Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Ottobre: 2019
L M M G V S D
« Set    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

Login


a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 53,10-11)

Il testo è il terzo dei quattro cantici del Servo ed è letto anche durante la liturgia del Venerdì santo. In esso sono descritte alcune sofferenze della passione del Servo, e inizia con un’affermazione sorprendente: “Al Signore è piaciuto prostralo con i dolori”. E’ impressionante quest’atteggiamento crudele, lontano da ogni sentimento di umanità. E’ un comportamento ben lontano da quello che si attende da Dio.

Anche la motivazione lascia perplessi: “Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione (…) si compirà per mezzo suo la volontà del Signore”. Se riparare un danno, se pagare un debito altrui, è un bellissimo gesto e rappresenta un esempio di generosità gratuita, perché Dio deve avvalersi del compiacimento di “prostrarlo con dolori”? Era necessario tutto questo? Non c’era un’altra maniera, un cammino meno crudele?

Il servo caricherà su di sé le conseguenze delle colpe di ogni persona e dell’umanità intera. Esse sono l’indifferenza, il disinteresse, la svalutazione, il disprezzo e il rigetto di tutto quello che il Servo stava indicando come cammino di Dio per attualizzare la salvezza nel presente.

Perché e cosa porta a questo atteggiamento di rifiuto? Senza entrare troppo nel merito si può affermare, in linea generale, che le cause sono molteplici e diverse: interessi personali, lobby, manipolazioni da parte del potere costituito, ecc. Tutte riconducibili ad un’idea sbagliata di Dio o alla volontà di non riferirsi correttamente a Lui e al suo progetto di salvezza per tutti.

Oltretutto, il Servo indicava le condizioni affinché le persone e il popolo potessero scoprire il tesoro del regno di Dio, nel vissuto fraterno e conviviale, come anticipo del regno ultimo e definitivo che Dio stesso instaurerà, in forma completa e stabile, alla fine dei tempi.

L’atteggiamento di rifiuto, molto violento e drammatico nei confronti del Servo, manifesta la realtà e la forza sconcertante del peccato. Perciò quest’ultimo, prima di essere un comportamento contrario ai comandamenti e alla legge di Dio – una trasgressione -, è il modo sbagliato di porsi davanti a Dio per i motivi su indicati.

Un salmo esprimerà la seguente preghiera: “Contro di te – Dio – contro te solo ho peccato” (Sl 50,6). Il peccato, prima di essere un comportamento inadeguato, è di ordine strutturale e denota il falso rapporto con Dio; è di ordine teologico, prima che etico.

Il peccato ha così gravemente distorto e deformata l’idea di Dio che persone e popolo ritenevano inganno, presunzione, pazzia le indicazioni e le proposte del Servo. Per loro il Servo li avrebbe condotti a rinnegare Dio, e lo accusano, addirittura, di essere come un senza Dio. Peggio ancora è la sua pretesa familiarità con Dio! Era veramente insopportabile, meritevole del massimo rifiuto ed era giusto “prostrarlo nei dolori”.

Come mai “Al Signore è piaciuto prostrarlo nei dolori”? Una possibile risposta è perché, davanti al Padre, il Figlio rappresenta l’umanità peccatrice, che volontariamente assunse su di sé con il battesimo nel Giordano. In tal modo Dio manifesta il suo giudizio, la sua ira sul peccato, il suo rifiuto radicale.

E Gesù, non piegandosi al dominio del peccato – rinnegare quello che ha detto e fatto per adeguarsi alle attese di chi lo stava rifiutando -, e in virtù della stessa rappresentanza assunta su di sé, ripara la loro mancanza di fiducia: sacrifica se stesso per amore, e di nuovo rappresenta, davanti al Padre, tutta l’umanità peccatrice redenta. Così “si compirà per mezzo suo la volontà del Signore”.

Infatti, “il giusto, mio servo, giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità”. Il giudizio di Dio su Gesù peccatore – che non ha peccato – è tremendo e sorprendente. Esso manifesta quanto profondamente è scosso, dal peccato dell’uomo, l’intimo e il cuore di Dio.

