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Andrea Braggio ci offre una riflessione sulla ricerca della felicità conducendoci al vero senso della nostra esistenza umana e, per chi è credente, della nostra fede.

di Andrea Braggio

Un’antica leggenda indù narra che vi fu un tempo in cui tutti gli uomini erano felici, ma essi svilirono la felicità. Brahma decise quindi di toglierla loro e di nasconderla dove gli uomini non l’avrebbero mai trovata. Si tenne un consiglio. “La felicità”, proposero alcuni, “dovrebbe essere seppellita profondamente sotto terra”. Ma Brahma disse: “No. L’uomo scaverà profondamente nella terra e la troverà”. “Ebbene, inabissiamo la felicità dell’uomo nel più profondo oceano”. Ma ancora Brahma replicò: “No, perché l’uomo scandaglierà alla fine la profondità di tutti gli oceani e certo un giorno la ritroverà e se ne impossesserà di nuovo”. “Pare dunque che non vi sia luogo sulla terra o nel mare che l’uomo non possa raggiungere”, concluse il consiglio. E Brahma disse allora: “Ecco cosa faremo della felicità dell’uomo. La nasconderemo giù nel fondo dell’uomo stesso, perché mai egli penserà di andarvela a cercare”.

Questa leggenda è simile alla situazione del povero nella cui casa è nascosto un tesoro. Finché non viene a conoscenza del fatto che esso esiste, il povero resta tale anche se il tesoro è nascosto sotto i suoi piedi. Egli non può entrare in possesso di un tesoro nascosto se non ne conosce l’esistenza o non decide di eliminare gli ostacoli che lo separano da esso. Questa leggenda ci ricorda che la felicità – la cui vera fonte è la pace interiore – è qualcosa di prezioso che riguarda il profondo dell’uomo. Possiamo senz’altro sostenere che certe cose o certe persone ci rendono felici, ma la felicità ha più a che fare con il modo in cui reagiamo al mondo esterno, è uno stato di realizzazione interiore che può mantenere un alto grado di indipendenza rispetto alle circostanze, non l’esaudirsi di un numero sterminato di desideri rivolti tutti all’esterno. Normalmente l’uomo cerca la felicità al di fuori di se stesso rincorrendo ogni genere di cose che sono incapaci di soddisfarlo davvero. Ignora così di doverla stabilire all’interno purificando e controllando la mente attraverso una sincera pratica di coltivazione interiore.

Le nazioni che hanno ottenuto un certo progresso materiale cominciano a capire che le condizioni sociali sono strettamente connesse allo stato interiore delle persone e ai loro valori di fondo. Se ci pensiamo bene, quello che accade nel mondo è la proiezione esteriore di quello che accade dentro ciascuno di noi. La maggior parte di noi vive in agitazione e in competizione, pensa e agisce in modo avido, possessivo e geloso. Ed è esattamente questo che sta accadendo nel mondo. In linea generale, e sempre relativamente al tema della felicità, stiamo però assistendo anche a una diffusa ricerca dell’essenziale che vede la ricchezza e il superfluo come una triste compensazione del vuoto di vita lasciato dalla rinuncia allo spirito. È una presa di distanza dall’atteggiamento di tanti uomini e donne che si appoggiano e si aggrappano a quello che hanno e si fermano lì, facendo della ricchezza e dei possessi un dio che risolve tutto, la loro certezza. L’episodio evangelico del giovane ricco esemplifica bene questa condizione tragica (Mt 19, 16-22). La ricchezza non impedisce a questi di osservare i comandamenti e di giungere all’incontro con il Maestro; e la ricchezza non impedisce al Maestro di dialogare con lui e di amarlo. Ma l’attaccamento alla ricchezza impedisce a quel giovane di restare con il Maestro e di trovare la vera vita. È giunto alla soglia, ma non la oltrepassa; la porta è aperta, ma il suo attaccamento gli impedisce di entrare e di comprendere il tipo diverso di ricchezza che gli viene offerta.

