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Ogni nuovo articolo di Andrea Braggio è un preziosissimo dono che ci viene offerto. Immediatamente nasce il piacere di avere a disposizione una lettura che non sarà mai scontata e che ci invita a meditare sul nostro presente. Andrea ci accompagna, con dolcezza, sul cammino della tenerezza e dedizione reciproca, indicandoci la via maestra per giungere alla gioia più grande: Amare come Cristo ci ha insegnato. Grazie Andrea…


L’allontanamento dai valori cristiani sul piano morale, religioso e sociale, situazioni di instabilità socioeconomica e sociopolitica, il persistere di vecchie povertà e l’avanzarne di nuove, contribuiscono spesso a creare sentimenti di insicurezza suscettibili di portare a stati di malessere generalizzati e diffusi, piuttosto che a forme di impegno personale e sociale. La globalizzazione del mondo contemporaneo va concretizzandosi non solo sul piano dell’economia e della tecnologia (problema di cui già avevano individuato inquietanti aspetti l’Husserl della Krisis, Karl-Otto Apel e Hans Jonas), ma anche su quello più propriamente antropologico e sociologico. La globalizzazione sta accelerando in larghe fasce della popolazione un senso di precarietà, di solitudine, un senso di impotenza che cresce quanto più si sgretolano i rapporti sociali e le comunità. L’insicurezza che stiamo vivendo mobilita vecchi schemi mentali di chiusura verso l’altro, ingigantisce la paura del “diverso”, attiva l’aggressività, tende a cristallizzare i rapporti e a bloccare le idee di miglioramento. Questo vale per gli individui, per le organizzazioni e per le nazioni. E vale soprattutto per quelle categorie che già si trovano a vivere i problemi di cambiamento in posizioni meno facili, sia per ragioni legate all’arco della vita (i giovani, gli anziani), sia per collocazione sociale.

Le speranze progettuali, l’attivazione e la gestione delle risorse umane e materiali, le dinamiche dei sentimenti e quelle dello scambio sociale sono vincolate dall’esistenza di condizioni di sicurezza che consentono ai singoli e alle istituzioni di affrontare il presente e di prospettarsi il futuro. Perciò la questione della sicurezza sociale è costantemente presente nel dibattito politico e in quello culturale. È un tema assai delicato, che include un attento sguardo alla formazione dell’uomo in un momento segnato da una grave crisi economica, il cui superamento non potrà che consistere nel crollo di un intero sistema incentrato su una visione commerciale e finalizzata al consumo, radicato in una riduttiva e meccanicistica visione del mondo e in una folle cultura consumistica. Tale crollo non va concepito come una catastrofe, o come eventualità di disastro che segna la fine dell’umanità, ma piuttosto come definitivo punto di rottura con il passato, che si inserisce all’interno di un processo già in atto che è insieme cambiamento di direzione e graduale trasformazione. La gente ovunque è sempre più cosciente del fatto che la via seguita finora è improduttiva per la propria felicità futura ed è finalmente pronta per una nuova interpretazione del significato e del senso della vita, per la condivisione e la pace, per giusti rapporti di fratellanza.

Assisto a incontri e convegni frequentati anche da persone che nulla hanno a che fare con la scuola e con l’educazione ed è diventata una consuetudine sentir dire che oggi la scommessa, la sfida, è soprattutto una questione di formazione, cioè di preparazione delle menti, delle intelligenze, delle personalità che sono indispensabili alla società, che sono attrezzate per reggere i cambiamenti radicali cui stiamo per andare incontro. Si comincia a parlare di più di cooperazione, di empatia, di venirsi incontro; di comportamenti che, più che tolleranza, richiedono solidarietà. Sono due termini, questi, usati spesso come sinonimi pur indicando approcci e culture molto differenti rispetto all’eterno problema del confronto con l’altro. Il termine tolleranza richiama “il prodotto di ciò che si è sollevato”, e deriva dal latino tollo, “sopportare”; la cultura della tolleranza rimanda quindi a una concezione in cui l’altro è pur sempre un peso da sopportare, piuttosto che una risorsa e una ricchezza potenziale da utilizzare, concezione molto più decisamente evocata dal termine solidarietà. Molti studiosi si stanno accorgendo che accanto alla paura e a sentimenti di insicurezza, particolarmente forti nelle grandi città, accanto ai timori e alla crescente disperazione, si manifesta una nuova comprensione delle cause del crollo finanziario – si riconosce l’avidità associata allo spirito competitivo che caratterizza il nostro sistema e, di riflesso, emerge il desiderio di costruire qualcosa di meglio sopra quello che già esiste, per poter condurre una vita più dignitosa in un clima di pace aperto alla solidarietà e alla cooperazione.

