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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 31,7-9)

L’agire del Signore nei confronti delle vicende del popolo eletto è motivato dalle sue stesse parole: “perché io sono un padre per Israele, Èfraim è il mio primogenito”. Il cuore di Dio è pieno di gioia nel ristabilire la sua paternità con il popolo; quest’ultimo, di pari passo, quel particolare e speciale aspetto della figliolanza che è la primogenitura con il suo Dio.

Il popolo ritorna alle condizioni in cui si trovava prima dell’allontanamento da Dio, a causa dell’esilio in terra straniera subito per aver rinnegato l’alleanza e abbandonato il cammino del Signore, seguendo altre vie. Certamente l’esperienza dell’esilio fu motivo di grande sconcerto.

L’aver sfiduciato la promessa, e l’aver deviato dal cammino che avrebbe portato al suo compimento, per seguire altre proposte, l’essere stato sedotto e ingannato da esse, ha precipitato il popolo nella delusione e nello sconcerto; rimanendo senza strada né meta: era come un orfano senza speranza.

Molti di loro si erano dispersi, ma è rimasto un “resto d’Israele”, un gruppo di persone che hanno mantenuto viva la loro identità e la loro speranza, memore della tradizione e della promessa fedele del Signore all’alleanza. Ciò deve aver motivato l’insistente supplica di salvezza.

La compassione e la misericordia di Dio rispondono positivamente: “Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra” nelle quali si erano dispersi. Si tratta di una dispersione non solo geografica, ma di smarrimento interiore. L’azione del Signore è attenta al bisogno e alla sofferenza di ogni persona, qualunque ne sia la causa, a condizione che resti viva, almeno, un minimo di speranza.

Con essi il Signore forma un nuovo popolo, rinnovato e trasformato, includendo chi era ritenuto indegno perché peccatore o impuro: “fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il “resto” diventerà una grande nazione “(…) ritorneranno qui in grande folla”.

Non è difficile immaginare la gioia di Dio dopo la delusione e l’amarezza dell’allontanamento. L’entusiasmo è rivolto a tutti, indistintamente: “Innalzate canti di gioia per Giacobbe, esultate (…) fate udire la vostra lode e dite: ‘Il signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele’”.

Il Signore esalta il nuovo popolo come “la prima delle nazioni”, come riferimento e modello per gli altri affinché si sentano motivati e attratti a imitarlo, stabilendo a loro volta l’alleanza e assumendo il cammino corrispondente. Allora sarà la pace universale e la manifestazione piena della Signoria di Dio sulla creazione.

Il nuovo popolo diventa segno di speranza per tutti gli altri, a dispetto delle sfavorevoli e tristi condizioni in cui si trovano; basta solo dirigere lo sguardo e il cuore alla nuova realtà che sta sorgendo, per la grazia e la fedeltà del Signore alla sua promessa.

Gli sfiduciati, i disperati, quelli che hanno davanti a sé un futuro tenebroso e senza speranza, possono incontrare una luce, dare un nuovo significato alla propria vita e, da quel momento, incontrare la felicità ed esultare nel Signore, per la sua sorprendente e inesperta misericordia.

“Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”. Il contrario della tristezza è la gioia: tristezza per aver perso tutto, gioia per aver riacquistato, con abbondanza, ciò che si riteneva irrecuperabile; infatti il testo recita: “li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada diritta in cui non inciamperanno”. Sarà un rinnovamento, una trasformazione sorprendente, come il cominciare una nuova vita. Camminando umilmente con il Signore e rispettando, con determinazione e cuore sincero, le esigenze dell’alleanza quale autentico popolo di Dio, come il Signore desidera, avranno un futuro di pace e soddisfazione.

Ecco, allora, il motivo dell’allegria e dell’esultanza: l’aver accolto l’azione di amorosa misericordia del Signore diventa esperienza di salvezza e motivo d’allegria senza fine. Ma, purtroppo non sarà così per sempre! Tuttavia,nonostante le ripetute infedeltà del popolo, il Signore non desisterà da essere “un padre per Israele” e pretendere di fare di esso “il mio primogenito”.

