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Sul nostro sito abbiamo pubblicato numerosi articoli sul tema della crisi economica e sociale che investe la comunità globale. Molte volte si è trattato di analisi oggettivamente difficili da comprendere a causa della scarsa conoscenza che si ha dei termini economici e finanziari.
Questo articolo di Andrea Braggio, scevro da ogni tecnicismo, ci presenta la triste realtà in cui siamo immersi, intrisa di concetti che ci allontanano sempre di più dal superamento delle ingiustizie e dalla costruzione di una società universale a misura d'uomo.
Andrea Braggio non si limita solo a spiegare i meccanismi che stanno alla base dei nostri rapporti: ci indica l'unica via da percorrere per sconfiggere le menzogne del dio mercato e gli inganni della cultura dominante.
       
Articolo di Andrea Braggio

Siamo dentro una crisi epocale che non è soltanto di natura economica e finanziaria, ma soprattutto culturale, di senso dell’esistere umano e comunitario. Una società globale come la nostra, ormai manipolata e gestita dai mercati finanziari come mai era accaduto in precedenza, ha determinato un degrado antropologico e dei costumi di vita di cui non siamo ancora del tutto consapevoli. Le crisi sono però anche opportunità di discernimento, dove tutti possono sentirsi sfidati a raccogliere la grande domanda sul senso del vivere in una società che ha assunto, in tutte le sue manifestazioni, un carattere mercantile e che considera la solidarietà un optional di lusso che viene lasciato alla gratuità generosa dei singoli.
                                                        
Nel precedente intervento ho considerato il termine solidarietà, che rimanda a una concezione in cui l’altro è visto come una risorsa e una ricchezza potenziale in grado di contribuire al bene comune. Deriva da un termine della fisica meccanica, solidale, strumento che serve per tenere insieme due parti che tendenzialmente sarebbero destinate a separarsi. L’asse che tiene insieme due ruote è un solidale. Rimanda poi a una serie di significati connessi al vocabolo solido (dal latino solidus, massiccio), dunque a ciò che dà robustezza, vigore, resistenza ai legami. Fa riferimento alla coscienza viva e operante di partecipare ai vincoli di una comunità, condividendone le necessità, in quanto si esprime in iniziative individuali o collettive di sostegno morale o materiale. Il termine solidarietà evoca una costitutiva relazionalità che, oltre a definire l’essere dell’uomo, implica che l’esistenza umana si articoli in un fecondo interscambio, che dà luogo allo sviluppo di una reciprocità arricchente segnata dal disinteresse e dalla gratuità. È spesso l’espressione di un atteggiamento interiore dove alla logica del possesso si sostituisce quella della comunione interpersonale e della condivisione delle cose.

Ho poi impiegato il termine risorsa per indicare l’altro, ma – come ricorda Riccardo Petrella – occorre fare attenzione nell’uso di questo vocabolo, accettato, generalizzato, fatto proprio anche dal mondo dell’educazione. La priorità accordata ai valori e ai criteri dell’economia di mercato si è infatti tradotta nell’affermazione di una cultura dove la persona umana è diventata una “risorsa umana”, allo stesso titolo delle risorse naturali, energetiche, tecnologiche e finanziarie. È quella che Petrella definisce la prima delle cinque trappole dell’educazione. Aver accettato la riduzione della persona umana a “risorsa umana” significa aver imprigionato ogni aspetto della persona umana, e non solo il lavoro, nella logica della produzione. Il diritto all’esistenza di una “risorsa umana” è condizionato dalla sua utilità per il sistema produttivo. Una “risorsa umana” non redditizia è immediatamente scartata, eliminata; quando non è impiegabile, utilizzabile, non ha alcun valore. L’ideologia neoliberista ha mirato negli anni a trasformare l’educazione secondaria superiore e universitaria in strumento messo al servizio della competitività di mercato. Oggi questa “risorsa umana” ha perso il senso dell’essere e del fare insieme, e la sua priorità – spiega ancora Petrella – è data agli itinerari individuali (la mia formazione), alle strategie di sopravvivenza individuali (il mio impiego, il mio reddito), ai beni individuali (la mia auto, il mio personal computer), considerati come l’espressione fondamentale e insostituibile della libertà.