Nel precedente intervento ( consultabile QUI ) ho richiamato l’attenzione su alcuni elementi dell’esperienza singolare di unità e di comunione vissuta dai primi cristiani di Gerusalemme. La prontezza a mettersi a disposizione degli altri, con ciò che si ha e con ciò che si è, contraddistingue questa comunità molto vicina nel tempo al genuino spirito del Maestro.

Quale significato può avere per l’uomo di oggi rivolgersi all’esperienza di questa primitiva comunità?

Questa unione spontanea di cuori rivela un forte senso di solidarietà, un’attenzione volta a sollevare gli altri dalla povertà e il disinteresse per qualunque tornaconto personale. Ha compreso che le opere, per essere meritorie e feconde di bene per sé e per gli altri, devono procedere dall’amore, e che è l’amore stesso che le suggerisce, le sostiene, le vivifica e le perfeziona. L’esperienza di questa comunità è spesso oggetto di interesse per coloro che sono in cerca di una concezione matura dell’amore, che non si accontentano di “inquadrarla” – e dunque limitarla – all’interno di un mero atteggiamento di zelo altruistico nei confronti degli altri. Va piuttosto letta come un’affascinante, entusiastica, esperienza di fede; un risveglio da cui promana una forza nuova, grazie al quale vengono superati i propri limiti ristretti e al cuore si fa chiaro e impellente l’invito: «La vostra bontà non conosca limiti, così come illimitata è la bontà del Padre celeste» (Mt 5, 48). È un’esperienza che apre il cuore, luogo in cui avviene un incontro di amore con Cristo per giungere alle opere. Non esistono parole adatte a spiegare questo incontro, a partire dal quale tutto riceve senso e bellezza. È entrare in relazione con una Persona. Il nostro problema è forse quello di immaginarLa lontana, assisa chissà su quale trono dorato, distante dagli affari del mondo; quando invece non c’è Presenza amica più vicina all’umanità della Sua. Una Presenza attiva e di incomparabile potenza, che non lascerà di certo che l’umanità vada incontro alla distruzione verso cui è diretta. Non permetterà che il potere del profitto e il culto della propria ricchezza, che fanno dei poveri lo sgabello dei propri piedi, mandino in rovina un mondo che ancora accetta con indifferenza che milioni di persone siano condannate a morire di fame e di sete.

Questo non toglie il fatto che molti arrivino addirittura a concepirLo come una delle tante fantasticherie di un passato da non riesumare. Per tanti il Cristo appartiene insomma a vecchie espressioni religiose che non dicono più niente a coloro che si muovono nei nuovi mondi culturali e il Cristianesimo sarebbe destinato a diventare un pezzo da museo per molti appartenenti alle nuove generazioni. Ma aver voluto accantonare il Cristianesimo, come fosse la religione un ingombro al progresso, è senza dubbio un tragico errore. Dopo lunghe ricerche e riflessioni, anche Karl Polanyi giunge alla stessa conclusione. Cristo non è mai un ingombro all’uomo, e quindi alla civiltà, ma il senso di ogni uomo e civiltà; non toglie nulla alla vita dell’uomo, semmai aggiunge. Egli è il primo Educatore e attraverso Lui fluisce l’Amore che conforta milioni di persone. Il Maestro è il più alto modello di condivisione, che è l’unica via della civiltà futura; non può dunque essere impunemente ripudiato, senza che il mondo ne faccia dolorosa esperienza.