L’invio del Figlio nel mondo, affinché svolga la funzione di sommo sacerdote a favore di tutta l’umanità, sarà l’azione decisiva e definitiva della Trinità per raggiungere tale obiettivo.

Questo e il tema della seconda lettura.


2a lettura (Eb 5,1-6)

Nel testo si fa riferimento a Melchìsedek, sommo sacerdote dell’Antico Testamento, che “scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio”. Di lui si pone l’accento su una caratteristica fondamentale della sua persona: “è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore (…)”.

E’ importante notare che a lui non è richiesta la perfezione della conoscenza e della condotta, ma il necessario per percepire l’ignoranza della legge da parte degli altri – del popolo – e la coscienza delle proprie imperfezioni e degli errori, “(…) essendo anche lui rivestito dei debolezza”.

La debolezza, il limite, non sono presi in considerazione per umiliare, deprimere, svalutare e considerare indegna la persona, ma per sorreggere e muovere la compassione, in virtù della quale si possono comprendere gli errori e le debolezze altrui. Un aspetto negativo della propria persona e condotta diventa un riferimento positivo a beneficio del popolo.

L’umiltà del sommo sacerdote lo rende atto a svolgere la missione cui è chiamato: “egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo”. Si tratta del sacrificio di espiazione per il quale, in una corretta liturgia, con il sangue di animali sacrificati – in sostituzione del sangue di chi trasgredì l’alleanza – sono perdonati i peccati del popolo e dello stesso sacerdote, ottenendo la giustificazione davanti a Dio.

La condizione di sommo sacerdote è attribuita da Dio per una chiamata specifica, come fu per Aronne. Nessuno può appropriarsi il diritto di costituire se stesso o altri a tale ufficio: “nessuno attribuisce a se stesso quest’onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne”. Presiedere la liturgia nel giorno del perdono, con il sangue degli animali sacrificati, è proprio del sommo sacerdote.

La missione del sommo sacerdote è riassunta, reinterpretata da Cristo. Con il sacrificio sulla croce unisce nella sua persona, allo stesso tempo, la vittima e il sacerdozio. Non offre il sangue degli animali, ma il proprio; sacrifica non degli animali, ma se stesso. Non entra nel tabernacolo del tempio, ma svuotandolo – infatti il velo che separava il tabernacolo da tutti si squarcia – entra nel tabernacolo del cielo, alla destra del Padre.

L’evento ha un effetto retroattivo, fino ad Adamo, e vale per tutte le generazioni future, sino alla venuta del Risorto. Il suo effetto è attualizzato per la fede nella Parola e nei sacramenti (questi ultimi non sono altro che la Parola efficace). Non sarà ripetuto annualmente, come nell’Antico Testamento, ma nei sacramenti del battesimo, dell’Eucaristia, dell’unzione degli infermi e nella riconciliazione, esigendo per l’efficacia soggettiva, la fede nella Parola.

Agli occhi del Padre e dello Spirito l’evento conferisce a Gesù la condizione di sommo sacerdote. Infatti, “Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote (…)”, giacché si consegnò per amore, non in virtù di un incarico da compiere per obbedienza, costi quel che costi. Egli non si attribuisce altra missione che quella di essere fedele all’amore per l’umanità, in sintonia con la volontà del Padre e la dinamica dello Spirito.

La forza e il potere salvifico stanno appunto nell’amore. La sua qualità fa sì che il suo corpo martirizzato sia generato a nuova vita con la risurrezione: “(…) ma colui che gli disse: ‘Tu sei mio figlio,oggi ti ho generato’”. L’essere generato non si riferisce all’incarnazione, ma alla risurrezione; essa è la nuova vita nella quale l’umanità è, oggettivamente e continuamente, rigenerata. L’“oggi” consacra la permanente azione di Dio nella storia, fino alla venuta del Risorto, quando consegnerà il regno al Padre affinché Dio sia “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Gesù Cristo è prefigurato nella singolare persona di Melchìsedek, sacerdote e re della pace, che presentandosi ad Abramo lo benedice in nome di Dio: “Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek”. Melchìsedek è senza padre né madre, senza discendenza, non ha inizio né fine, né apparirà più nella bibbia; questo misterioso personaggio è unicamente ed esclusivamente rapportato a Dio altissimo.