Fin dall’inizio della Sua predicazione in Galilea, il Nazareno si pone esplicitamente nella categoria degli anāwīm: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29). Domanda a tutti i Suoi missionari una povertà reale, gioiosa e libera (Mc 6, 8 s.). Rispetto all’uomo ordinario, la vita di molti servitori tende generalmente ad andare incontro a un cosciente processo di semplificazione, è più spoglia di quelle soddisfazioni e di quei piaceri che per la maggior parte degli uomini rappresentano qualcosa di irrinunciabile. Salire la vetta del Sentiero per progredire nel servizio e avvicinarsi al Maestro comporta il fatto di alleggerire il carico di desideri e attaccamenti che gravano sulle spalle. Un bravo servitore si distingue per la capacità di saper gestire stati mentali negativi come l’attaccamento, riducendo l’eccessivo legame verso gli oggetti, poiché ne ha compreso la natura transitoria, peritura e insoddisfacente. Ha compreso che permettere che la mente si attacchi e perciò soffra mentre sperimenta e gode delle cose significa condannarsi a un’inquietudine e a un’infelicità senza fine. L’aspetto materiale della vita è importante, ma per la maggior parte delle persone lo è troppo. Ci diamo troppa briga delle cose che passano e di piaceri effimeri, quando gioverebbe più al cuore avere una prospettiva fondata sull’impermanenza e il non attaccamento: «Ogni mortale è come l’erba e tutta la sua gloria è fugace come i fiori del campo» (Isaia 40, 6).

Molti faticano a dare un significato all’esistenza perché ignorano tutto questo, complice anche una cultura efficientista e protesa al profitto economico che non lascia spazio all’introspezione e alla ricerca interiore. Essa non vuole che ci poniamo delle domande serie sul nostro attuale modo di vivere; per non parlare di tutto ciò che è attinente alla sofferenza e alla morte, cacciato ai margini della vita quotidiana della collettività. Chi sono? Perché sono nato? Da dove vengo? Dove vado? Qual è il fine della mia vita? Tutte le persone prima o poi nella loro vita inevitabilmente si pongono queste profonde domande circa il senso della propria esistenza. Può essere che una persona incominci a porsele come risultato di un’esperienza negativa, alla quale prima o poi tutti gli uomini vanno soggetti. È chiaro che davanti alla malattia, alla morte, alla miseria o al bisogno, tutti sono portati a chiedersi il perché di certe cose. La persona che non si pone seriamente queste domande probabilmente non ha ancora iniziato il proprio processo di maturazione o, come direbbe qualcuno, in lei lo Spirito dorme ancora.

Quel che è certo è che la cultura che ha dominato finora non si auspica alcun risveglio, nessuna ricerca che dia una risposta che abbia un senso che sia legato alla propria esistenza, che incarni le azioni nel quotidiano. Questa cultura alimenta quella falsa idea di autonomia che induce l’uomo a concepirsi come un “io” completo in se stesso e che basta a se stesso. Ha invaso i pensieri e la vita di obiettivi materialistici ed effimeri, per cui si apprezza solo ciò che è utile e risponde ai bisogni immediati. Alla fine il messaggio che questa cultura manda è che quello che conta nella vita sono le motivazioni estrinseche e strumentali. Contano i soldi, il possesso di beni materiali e l’inclusione sociale: è questa la chiave di una buona vita. Nel desiderio di affermare se stessi a discapito di altri, ciò che si fa è solo per un fine individuale, per un tornaconto personale o dell’azienda che si rappresenta. Oggi, però, la drammatica crisi socioeconomica che stiamo attraversando ci costringe a prendere atto che molti schemi sono saltati, inclusa questa prospettiva portatrice di separazione fra gli uomini. Negli ultimi tempi la nostra comprensione e il controllo del mondo esterno sono aumentati e come risultato siamo stati testimoni di importanti progressi materiali; non c’è stato però un corrispondente aumento della felicità umana. Dal punto di vista umano, siamo cresciuti ben poco, caduti in pericolose forme di uso e di abuso reciproco. La terra e tutte le creature che vivono in essa non sono al servizio dei nostri interessi, né delle nostre ambizioni o dei nostri dogmi economici.

Il progresso materiale è importante per il progresso umano, ma lo sviluppo materiale che non si accompagna a uno sviluppo etico e spirituale altrettanto forte compromette la sopravvivenza di tutti. La mancanza di questo equilibrio reciproco è alla base della grave crisi che il pianeta sta attraversando. Solo quando sarà spazzata via la malsana spinta a competere, potremo gettare le basi di una società in cui ciascuno può costruire per sé e la propria famiglia un futuro sereno e creativo. Sarà questo l’inevitabile percorso su cui ci incammineremo non appena il bivio davanti a noi sarà più chiaro. L’epoca nuova nella quale ci stiamo addentrando si caratterizzerà per delle svolte radicali. Per la prima volta nella storia, l’uomo comincerà a riconoscere se stesso nell’altro, a prendersi cura di se stesso facendosi carico del prossimo. Spesso cerchiamo la felicità compiendo ogni sorta di azioni sciocche ed egoistiche, senza comprendere che rendendo felici gli altri anche noi lo saremo. Prendendoci cura di qualcuno possiamo avvertire che ci stiamo prendendo cura di noi stessi. Ogni genere di esperienza negativa e di sofferenze, ogni genere di negatività sono il risultato della motivazione egoistica riassunta dall’espressione «Voglio essere felice solo io». Da qui l’origine di ogni disgrazia, sia nella vita di una singola persona, sia in quella di una famiglia, di una comunità o di una nazione.