Oggi soltanto apparentemente gli uomini hanno risolto i problemi della vita collettiva. Se, esteriormente, hanno contribuito alla formazione di nazioni e organizzato società i cui membri si sostengono a vicenda, interiormente restano spesso isolati e ostili fra di loro. Tutti i progressi che sono riusciti a realizzare nella vita pratica e nel campo dell’organizzazione e della tecnica, faticano a trovare una corrispondenza nel loro mondo interiore, dominato dall’insicurezza e dalla paura. I nostri strumenti tecnici rendono possibili contatti su vastissima scala, ma la mancanza di idee morali adeguate e di scopi sociali svuota in gran parte questi contatti di ogni contenuto ideale, impedendo loro di contribuire allo sviluppo comune. È anche vero, però, che quella che stiamo vivendo è solo una fase di transizione, nella quale l’uomo sta già ponendo le basi di cambiamenti importanti. Siamo alle soglie di un’epoca nuova dove l’educazione dell’uomo costituirà certamente l’occupazione principale. Un’epoca di rinnovamento, in cui lavoro, studio, tempo libero, amore si uniranno per dare nuova forma a ogni fase della vita e per dare una destinazione più alta a tutta la vita. A differenza del passato, l’uomo si troverà nella condizione di sviluppare in modo grandioso e creativo le sue potenzialità e a modellare la sua intera esistenza nelle forme del servizio, della cooperazione e della condivisione. Molto presto l’uomo sarà chiamato a divenire costruttore di un mondo molto diverso dall’attuale e a incarnare i più alti valori cristiani. Tutti i faticosi passi che ora l’umanità sta compiendo procedono in questa direzione. Dopo il crollo dell’attuale sistema economico, quando il momento sarà favorevole e la sfida sarà accettata, milioni di persone risponderanno spontaneamente, sollecitati dal senso di comunanza che sorgerà in quel momento stesso. In quell’atto, forze che erano neutrali o contrarie a ogni piano o proposito più ampio subiranno egualmente una polarizzazione e diverranno attivamente cooperanti.

Vediamo dunque che l’esperienza della primitiva comunità di Gerusalemme è certamente circoscritta e lontana nel tempo, ma questo non significa che lo spirito che anima le persone che ne gettano le fondamenta sia scomparso. L’epoca in cui ci stiamo addentrando si caratterizza infatti per la riaffermazione progressiva di un analogo spirito di condivisione, nel quale trovano espressione per esempio i numerosi tentativi di modificare l’economia e ricondurla al suo compito naturale, che è quello di assicurare condizioni di vita dignitose a tutti gli abitanti del pianeta. Include altresì il volersi misurare con nuove dimensioni, come quella della felicità delle persone e delle comunità, per capire se il sistema economico attuale sta facendo davvero il suo mestiere di creare e accrescere benessere condiviso. Il rilancio del settore primario, la lotta per la sovranità alimentare, la salvaguardia dei beni comuni e la diffusione delle tante alternative alla globalizzazione economica non sono fenomeni passeggeri e di poco conto, ma la conseguenza di un risveglio planetario che sta mettendo in moto delle forze inarrestabili. Sono forze che animano per esempio la crescita e il diffondersi di un pensiero ecologico che accosta sapientemente l’ambiente e la mente e fa della loro protezione l’obiettivo prioritario. Animano anche tutti quei cammini di ricerca illuminati dall’amore per il senso della bellezza e il risveglio del sentimento per l’arte.

Il nostro cuore avverte che siamo alle soglie di un’epoca che si caratterizza sempre più per l’importanza data all’amore e all’educazione della persona nel suo significato più ampio. Mi richiamo per comodità al termine greco paideia, che Werner Jaeger reintroduce nel suo studio sull’educazione greca. Paideia è l’educazione concepita come una trasformazione della personalità umana che dura tutta la vita, in cui ogni aspetto dell’esistenza ha la sua parte. La paideia non si limita ai processi consci di apprendimento o a introdurre il giovane nel retaggio sociale della comunità. Paideia è piuttosto il compito di dar forma all’atto stesso del vivere, trattando ogni evento dell’esistenza come un mezzo di autocostruzione e come parte di un più largo processo di conversione di fatti in valori, di processi in propositi, di speranze e piani in realizzazioni. La paideia non è semplicemente apprendere; è fare e modellare; e l’uomo stesso è l’opera d’arte che la paideia cerca di formare. Un lavoro che ricorda l’immagine dello scultore che “toglie, raschia e liscia” del filosofo Plotino, che lavora con pazienza il suo blocco di marmo nel tentativo di rendere bella la statua che ha in mente. Un compito – questo che ci attende – che non relega all’utopia la ricerca di una serenità profonda e duratura, ma che fa della gioia il suo obiettivo concreto.