Al di là delle ragioni di ordine strettamente economico-sociale che rendono evidenti i limiti della prospettiva neoliberista, vi sono ragioni ben più radicali di carattere antropologico ed etico per respingerla. Sono ragioni connesse cioè alla visione individualistica dell’uomo da cui essa trae origine. La storia contemporanea si è finora orientata in direzione di una costante affermazione dell’individualismo su scala globale. Da un lato l’individualismo è stato identificato con la crescita dell’autonomia, dei diritti, della libertà di espressione e di opportunità. Dall’altro, è stato fortemente associato al distacco dalla società e a una scarsa solidarietà con il prossimo. Nel XIX secolo gran parte del pensiero francese caratterizza l’individualisme come separazione e isolamento dell’individuo da ideali a sfondo sociale e solidaristico. In seguito il termine viene associato al darwinismo sociale: gli individui sono destinati a entrare in spietata competizione tra loro e solo i più intraprendenti e meglio preparati possono sperare di prevalere. Questa norma di vita, così tipica di un certo fiero e arrogante individualismo anglo-americano che ha costruito imperi e celebrato i meccanismi di un mercato libero da restrizioni, ha sempre più risonanza. L’imperativo della competitività porta l’economia a subordinare sempre di più il ruolo e le funzioni degli esseri umani alle necessità e alle esigenze della commercializzazione e delle nuove tecnologie. Negli anni ’80 del Novecento l’individualismo riceve nuova vitalità dai trionfi politici di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, dalla diffusione del neoliberismo in tutto il mondo e dello sviluppo di una cultura basata quasi esclusivamente sull’interesse personale, l’ambizione egoistica e il rapido arricchimento individuale.

I fondamentalisti del neoliberismo recuperano il pensiero di Thomas Hobbes, Charles Darwin e Friedrich Nietzsche deformandolo secondo i loro scopi, diffondendo una cultura secondo la quale più grande è la competitività di una impresa, di una regione o di un paese, più grande sarà la sua possibilità di sopravvivenza. La mancanza di competitività significa essere esclusi dal mercato, non aver alcun controllo sul futuro e rimanere sottomessi alla dominazione del più forte. Il benessere individuale e collettivo socio-economico, l’autonomia e la sicurezza di un paese sono considerati dipendere dal grado di competitività. Aggressivi nella loro teoria e ciechi nel loro approccio, questi teorici – assieme ai loro seguaci – contribuiscono così a costruire e diffondere un immaginario potente che ha oramai fatto presa su uomini e donne di ogni paese. Persone che oggi valutano la vita secondo il prima difettoso dei mercati e, nello sminuire la portata dell’attuale crisi, pensano che presto torneremo a “crescere” come nulla fosse. Non hanno la più pallida idea che ci stiamo avvicinando a un definitivo punto di rottura con il passato, che richiede una nuova “economia-mondo”, fondata su una forte presa di coscienza della mondialità dell’esistenza, dell’unità antropologica dell’umano e della globalità dell’ecosistema Terra da cui tutti dipendiamo. Un’economia in grado però anche di proteggere la sfera locale, soprattutto in riferimento alla crisi alimentare in corso, di recuperare quel “piccolo e bello” cui si richiama Ernst Friedrich Schumacher; di ripartire insomma da quel microsistema vitale denominato comunità, termine che rimanda a una dimensione di comunanza e di unione (a communitas e a unitas), la concorrenza tra gli appartenenti della quale – ricorda Pietro Barcellona in un recente articolo dal titolo Economia del noi – è una condizione non certamente felice del loro stare insieme, che dovrebbe invece essere ispirato alla solidarietà e alla condivisione reciproca. Diventerà sempre più chiaro il fatto che occorrerà ricreare degli spazi di libertà e comunitarismo grazie ai quali favorire la promozione di valori condivisi e suscitare la rinascita di una sfera pubblica di cittadinanza attiva, legata a una democrazia partecipativa e più diretta, l’unica in grado di permettere alle persone di decidere da sole su ciò che le riguarda, in un’ottica di sussidiarietà.

