtroppo.

Questo mi ha spinto a pubblicare il presente articolo, estrapolando le notizie dai pochi organi di stampa che continuano ad occuparsi delle sorti della Grecia. Forse non fa più notizia o, forse, queste informazioni potrebbero influenzare le vicende italiane (e ciò sarebbe di una gravità inaudita!)

-Sebastiano Sanna     

 

La domanda che ormai tormenta da mesi la popolazione greca è: il paese riuscirà mai a salvarsi? Il clima di pessimismo e di scetticismo dilaga sempre di più e nessun piano proveniente dal governo nazionale o dai partner internazionali, sembra essere in grado di riportare speranza negli animi dei cittadini greci.

Vanno avanti gli incontri tra il governo greco e i vari partner internazionali per il nuovo piano che porterà tagli al bilancio di 11,5 miliardi di euro per garantire nuovi aiuti internazionali da 31,5 miliardi. Domani pomeriggio si incontreranno invece i leader dei tre partiti del governo di coalizione (il leader di centro destra, Antonis Samaras, il leader socialista Evaghelos Venizelos e quello della Sinistra Democratica Fotis Kouvelis), per modificare ulteriormente le misure di austerity.

Anche se la Grecia riceverà effettivamente una nuova ancora di salvezza dall’Europa, questo poco importa alla popolazione, che critica fortemente le scelte di governo per aver fatto poco o niente per riattivare la competitività dell’economia o per attirare investimenti esteri. Il problema fondamentale verte nell’economia reale di ogni giorno: sempre più gente lascia le proprie case di città per ritornare in campagna, ora che il lavoro nelle grandi città diminuisce.

La popolazione è ulteriormente critica nei confronti del governo per non aver trovato una soluzione ai mali radicati della società greca, fra i quali la corruzione e il nepotismo e si sfoga con manifestazioni di piazza, scioperi vari e c’è chi addirittura parla della possibilità di una sommossa per il prossimo 26 settembre.

La stabilità del paese è messa sempre più a dura prova e cresce sempre di più la convinzione che senza dei cambiamenti fondamentali, una soluzione è pressoché inesistente.

 

Le richieste ufficiali dell’Unione Europea, della Banca Centrale Europea (BCE)

e del Fondo Monetario Internazionale (FMI)

Ulteriori tagli orizzontali su stipendi, indennità e sanità, altri licenziamenti nel pubblico impiego per elargire la tranche da 31 miliardi di euro che servirà a far sopravvivere la Grecia solo per altri pochi mesi, in attesa del prossimo prestito. Gli emissari della troika in questi giorni ad Atene scoprono le carte e mettono nero su bianco le richieste al governo Samaras.

Ecco il dettaglio:

Aumento dell’età generale pensionabile dagli attuali 65 anni a 67; riduzione della pensione principale e ausiliaria di 1.000 euro; abolizione di tredicesima e quattordicesima nel settore pubblico; tagli alle indennità extra stipendio per i pubblici impiegati; aumento delle tariffe minime per le assicurazioni e per accedere ai fondi pensione; riduzione dei parametri per la concessione dell’invalidità; taglio delle indennità per i lavoratori stagionali (indennità disoccupazione per settori turistici, edilizio); riduzione delle patologie per ottenere benefici; introduzione di criteri più severi per la concessione degli assegni familiari; riduzione della spesa farmaceutica all’interno dei fondi di assicurazione; riduzione dei finanziamenti per le spese di gestione degli ospedali pubblici; aumento per l’assicurazione sanitaria degli agricoltori; limitazione delle esenzioni (immobili e reddito criteri).

Intanto in occasione della direzione nazionale del Pasok di ieri sono emerse le diverse anime del partito guidato da Evangelos Venizelos. Non tutti i deputati, pur convergendo sulla drammaticità dei conti ellenici e sulla necessità di proseguire sulla strada del rigore, si sono detti certi di votare “sì” a questo ulteriore pacchetti di misure con gli impliciti effetti sociali. I trentatré parlamentari hanno chiesto a Venizelos un incontro supplementare per discutere nel merito l’insieme delle richieste della troika. La direzione di ieri, osservano alcuni commentatori, ha solo rinviato di pochi giorni un potenziale conflitto interno al partito che potrebbe ripercuotersi sul voto finale.

Dai socialisti si fa notare come continuando su questa direzione si indebolirebbero ulteriormente le fasce deboli, con rischi concreti nei bisogni basilari come la salute. Posizione condivisa da molti deputati della Sinistra Democartica del Dimar. Da un lato c’è chi come il deputato Chrysohoidis, secondo cui questo è un ulteriore passo per la Grecia che vuole cambiare radicalmente e in meglio, dall’altro la spina nel fianco di Venizelos di chiama Loverdos, che annuncia come la mossa del capo del Pasok di abbassare la testa alle nuove drastiche misure nasconda la sua volontà di perseguire strategie personali e senza una ricaduta per la collettività.

Contro Venizelos, che chiedeva di interrompere gli scioperi in atto da ieri perché paralizzano il paese, si scaglia oggi anche il presidente dell’Unione dei giudici e dei pubblici ministeri Thanou Christofilos secondo cui chi appoggia il governo dovrebbe evitare di provocare chi in questo momento subisce una riduzione salariale di più del 50% e che costituiscono una violazione dell’articolo 88 della Costituzione, che esplicitamente protegge la remunerazione degli ufficiali giudiziari. Incrociano le braccia oggi anche i medici ospedalieri (garantendo solo le emergenze da codice rosso), come quelli del nosocomio di Arta dove da ieri mancano ufficialmente siringhe e garze.

Infine arrivano nell’Egeo gli echi dell’intervista del leader del Syriza, Alexis Tsipras, al Journal of Argentina, (dal titolo “L’uomo che fa tremare l’euro”) in cui il 37enne all’opposizione di Samaras dice che “l’euro è diventato una prigione per i popoli d’Europa” e sostiene che non vi è alcuna contraddizione tra l’essere a sinistra e sostenere l’euro, in quanto il problema non è l’euro, ma le politiche che seguono. E avverte che la Grecia potrebbe diventare presto la polveriera d’Europa.

 

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