L’unica e singolare figura di Gesù incontrò il cieco mendicante, come è narrato nel vangelo, e considerò l’atteggiamento di rifiuto che era esercitato nei suoi riguardi e gli ostacoli posti dalla gente.

 

Vangelo (Mc 10, 46-52)

Gesù uscendo da Gerico si trovava “insieme ai suoi discepoli e a molta folla”. Tutte queste persone costituiscono una barriera al cieco che vuole arrivare davanti a Gesù. Le parole che rivolgono allo stesso, dopo che Gesù aveva disposto che lo chiamassero – “Coraggio! Alzati, ti chiama!”-, suscitano molta perplessità perché sembrano proiettare sul cieco la deficienza del loro rapporto di coraggio e di fede in Gesù.

In effetti, “Molti lo rimproveravano perché tacesse”. Il cieco non aveva bisogno di coraggio né che Gesù lo chiamasse. Coraggio ne aveva da vendere al punto da sfidare il loro rimprovero; infatti “egli gridava ancora più forte”. Proprio lui stesso stava chiamando Gesù con grida insistenti: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”.

Quando e come il cieco è arrivato a quello che Gesù riconoscerà come fede, non è esplicitato, il racconto non lo dice. Direttamente o indirettamente, quello che ha udito dal o sul Messia ha inciso profondamente nel suo mondo interiore. Gli mancava solo di trovarsi davanti a lui, e la circostanza gli stava offrendo un’opportunità che non voleva assolutamente lasciarsi sfuggire.

Ecco, allora, la supplica accorata: “abbi pietà di me!”. Sono parole che invocano l’atteggiamento paterno, pieno di compassione e di amore, verso il figlio che ritorna alla casa dopo averla lasciata per intraprendere una vita dissoluta e disastrosa. La pietà consiste nell’essere accolto di nuovo nella casa e reintegrarsi nella famiglia, con l’amore che solo un padre sa donare.

La risposta di Gesù, “che cosa vuoi che io faccia per te?”, può sembrare retorica. Gesù sa bene quello che il cieco vuole, ma preferisce cogliere l’opportunità di evidenziare come la trasformazione del mondo interiore del cieco – legato alla condizione di peccatore, per la teologia del tempo – diventa certezza dell’evento di purificazione, perché trasformato e rigenerato dalla parola e dall’insegnamento di Gesù, al punto da considerare la liberazione associata al ritorno della vista: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”.

Non si tratta semplicemente di credere nel potere di cura che Gesù manifesta con miracoli sorprendenti e a volte spettacolari: quello che risalta è il potere profondo e radicale della verità rigenerativa della sua parola, in virtù della quale si offre la possibilità di percepirsi come nuova persona. È quello che Gesù conferma con la risposta: “Va, la tua fede ti ha salvato”. Fiducia nella sua persona ma, ancor più, nel potere della sua parola.

La scena è l’epilogo del misterioso processo di conversione. Arriva al suo punto finale con la necessità di stare davanti a Gesù, di arrivare alla sua presenza, contro ogni ostacolo e opposizione della gente, affinché imprima il timbro di autenticità in quello che stava succedendo nel cieco. Paradossalmente, nulla di tutto ciò stava succedendo in quelli che circondavano Gesù e gli stavano vicini.

La conclusione ha un seguito: “E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo da strada”. Non ritorna nel luogo di prima, ove “sedeva lungo la strada a mendicare”, ma entra nel nuovo cammino, per continuarlo con Gesù, per formare il nuovo popolo sulla scia della prima lettura, avendo anche lui sperimentato gli effetti del sommo sacerdozio che si manifesterà, pienamente, sulla croce.

 

 

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