Per Lui il peccato non è un dato scontato e inevitabile, tutt’altro e, nello stesso tempo, com’è sorprendente e liberatorio, per la persona, scoprire che Gesù non si piega al peccato, per amore della verità e come via di salvezza e di rigenerazione di ogni persona. Tale azione rende giusti, davanti al Padre, quegli stessi che lo uccidono e ogni persona che, lungo la storia, accoglie questo dono perché accetta la rappresentanza di Gesù. In lui – Gesù – la vittoria sul peccato è anche quella dell’umanità, in tutti i tempi e luoghi.

Lo stesso sangue del ripudio giustifica gli stessi che lo ripudiano, nessuno escluso,, e non c’è pensiero o progetto umano che poteva pensare qualcosa del genere. Solo l’Amore al di sopra di ogni immaginazione e attesa poteva escogitare e agire in tal senso!

Infine, “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza”. Come già accennato, non si tratta della sofferenza fine a se stessa, ma dell’amore che sostiene e motiva il coraggio e la determinazione di accettare tutto ciò che il Servo ha sofferto.

La seconda lettura riprende lo stesso argomento.

 

2a lettura (Eb 4,14-16)

Per il popolo d’Israele, in quei tempi, il sommo sacerdote svolgeva, fra le altre, una funzione indispensabile nel giorno del perdono dei peccati. Si tratta del giorno della penitenza e del digiuno che culminava con un’assoluzione generale dei peccati del popolo.

Quel giorno veniva celebrato una volta l’anno; con una liturgia specifica, solo il sommo sacerdote entrava oltre il velo che separava il luogo santissimo, dove si riteneva che Dio appoggiasse i suoi piedi. Il sommo sacerdote vi entrava con grande timore perché stava alla presenza diretta del Dio altissimo.

In tale luogo, una piccola stanza buia chiamato tabernacolo, anticamente era depositata l’arca dell’alleanza del Sinai poi distrutta, secoli prima di Gesù. In essa vi erano delle piastre d’oro puro che il sommo sacerdote ungeva con il pollice, intinto precedentemente nel sangue di animali sacrificati. Con tale gesto erano perdonati i peccati del popolo.

Ora questo ruolo è passato a Gesù: “abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio”. Con la sua morte il venerdì Santo, Cristo riunisce in se stesso sia l’essere sommo sacerdote che la vittima sacrificale.

Egli non offre a Dio animali quale espiazione, ma se stesso, la sua vita. Non offre il sangue degli animali, ma il suo. Con ciò non è entrato nel tabernacolo del tempio, ma in quello del cielo, alla destra di Dio Padre. Perciò, davanti alla grandezza e singolarità di tale evento, l’autore della lettera esorta: “manteniamo ferma la professione della fede” in Gesù Cristo.

Il Figlio di Dio, facendosi uomo nella persona di Gesù, solidarizzando e mettendosi a lato dei peccatori, si è reso capace di “prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi (…)”. Perciò ha sentito nella propria pelle l’ampiezza e la consistenza della debolezza umana, ha sofferto quello che essa porta con sé in termini di limite, mancanza, insoddisfazione, ansia, inquietudine, vuoto e non senso, sconforto, stanchezza, dolori e ferite ecc.

“(…) escluso il peccato”. Malgrado tutte le prove, ostacoli e difficoltà che possono indurre allo scoraggiamento, alla delusione, al sentirsi defraudato, Gesù non ha mai perso la fiducia nel Padre e la promessa di instaurare il regno. Andò sempre avanti. Magari poteva anche non sapere della risurrezione dopo la morte ormai certa – in questo lo troviamo molto vicino alla nostra esperienza -, ma, con sicurezza, non dubitò della fedeltà del Padre nel compimento della promessa.

Ecco, allora l’esortazione: “Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia (…)”. Il trono della grazia consiste nel fatto che “… Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù,” (Ef 2,6). Accogliendo con fiducia il dono degli effetti della sua morte e risurrezione percepiamo, nel profondo del cuore, che siamo in lui e con lui già partecipi della gloria di Dio, come se fossimo seduti con lui nel cielo.

