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Ernesto Olivero a colloquio con Carlo Maria Martini. Intervista pubblicata sul mensile del Sermig "Progetto" (dicembre 1981).

Incontrare padre Carlo Maria Martini, conoscerlo, passare con lui momenti di intensa e profonda commozione, è stata per me un'immensa gioia. Nella storia del Sermig (Servizio Missionario Giovani) tappe importanti sono state segnate dalla presenza e dall'amicizia con alcuni “santi” di oggi: da padre Michele Pellegrino a padre Carlo Maria Martini. Con amici come loro, la scelta di fede, il cammino di speranza e di pace che caratterizza la nostra comunità, sono diventati più vere, più concrete, più profonde.

Chi è Dio per lei?
Ci sono domande, come questa, che colgono tutto l'arco dell'esistenza, la molteplicità delle cose che uno vive. Una formula non esprime mai sufficientemente la ricchezza di questo vissuto. Come comunicare con poche parole il “tutto” che Dio è per noi in Gesù Cristo?

Non le sembra un assurdo, uno scandalo, un Dio che manda suo Figlio e lo lascia crocifiggere per redimere l'umanità?
Su questo aspetto così centrale della redenzione sono certamente possibili delle caricature o delle visuali raccorciate, che non corrispondono alla pienezza della rivelazione. È molto importante una maturazione evangelica profonda che faccia comprendere che cosa significa veramente dire all'uomo che Gesù è morto per lui.
Bisogna cogliere tutta la realtà della vita di Gesù che viene a dare se stesso come testimonianza suprema dell'amore di Dio. Anche quando questa testimonianza viene respinta, egli la ripropone morendo per questa testimonianza. Allora si coglie fino a che punto Dio ci ama; ci ama anche quando vorremmo sopprimere questa testimonianza d'amore.
È sempre difficile lasciarsi amare perché ci mette in condizione di dovere qualche cosa a qualcuno. Qui entriamo nel mistero del rifiuto dell'amore che può sembrare assurdo, ma che a mio parere è la chiave per spiegare tanta malvagità presente nel mondo.

Se dovesse spiegare in modo semplice ma profondo l'Antico Testamento come lo farebbe?
Suggerirei di partire da alcuni episodi fondamentali. Ciò mi pare consono al dinamismo della Bibbia stessa. Prendiamo l'episodio degli ebrei di fronte al Mar Rosso. Che cosa significa trovarsi alle spalle il faraone con il suo esercito e davanti il mare, nella notte? Che cosa significa, in quel momento, fidarsi di Dio, stare dalla sua parte? Attraverso i diversi episodi è importante far cogliere chi è il Dio della salvezza, cosa vuol dire trovarsi di fronte a lui in una situazione concreta.

Come si possono aiutare quei non credenti, che vogliono mettersi in ricerca, a trovate la fede?
Dobbiamo anzitutto esprimere nella nostra vita la fede, lasciare che maturino in noi i frutti dello Spirito: gioia, carità, giovialità, prontezza a servire. Questo tesoro è comunicativo. Venendo a contatto con altri, in diverse situazioni, ci sarà chi ci chiederà conto di questo tesoro e vorrà ascoltare le ragioni della nostra fede.

Che cosa fare perché tutti nella Chiesa si convertano, lasciando un po' le cose vecchie e la paura del nuovo che spesso soffocano lo Spirito?
Io preferisco sempre puntare sulla speranza. Se esistesse in un qualche luogo un'atmosfera di paura, questa non potrebbe essere vinta con nuove paure, con nuove angosce, aggiungendo un nuovo astratto “dover essere”, un nuovo moralismo che sarebbe una ennesima pretesa dell'uomo di costruirsi la propria salvezza. Bisogna cercare, anche nelle situazioni un po' stagnanti, i germi di speranza. L'uomo vecchio di san Paolo non viene convertito da nuove minacce, da nuove imposizioni, ma dalla forza dello Spirito.

Perché la Chiesa spesso corre il rischio di apparire collegata con il potere, con la ricchezza, e non operatrice di pace?
La Chiesa ha una missione, che le dà anche un'autorità di cui è responsabile, e che deve gestire come servizio. Venendo in contatto con tante situazioni, persone, istituzioni, essa deve continuamente verificare ciò che è servizio del Vangelo e ciò che è invece incrostazione di interessi che vi si sovrappongono.
Certo sarebbe più facile se la Chiesa fosse un'istituzione soltanto spirituale, ma il Signore stesso si è legato, con la sua incarnazione, alle contingenze politiche e sociali della realtà. Non si può quindi volere che la Chiesa non si inserisca nella realtà dell'uomo a costo di soffrire della ambiguità che possono nascere da questo inserimento.

A volte nella Chiesa le offerte vengono capitalizzate in azioni, in industrie che sembrano in contraddizione con lo spirito di abbandono alla Provvidenza che risalta nel messaggio di Cristo. È possibile pensare ad una Chiesa con strutture più semplici, più dimesse…? Non sarebbe questa una testimonianza importante nella società di oggi?
La Chiesa sta avviandosi ad una maggiore semplicità e farebbe volentieri a meno di tante strutture complicate del passato. D'altra parte essa non potrà mai fare a meno di quelle strutture e edifici che sono necessari per il servizio della gente. Questo implica un'amministrazione oculata di alcune realtà terrene. È certamente più facile pensare ad un pauperismo assoluto, e forse più liberante dal punto di vista teorico, ma in questo modo la Chiesa cadrebbe in uno spiritualismo che ignora la realtà storica dell'uomo.

L'immagine della Chiesa è la croce. Come la Chiesa resta in croce, nella realtà di oggi?
La Chiesa è in croce proprio per il suo sforzo di inserirsi nella realtà e di esercitare la propria autorità in relazione a situazioni, persone, fatti. Gesù non si è, infatti, appartato nel deserto, ma è entrato nella storia dell'uomo e quindi anche nei conflitti.
Oggi la Chiesa vive il mistero della croce proprio nella sua vocazione all'annuncio del Vangelo in contingenze difficili e conflittuali che diventano motivo di sofferenza e purificazione.

Non le pare che oggi per la Chiesa avere anche le funzioni di uno Stato politico, sia un fardello in più?
Esistono in realtà molti vantaggi morali per tutte le nazioni del mondo da questa realtà politica minima, quasi inesistente, ma che ha ripercussioni importanti come garanzia di libertà, capacità di promozione di pace.
So che alcuni auspicano che si tolgano totalmente certe forme di rappresentanza di tipo politico; è però vero che in tanti casi di conflitti nel mondo esse sono l'unico punto di riferimento, l'unico luogo possibile di confronto, di sostegno alle minoranze sofferenti. Questo ci deve far riflettere.

Può il cristiano impegnarsi come tale in politica? E quale dovrebbe essere il suo comportamento verso certi avventurieri che, approfittando della buona fede della gente che li ha votati, sono stati di scandalo a tanti uomini di buona volontà?
La vita dell'uomo è molto complessa: l'uomo, e quindi il cristiano, quando si inserisce nella realtà, deve esercitare continuamente il giudizio e il discernimento, deve cioè dedicarsi al servizio della società con le proprie capacità; deve quindi anche impegnarsi in politica, confrontando sempre ciò che fa con la consapevolezza del tesoro del Vangelo che porta dentro di sé.
In questo impegno incontrerà molte persone, molte situazioni e dovrà fare delle scelte; non potrà agire in modo isolato e potrà anche fare degli errori. Non si può infatti operare ed impegnarsi senza rischio, e quando c'è il rischio, c'è anche la possibilità di sbagliare.

Come mai la Chiesa a volte emargina alcuni suoi figli che la contestano, anche senza carità, ma pur con ragione?
Il Concilio Vaticano II ci dice chiaramente che la Chiesa è in cammino verso la verità totale; e questo è un cammino storico che prevede e include scoperte successive, percezioni successive del rapporto tra verità evangelica e realtà dell'uomo. Nella scoperta di questi rapporti alcuni avanzano più in fretta, altri più lentamente; per questo insorgono tensioni, difficoltà, incomprensioni che sono inevitabili, proprio perché è un andare progressivo verso la pienezza della verità. Se si trattasse soltanto della ripetizione verbale di formule, senza lo sforzo di incarnarle nella storia, non accadrebbero queste cose.