Di tutt’altro parere è il neoliberismo, chiuso a ogni prospettiva sociale nella misura in cui, fedele al suo intrinseco riduzionismo, può analizzare la società soltanto a partire dall’individuo e la concepisce solo come una somma di individui e di utilità individuali. La nozione di bene comune, ossia di un bene il cui godimento si situa a monte di ogni possibilità di divisione, è ai suoi occhi priva di senso. Che sia chiaro una volta per tutte: il neoliberismo non ama sentir parlare di bene comune. Tutto ciò che riconosce è una diversità di aspirazioni egoistiche e interessate: ci sono valori liberali, ma non esistono valori comuni o un progetto collettivo che possa legittimamente articolarsi su di essi. La concezione individualistica che anima la prospettiva neoliberista privilegia il fare e l’avere sull’essere. La realizzazione umana viene identificata con la semplice espansione del benessere economico e con l’acquisizione di un potere incondizionato sulle cose. L’onnipotenza soggettiva tende così a coniugarsi con l’esercizio del dominio nei confronti del mondo naturale, ridotto a mero oggetto di conquista da parte dell’uomo. Produrre di più per consumare di più è divenuto il vero obiettivo dell’esistenza, al quale viene sacrificato ogni altro valore. I rapporti umani e con la natura hanno subito i contraccolpi di questo processo, finendo per essere assorbiti entro una prospettiva radicalmente funzionale che li destituisce del loro significato interiore. Ha preso il sopravvento un modello di razionalità strumentale per il quale ciò che conta è il calcolo e la misurazione quantitativa delle potenzialità della natura in vista della sua permanente trasformazione-asservimento. La conoscenza è del tutto funzionale all’esercizio del potere da parte dell’uomo e il criterio utilitarista diviene il metro ultimo dell’agire umano. La cosa drammatica è il fatto che le logiche che hanno esaltato la produttività e il consumo come parametri fondamentali della crescita umana – frutto di una cultura dell’efficienza mercantile – si sono estese dall’ambito economico a tutti gli altri aspetti dell’esperienza umana. Proprio a causa di ciò, stiamo assistendo nell’Occidente industrializzato a una grave e profonda dequalificazione della vita, a un impoverimento materiale e spirituale insieme.

Oggi siamo però più consapevoli che la realizzazione del singolo è intimamente e creativamente legata a un progetto collettivo; non, come nelle grandi dittature, tramite la subordinazione al controllo statale, o l’annichilimento della volontà individuale, ma piuttosto come anelito a collocare la realizzazione e la libertà individuale in un contesto socialmente responsabile. Stanchi del degrado cui stiamo assistendo, ci domandiamo se la commercializzazione di ogni aspetto delle nostre vite, se l’egoismo e il culto della competitività che svilisce la cooperazione, rappresentino davvero la risposta efficiente ed efficace non solo ai problemi del nuovo “mondo globale”, ma anche al nostro stesso desiderio di vivere una vita familiare serena. Ci domandiamo come possa prospettarsi un’etica pubblica in un contesto in cui l’intera società è spinta a cercare vie individuali per soddisfare i propri bisogni; come abbia potuto il mercato divenire la sola storia che conta e che determina lo sviluppo economico e il benessere dei popoli e dei paesi. Siamo inoltre più sensibili al fatto che occorre andare oltre la dimensione materiale cui tradizionalmente guardano gli economisti, quella cioè della povertà-produttività-crescita, che vede come principali obiettivi della propria azione la crescita, l’aumento della produttività e l’aumento dei consumi, senza rendersi conto di alimentare delle pericolose distorsioni su altre dimensioni: la sostenibilità ambientale, che ci porta a misurarci con il limite delle risorse e il cambiamento climatico; la qualità della vita, messa in luce dai più recenti studi sulla felicità.