Una delle domande fondamentali che possiamo porci su qualsiasi tipo di attività o di esperienza umana, compreso l’amore, riguarda il suo scopo: qual è il fine a cui tende? «L’aspirazione alla felicità è fondamentale per l’uomo; è il movente di ogni gesto. La cosa più desiderabile al mondo, la più complessa, la più chiara, è non solo che si vuole essere felici, ma che non si vuole essere altro», scrive sant’Agostino. Una semplice analisi dei motivi e del fine di tutte le azioni umane dimostra che, pur sussistendo innumerevoli obiettivi direttamente connessi con le attività o con le professioni che gli uomini esercitano, il fine ultimo – cui tutti gli altri sono subordinati – consiste nell’evitare il dolore e nel raggiungere uno stato di gioia. Che si riesca o meno a evitare definitivamente il dolore e a raggiungere tale stato, è un’altra questione; ma in realtà, se si risale alle origini dei moventi che spingono tutti gli uomini ad agire, si scoprirà che lo stesso movente di base è uguale per tutti. Nel perseguire il male o il bene, è sempre la felicità che cerchiamo. Il male promette la felicità e porta invece la sofferenza; il bene, che implica il ricorso alla disciplina e alla forza di volontà, sembra offrire solo dolore, ma alla fine porta sempre una gioia durevole.

Quella che si affermerà sarà dunque un’educazione alla gioia da intendersi come continuo perfezionamento di se stessi nel servizio al prossimo. Un’educazione continua alla condivisione e alla cooperazione in grado di tradursi in agape, altro termine greco impiegato nel Nuovo Testamento per indicare un amore oblativo che offre se stesso perché l’altro progredisca e migliori. Fa riferimento all’amore di Dio per l’uomo e all’amore dell’uomo per Dio e per il prossimo. È un amore dinamico e insieme contemplativo, in grado di cogliere il senso delle cose chinandosi interamente sulle cose stesse, con tenerezza, dedizione, ossia stimando e ascoltando ogni realtà, dalle più appariscenti alle più umili, dalle più grandi a quelle cui nessuno sembra dare importanza. Questo amore è l’esito di uno sguardo compassionevole sul mondo, profondo e umile insieme: «Chi vuole essere il primo tra voi si faccia servo di tutti» (Mc 10, 44). La felicità insita in questo amore non consiste nel sentimento in se stesso, ma nella gioia che il sentimento porta. L’amore vero dà gioia. L’amore che ho per il Maestro non potrebbe esistere senza la gioia. La vera esperienza dell’amore – come per esempio si esprime nel rapporto fra il discepolo e il suo Maestro – è sempre accompagnata dalla gioia.

È di agape che il Cristo parla quando afferma «Il mio comandamento è che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 12-13). È probabile che il Maestro abbia sorriso nel pronunciare queste parole di altruismo universale. Un sorriso meraviglioso al di là di ogni parola, espressione di un amore inclusivo e senza limiti, che si manifesta e si irradia come un sole che illumina e riscalda tutto ciò che gli sta intorno. Un sorriso che dà speranza e conforto in un contesto di vita segnato profondamente dall’umiliazione e dal dolore. Di quest’esperienza umana ci sono tante specie, e lì si raccolgono tutte, dalla malattia alla miseria, all’ingiustizia, all’esclusione, immerse poi nel fermento di una grande e inquieta attesa messianica. Ebbene, il Maestro opera proprio in quel mondo di umiliazione e in quel dolore, e si rivela lì come amore. Con meraviglia i miseri si accorgono di essere guardati, anzi cercati da questo personaggio che mostra di avere cuore aperto proprio a loro. Un cuore sorretto da potenza, mai usata però secondo le disposizioni dell’uomo ordinario, per moltiplicare denari e schiavi; potenza proprio per questo sprecata agli occhi dei “grandi”. Perché a chi serve che un lebbroso sia guarito e uno storpio risanato, nell’economia del mondo? Perché ridare la mano guarita a uno che forse domani la userà per rubare? L’operato del Maestro è tanto strepitoso nel dono quanto incomprensibile ai più, è contraddistinto da un altruismo universale, che può benissimo capovolgere ogni logica umana. Un altruismo e un’apertura all’altro su cui è bene riflettere, dal momento che vivere insieme come una sola famiglia è l’unico futuro che l’umanità può avere.

 

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