Una delle difficoltà che tanti non credenti, che tanti giovani incontrano è la “sicurezza” che vedono nella Chiesa. È possibile modificare questa sicurezza intesa come la convinzione di possedere la verità in assoluto, in maggior tenerezza?
Distinguerei tra sicurezza e sicurezza: c'è una sicurezza che è spavalderia, distanza dalla complessità dei problemi, e c'è la sicurezza della tenerezza, cioè c’è chi essendo sicuro dell'amore del Padre verso di lui, vive la fede con piena tranquillità interiore e allora la comunica con semplicità. Questa sicurezza ci vuole, altrimenti vorrebbe dire che non c'è nei nostri cuori lo Spirito Santo.

Come mai, con la stessa giusta rigidità con cui la Chiesa ci dice “non commettere atti impuri” non ci mette in croce su “chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha”? Oggi di fronte ai milioni di morti di fame ogni anno, mi sembra giusto che si insista su questo…
Anch'io ritengo importante che questo ci venga inculcato; però mi guarderei dal farne un nuovo moralismo. È suscitando l'amore che si suscita il dono e ciò vale anche per quanto riguarda il dominio sulla sessualità, soprattutto attraverso la proposta evangelica di amore: l'uomo è chiamato all'amore più grande, totale, definitivo, cui deve subordinare tutti gli altri valori. La Chiesa non fa un’azione semplicemente moralistica, ma un'azione evangelica, illuminante, che dà lo Spirito e, dando lo Spirito, allarga il cuore; allora si arriva a dare il mantello a chi ne ha bisogno, a dominare se stesso e a non opprimere l'altro per affermare il proprio desiderio di godimento.

Ci sono persone che hanno divorziato, che hanno abortito… Come è possibile, pur non condividendo queste scelte, camminare con loro, non emarginandoli e non facendoli così sentire degli scartati, come sovente accade?
Bisogna avvicinarle con quello stesso amore con cui le avvicinava Gesù, e con l'umiltà che ciascuno di noi sente in sé per la propria situazione di peccato. Occorre quindi unire la tenerezza di Gesù all'umile sentire di sé perché nessuno di noi sa come si potrebbe comportare in determinate situazioni. Così si può capire il dramma che una persona sta vivendo ed esprimerle tutta la simpatia e la vicinanza che ci viene della misericordia di Dio e dalla coscienza della nostra fragilità.

Come mai molti preti, molti cristiani, sono mediocri, duri, sicuri, non si piegano, non sono umili, non porgono l'altra guancia?
Il vero atteggiamento di carità è difficile e non ci si può arrivare con le proprie forze. È la grazia dello Spirito che porta a questa dedizione di sé, e che permette però che sperimentiamo anche la nostra fragilità e la nostra lontananza dall'ideale. Non è sempre possibile che questo ideale risplenda nella sua pienezza: è invece sempre possibile che, anche quando non risplende, la persona si riconosca e si confessi peccatrice. Allora di rivolge alla misericordia di Dio e chiede la grazia di testimoniarne meglio la salvezza.
In fondo non possiamo avere della Chiesa un ideale eroico; essa ha bisogno della misericordia di Dio, eppure, nelle sue umiliazioni, la misericordia di Dio continua a risplendere. Gesù stesso lo aveva previsto nel Vangelo quando, nel capitolo 18 di Matteo, insiste sul mutuo perdono nella comunità: sapeva che la comunità avrebbe avuto bisogno della misericordia degli uni verso gli altri.

Che cos'è il peccato?
Io lo sento come il rifiuto dell'amore di Dio che ci viene offerto, il rifiuto da parte dell'uomo di affidarsi a chi è più grande di lui e che lo ha creato e lo può salvare: il peccato è, quindi, la ricerca che l'uomo fa di una crescita che contrasta con l'atto di amore e di fiducia che Dio gli chiede. Da qui derivano l'egoismo, la chiusura in se stessi, che sono poi i peccati dell'uomo e che si esprimono, alla fine, nell'ingiustizia e nella non speranza.