“(…) per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno”. In effetti, a causa della debolezza propria dell’essere umano, non mancheranno prove e tentazioni, sino ad arrivare al punto di pensare seriamente di abbandonare tutto ma, in un processo di avvicinamento sincero e fiducioso, non mancherà in quel momento l’intervento della misericordia del Signore, così “da essere aiutati al momento opportuno”, per riprendere il cammino e non cadere nel peccato.

Sarà un momento molto importante, un salto qualitativo della propria vita, sullo stile di quello indicato dal vangelo.

 

Vangelo (Mc 10,35-45)

“Si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni (…) dicendogli: ‘Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra’”. Stavano pensando al loro futuro una volta instaurato il regno di Dio, con l’arrivo di Gesù a Gerusalemme come re e Messia. Gesù è sorpreso dalla richiesta, perché rivela che non hanno capito nulla di ciò che accadrà, e risponde: “Voi non sapete quello che chiedete”.

Gesù e i discepoli sono su due lunghezze d‘onda ben diverse, due mondi opposti. In questo frangente è impressionante comprendere la solitudine di Gesù, come anche la tenacia e la pazienza nell’istruire e far capire agli apostoli il contenuto delle sue affermazioni, il cammino e il tragico finale che lo attende.

A questo punto pone loro due domande in ordine al suo futuro battesimo e al calice che dovrà bere, riferendosi in tal modo alla sua morte in croce. I due apostoli rispondono affermativamente, senza la minima comprensione di tutte le sue allusioni.

Gesù risponde “Anche voi berrete e (…) sarete battezzati”, ossia passerete per il martirio che fra poco Lui stesso affronterà con l’arrivo a Gerusalemme, ma non è di sua competenza rispondere positivamente alla loro richiesta, perché sedere alla sua destra e alla sinistra “è per coloro i quali è stato preparato”.

Gesù si riferisce a quelli che comprendono e s’identificano con la sua missione e la sua persona. Essi continueranno la missione e agiranno in suo nome e, pertanto, patiranno la stessa fine e lo stesso destino – alla sua destra e alla sua sinistra nel regno -. Non si tratta di prestigio, di potere, di predestinazione, ma di sintonia e fedeltà al volere di Dio Padre.

Gli altri discepoli reagirono indignati, segno che partecipavano delle stesse attese. Si può immaginare la tensione e la confusione fra loro. Gesù coglie l’opportunità per istruirli, specificando come ciò che loro pensano e vogliono li porterebbe a opprimere e dominare la gente, come fanno i capi e le autorità che li governano. A nulla servirebbe la loro missione, anzi sarebbe contraria a quella che Gesù propone.

Perciò, rende comprensibile una nuova impostazione “Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”. Non c’è da meravigliarsi che siano rimasti sorpresi, delusi e anche increduli: ha capovolto le loro aspettative, anche se non era la prima volta.

Diventare grande e primeggiare è l’ambizione e la meta di molti. Una vita di successo, con l’approvazione generale, si misura con tali criteri e, nell’opinione comune, la maniera di arrivarci è il contrario da quella indicata da Gesù. Perciò questi si premura di porre se stesso come esempio e punto di riferimento: “Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

Farsi servo non vuol dire di esporsi e conformarsi all’arbitrarietà e all’abuso altrui, ovvero al farsi schiavo rispetto ad atteggiamenti che, normalmente, il padrone dell’epoca esercitava. E’, invece, porsi al servizio della causa del regno, della rigenerazione della persona e della società nella pratica della giustizia e del diritto, in sintonia con le esigenze dell’alleanza.

Per raggiungere tale obiettivo è necessario “dare la propria vita in riscatto”, anche nella forma più estrema, come mostrerà Gesù con il suo arrivo a Gerusalemme e con la sua passione; è questo il modo con cui Cristo raggiunge il primo posto e diventa grande.

La consegna, il dono di se stesso, è prendere possesso della risurrezione. C’è qualche cosa di più grande, e che meriti il primo posto? Ogni gesto e momento di amorosa consegna di se stesso per il bene di ogni persona, e particolarmente dei poveri e disagiati, significa stare al primo posto, essere grande agli occhi di Dio. Ed è partecipare in anticipo, già oggi, della risurrezione.

 

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento