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di Giuseppe Savagnone

Più che «per chi» è importante interrogarsi a livello ecclesiale su «con quali criteri» e «sulla base di quale formazione ricevuta» il cattolico si esprime con il voto

Come voteranno i cattolici? Questo interrogativo ritorna, nell'attuale campagna elettorale, con maggiore insistenza che in altre, ma ciò che con esso ci si chiede è in realtà: «per chi voteranno i cattolici?».

Noi qui vorremmo sganciarci da questa logica quantitativa, peraltro del tutto legittima in termini strettamente politici, e adottarne invece una qualitativa, che ci porta sul terreno di una riflessione ecclesiale. Dove "come" significa: con quali criteri, in base a quale formazione remota, in quale prospettiva intellettuale. Ciò dovrebbe starci a cuore, in quanto membri della comunità cristiana, molto più delle concrete scelte partitiche, perché è da questo che si misura il senso di responsabilità dei credenti verso gli altri, verso se stessi e, in ultima istanza, verso Dio. Questo è vero in particolare nell'ottica evangelica, dal momento che Gesù ha identificato il servizio reso ai fratelli, specialmente ai più deboli e ai più poveri, con quello reso alla sua stessa persona: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare (…) Ero straniero e mi avete accolto (…) malato e mi avete visitato» (Mt 25, 31 ss). Non c'è spazio, dunque, per una indifferenza religiosa delle scelte "profane", come è quella del voto. Esse, in quanto hanno una inevitabile ricaduta sugli altri, oltre che su noi stessi, riguardano Cristo, Figlio del Dio vivente, che – lo abbiamo appena sentito dalla sua bocca – ce ne chiederà conto.

Qualcuno potrebbe obiettare che degli orientamenti politici di un Paese devono rispondere coloro che sono al governo. È vero. Ma lo è altrettanto che, in un regime democratico, spetta al popolo – a noi – eleggere i propri rappresentanti e indicare da chi e come vogliamo essere governati. Ecco perché il cattolico, nel varcare la soglia del seggio elettorale, deve essere consapevole di stare per compiere un'azione che va ben al di là della sua ricaduta pratica e ha un valore spirituale.

Forse è di questo che bisognerebbe parlare di più, nelle diverse sedi in cui la Chiesa istituzionale esprime le sue posizioni. Dai loro pastori i fedeli non vogliono essere orientati verso uno schieramento o l'altro, anche perché, in quanto laici, essi hanno delle competenze che li rendono più preparati a leggere le vicende contingenti della storia e devono farvi fronte alla luce della propria coscienza. Come insegna lo stesso magistero della Chiesa: «Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero» (Gaudium et Spes, n.43).

Ciò che essi chiedono, e devono chiedere sempre di più, è invece che venga educata precisamente la loro coscienza. Lo suppone lo stesso testo conciliare appena citato: «Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione».

Ecco il punto. Quello che manca non sono direttive di voto e mobilitazioni dall'alto, ma una organica, coerente, durevole formazione che renda i credenti capaci di guardare – già da semplici cittadini elettori – alla cosa pubblica nell'ottica del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. Certo, questa formazione dev'essere ben più prolungata di quanto consenta l'imminente scadenze elettorale. Ma fin da ora, nella prospettiva di un impegno più ampio, bisognare sottolineare che un credente non può votare alla cieca, magari sulla base dell'ultimo talk show televisivo, e tanto meno per ragioni di utilità privata – sua o della sua corporazione – ma in base a una seria riflessione, secondo ciò che la sua coscienza gli dice e alla luce del concetto di bene comune proposto dalla Chiesa nel suo insegnamento. Quanto se ne parla oggi nelle nostre comunità ecclesiali? Cosa si fa in esse per «servire la formazione della coscienza nella politica e contribuire affinché cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base ad esse, anche quando ciò contrastasse con situazioni di interesse personale» (Benedetto XVI, Deus caritas est, n.28)?

In questo modo, certo, non si potranno contare i risultati. Ma si getterebbero le prime basi per un reale rinnovamento della vita politica e si testimonierebbe che la Chiesa ha davvero, come suo unico obiettivo, quello di «offrire attraverso la purificazione della ragione e attraverso la formazione etica il suo contributo specifico, affinché le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili».

 

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