Per parlare di pace, come vogliamo fare anche in questo nostro dialogo, occorre avere speranza. Che cosa è per lei speranza?
Io riferisco la speranza allo sguardo che noi abbiamo verso la bontà di Dio che ci viene incontro, ci offre se stessa. È la prospettiva dell'amore, per la quale tutto il resto si illumina. Se uno non lascia emergere questa prospettiva, messa dallo Spirito nel cuore di ciascuno – cioè che al fondo di tutto è amato, è aspettato – allora la vita quotidiana diventa più faticosa, a un certo punto intollerabile.

Lei si sente un uomo di speranza?
Sento la fatica e la difficoltà della speranza. La speranza non è un oggetto che si può trovare facilmente sul mercato, ma è una conquista; per aprirsi alla speranza, bisogna che continuamente il nostro cuore si apra alla promessa del Signore, altrimenti rischia di essere chiuso dagli eventi che tendono ad oscurarla. La speranza è quindi un dono e insieme una conquista.
Credo che solo con una certa presunzione uno potrebbe dire di sé: io sono un uomo di speranza. Io preferisco dire: Signore, dammi la speranza, Signore, dammi la fede!

La pace che cos'è? Un dono gratuito di Dio o un dono che va chiesto, implorato in continuazione?
La pace è un dono di Dio perché le condizioni profonde per la pace sono date dal rinnovarsi del cuore dell'uomo, dallo spegnersi dei conflitti che hanno origine prima di tutto in lui: perciò è un dono e va chiesto. Ma poi va anche esercitato con sacrificio con rinuncia, attraverso l'immissione intorno a sé di questi valori.

Tra i profeti dell'Antico Testamento, Isaia può essere chiamato “il profeta della pace”, mentre nelle pagine di molta parte dell'Antico Testamento trovano spazio racconti e resoconti di guerre, di violenza, di sangue. La Bibbia dunque è scritta per accontentare pacifisti e guerrafondai?
La Bibbia esprime il cammino dell'uomo verso la pace e prende quindi l'uomo così com’è nella sua realtà conflittuale, nella sua situazione di sofferenza, di opposizione e propone un cammino di conversione che tenendo conto del realismo dell'esistenza porta a raggiungere questo ideale di pace. La pace va prima di tutto recepita dentro di sé – non può dare pace chi non ha pace –, e poi va irradiata intorno, senza illudersi che questo irradiamento abbia un effetto immediato, magico, perché dovrà passare anch'esso per le sofferenze dell'esistenza.

Quando si avvererà la profezia di Isaia sulla pace, quanto le armi diventeranno strumento di lavoro, perciò non più di morte ma di vita?
Questo è l'ideale cui tendiamo, e nessuno può dire se prima della Gerusalemme celeste, della sua manifestazione, sarà possibile una situazione stabile, permanente, immune da rischi…
Il rischio che una situazione così raggiunta si deteriori è sempre insito nella possibilità che l'uomo ha di peccare. L'importante è non perdersi d'animo nel costante e continuo cammino di conversione che l'uomo deve fare.

Quando, secondo lei, la Chiesa non è operatrice di pace?
Quando cede al peccato in alcuni suoi membri o in alcune sue situazioni, quando i cristiani si lasciano condizionare o dall'egoismo o da forme di ambizione o di possesso si entra allora nei conflitti e non si è operatori di pace o quanto meno non si è risanatori di conflitti nel cuore umano.
Tanto quanto il peccato è esteso nella Chiesa, tanto è estesa l'opposizione alla pace; tanto quanto lo Spirito corre e vive nella Chiesa, tanto la Chiesa è essa stessa operatrice di pace.

Nel nostro dialogo e nelle sue risposte lei ha spesso usato l'immagine molto bella del cammino dell'uomo, nella ricerca del disegno d'amore di Dio, nella conversione, nella costruzione della pace.
Io credo che un modo per poter non arrestare mai questo cammino dell'uomo sia quello di lottare e contemplare insieme. Come farlo capire a tanta gente?
È un'educazione profonda. Vivendo la preghiera ci si accorge che la preghiera è difficile, è lotta, spesso più difficile delle lotte della stessa vita; anzi è proprio la preghiera che ci esercita a quelle lotte coraggiose che ci vengono richieste nel cammino quotidiano.

Fonte: http://giovanipace.sermig.org

06 Settembre 2012

 

 

 

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