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Mai come questa estate sono giunti segnali allarmanti sullo stato di salute del nostro pianeta, afflitto in diverse regioni da temperature record e una siccità senza precedenti. Come ha avvertito il National Snow and Ice Data Center, organismo statunitense incaricato di monitorare il livello di neve, ghiacciai e aree polari, l’estensione del ghiaccio marino che ricopre l'Oceano Artico ha toccato il 27 agosto il minimo storico registrato nel 2007 (e può ulteriormente ridursi, considerando che l’area coperta dai ghiacci artici durante l'estate raggiunge solitamente il suo punto più basso intorno al 13 settembre).

E, come se non bastasse, la Terra ha impiegato meno di otto mesi per sforare il budget naturale a disposizione per quest’anno: secondo i calcoli del Global Footprint Network (GFN), un’organizzazione di ricerca ambientale con sedi in California e in Europa, è caduto già il 22 agosto l’Earth Overshoot Day (letteralmente, il “giorno del superamento”), il giorno cioè in cui l'umanità ha esaurito tutte le risorse e i servizi ecologici che la natura poteva fornire nel 2012 (con oltre un mese di anticipo rispetto all'Earth Overshoot Day del 2011, avvenuto il 26 settembre).

Il che significa, come evidenzia il Global Footprint Network, che, per il resto dell'anno, «sosterremo il nostro deficit ecologico dando fondo alle riserve naturali e accumulando anidride carbonica nell'atmosfera». E che, continuando così, per far fronte alla crescente domanda dell’umanità avremo bisogno, entro la metà di questo secolo, delle risorse di due pianeti, benché ci sia già ora chi mantiene livelli di consumo tali da richiederne molte di più: la domanda pro capite degli Stati Uniti, si legge nel comunicato della Rete Civica Italiana, è equivalente alla produzione di più di quattro pianeti Terra (se tutta l'umanità consumasse allo stesso modo avremmo superato il nostro budget naturale addirittura il 28 marzo) e quella dell'Italia è pari alla produzione di due Terre e mezza (in questo caso l’Earth Overshoot Day sarebbe caduto il 23 maggio).

Ce n’è più che abbastanza, dunque, per guardare all’essere umano come alla «più grande minaccia contro la vita», come scrive, in un articolo pubblicato sul Jornal do Brasil (8/7), il teologo e filosofo brasiliano Leonardo Boff, soffermandosi sulla reale possibilità di estinzione della specie umana e sulle conseguenze di una sua eventuale scomparsa per il processo evolutivo. Sarebbe di certo, secondo Boff, «una catastrofe biologica di incommensurabile grandezza», considerando che «andrebbe perduto un lavoro di almeno 3,8 miliardi di anni, data probabile della nascita della vita, e in particolare degli ultimi 5-7 milioni di anni, data della comparsa della specie homo, e degli ultimi 100mila anni, data dell’irruzione dell’homo sapiens: lavoro, questo, condotto dall’intero universo con le sue energie, le sue informazioni e le sue diverse forme di materia». Basterebbe pensare, per farsi un’idea della straordinaria complessità dell’essere umano, che, come ha evidenziato per esempio il cosmologo inglese John D. Barrow, il cervello potrebbe contenere un numero di connessioni elettriche immensamente superiore a quello degli atomi nell’universo.

Ma se, con la nostra scomparsa, l’universo perderebbe «qualcosa di inestimabile», il principio di intelligenza e di amore non verrebbe comunque spazzato via insieme alla nostra specie: «Tale principio – spiega Boff – si incontra dapprima nell’universo e poi in noi, negli esseri umani», e dunque, espulso dal nostro pianeta – sempre nell’ipotesi che non esistano altre intelligenze da qualche altra parte del cosmo – «emergerebbe un giorno, magari fra milioni di anni di evoluzione, in qualche essere più complesso e ordinato».

Il teologo, tuttavia, punta ancora sulla possibilità di recupero della nostra specie, pronto a scommettere sull’avvento di «un mondo umano che ama la vita, desacralizza la violenza, mostra attenzione e pietà nei confronti di tutti gli esseri, realizza la giustizia autentica; un mondo, insomma, che ci permetta di vivere sul monte delle beatitudini e non in una valle di lacrime».

Lo scenario attuale, allora, pur così drammatico, non sarebbe una tragedia, ma una crisi, una crisi che «mette alla prova, purifica e porta a maturazione», annunciando «un nuovo inizio, un dolore di parto pieno di promesse e non la pena di un aborto dell’avventura umana».


Fonte: Adista Documenti n. 33/2012

 

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