Gran parte dell’attenzione è rivolta all’evolversi di una grave crisi economica e finanziaria che è in fondo la conseguenza di un paradigma dominante politico-economico regolato dall’egoismo, dall’utilitarismo e dalla competizione. Quello che spesso sfugge è il fatto che l’umanità si trova oggi di fronte anche e soprattutto a una triplice convergenza di crisi – del clima, dell’energia e del cibo – che minaccia seriamente la sua sopravvivenza: il problema del riscaldamento globale che richiede una riduzione dell’utilizzo di combustibili fossili e delle emissioni di CO2; il problema della fine del petrolio a basso costo che ha alimentato l’industrializzazione della produzione e la globalizzazione del consumismo; la crisi alimentare mondiale come esito della convergenza del cambiamento climatico, del peak oil e dell’impatto della globalizzazione sul diritto al cibo e al sostentamento dei più poveri. Non possiamo più permetterci di considerare la dimensione materiale, la sostenibilità ambientale e la qualità della vita come tre dimensioni separate. È venuto il momento di smetterla di credere che per lo sviluppo dell’uomo sia sufficiente il contributo del progresso tecnico-scientifico, nel quale la dimensione spirituale dell’uomo è cosa marginale e la natura è spogliata dei suoi significati e ridotta a laboratorio. La natura non può più essere considerata come una miniera illimitata da cui ricavare gli input della società produttiva e contemporaneamente come discarica in cui rilasciare tutti i tipi di rifiuti. Ora che la conoscenza scientifica ha superato di gran lunga il progresso sociale e umano, l’abisso deve venir colmato, e con la massima urgenza.

Proprio in risposta a questo, stiamo assistendo in tutto il mondo all’azione congiunta di forze sociali che rivendicano il diritto a un altro divenire, ad altre forme di vivere assieme, di una nuova socializzazione e partecipazione democratica. Sono forze unite da obiettivi comuni al di là delle differenze settoriali, delle diversità nazionali e delle varietà culturali, stufe di un potere economico che considera rilevanti solo il denaro e le merci. L’elaborazione di strategie comuni tra i vari gruppi e movimenti che lottano per un mondo diverso sta passando attraverso processi di dialogo e di condivisione fra loro attorno alle questioni chiave della lotta contro la mercificazione e la privatizzazione della vita. Sono gruppi che hanno inoltre compreso il rapporto assai stretto tra la povertà degli individui (in qualsiasi modo la povertà venga misurata, come basso reddito monetario o come bisogni insoddisfatti) e il loro cattivo stato di salute e di nutrizione. Con il crescente divario tra ricchi e poveri, sia tra paesi sia all’interno dei singoli paesi, e con tanti poveri che lo divengono ancora di più, le persone perdono l’accesso agli strumenti per la cura della salute e per la nutrizione: questi strumenti diventano sempre più mercificati, via via che il Welfare State svanisce e il mercato viene ovunque consacrato come risposta universale al problema della distribuzione delle risorse. Il cattivo stato della salute e della nutrizione diventa così il risultato prevedibile e «necessario» della globalizzazione guidata da un capitalismo cresciuto al di là della capacità di controllo degli Stati nazionali, il cui centro intellettuale è la Banca Mondiale, grande realizzatore delle politiche sociali che servono al capitalismo globale.

L’umanità non avrà altra scelta. In passato, un popolo dopo l’altro è caduto in rovina per aver ignorato la cooperazione e la condivisione. Laddove i forti opprimono i deboli invece di proteggerli, i ricchi sfruttano i poveri invece di aiutarli, i dotti disprezzano gli ignoranti invece di educarli, quel popolo firma la sua condanna a morte. Oggi però esistiamo in quanto comunità mondiale, e non più in quanto insiemi di raggruppamenti umani grosso modo separati gli uni dagli altri. È ormai evidente che non possiamo più considerare le economie nazionali come separate, isolate dal più vasto sistema globale. Benché il libero mercato abbia finora prevalso, non sarà più in grado di fronteggiare i cambiamenti cui stiamo andando incontro, i quali richiedono una nuova economia globale che consenta l’equa distribuzione delle ricchezze della Terra fra i suoi abitanti. Un’economia che abbia come scopo la gestione delle risorse e il controllo razionale del progresso e delle applicazioni della tecnica, per servire i reali bisogni di ogni abitante del Pianeta, invece che l’aumento dei profitti o del prestigio nazionale o le crudeltà della guerra. Il mercato è cieco di fronte alle esigenze di tanti esseri umani che aspirano a una migliore qualità della vita. E la competitività, obiettivo primario degli industriali, dei banchieri e dei poteri pubblici, sarà costretta a cedere il passo a nuovi modi di pensare e di abitare il mondo, basati sulla solidarietà, sulla cooperazione e sulla condivisione fra gli Stati.
 
 
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