L’errore dell’uomo, però, non risiede tanto nel pensare a se stesso, quanto nel pensarsi chiuso al resto che lo circonda, separato da tutte le altre esistenze. La sua vita e quella degli altri, assieme ai loro interessi, sono così dinamicamente intrecciate che l’idea di un io totalmente distinto e indipendente non ha alcun senso. Lo stesso sentiero spirituale dipende dalla propria interrelazione con gli altri: è concepibile il Maestro senza i Suoi discepoli? Il Cristo è pensabile senza un’umanità da amare e servire?

Questo discorso può dunque richiamarsi al desiderio di trovare un senso al proprio stare nel mondo in un servizio prodigato agli altri, stimolando le proprie risorse positive su valori e proposte ricche di umanità, su ideali per cui battersi. È un dare senza la pretesa necessitante di ricevere altro in contraccambio. In senso proprio è amore, cioè dono senza riserve, senza costrizione, obbligo o volontà di legare. Nel pensiero cristiano, tale dimensione di apertura, che comporta l’andare al di là di se stessi senza cercare un interesse personale, è spesso l’esito della risposta a una chiamata che il cuore avverte; la risposta a un amore più alto, che mette e tiene tutto in movimento, elimina l’ignavia e la tiepidezza, non permette di tergiversare. L’apostolo delle genti esprime questo quando afferma: «L’amore di Cristo ci spinge» (2 Cor 5, 14). Paolo mostra che tutto riceve senso e bellezza dall’amore al quale Cristo invita e che, in mancanza di esso, tutto diventa inutile e senza senso. Mostra che l’amore per il prossimo, quello che mira davvero a gesti concreti verso uomini concreti, è partecipazione all’amore di Dio.

In linea generale questo amore in azione suppone di vedere nell’altro, quali che siano i suoi limiti, una persona la cui dignità è simile alla propria e che ci si metta in qualche modo al suo posto, per desiderare con lui un gesto di conforto, di soccorso, di condivisione. Il Cristo stesso si identifica in questo mondo con l’uomo nella necessità: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato; nudo e mi avete vestito; malato e mi avete visitato; in prigione e siete venuti a trovarmi» (Mt 25, 35-36). Il Maestro ha talmente condiviso la vita dei più deboli, si è talmente identificato con i più degni di compassione, che andare loro incontro significa – anche se lo si ignora – servire Lui stesso. Le parole di Matteo non sono però solamente un invito alla carità, ma anche una presa di posizione, alla luce della fede, nei riguardi dell’ingiustizia e della mancanza di fraternità fra le persone. La lotta contro la miseria e la liberazione dei gruppi sfruttati e oppressi sono animate dalla convinzione che tutti gli uomini sono fratelli e devono essere trattati come tali. La comprensione del fatto che tutti cerchiamo la felicità e vogliamo evitare la sofferenza è fondamentale per sviluppare quel senso di fratellanza che è compassione, cura e attenzione per l’altro. Teniamo presente che oggi non solo è aumentato il numero di persone che ha fame di cibo, ma anche di quelle segnate da una povertà spirituale che assume le forme della solitudine e dello sconforto: uomini e donne di ogni età che hanno fame di amore. A costoro si aggiungono quelli il cui seme del bene può essersi atrofizzato semplicemente perché non hanno avuto il calore necessario per farlo crescere.

In un modo o nell’altro, abbiamo tutti fame di accettazione, comprensione e gentilezza amorevole. Quale via migliore della condivisione per andare incontro a questo bisogno?

So bene che oggi queste sono per molti solo belle parole che trovano poco riscontro nel quotidiano. Nonostante giunga sempre un momento nella vita in cui intuisce che il miglior modo per prendersi cura di se stesso è prendersi cura degli altri, spesso l’uomo trova difficile agire in questo modo o accettare un simile approccio. Se esplora con cura i propri pensieri, può perfino rendersi conto che non c’è nessuno di cui gli importa di più che se stesso. È anche vero, però, che la relazione è lo specchio grazie al quale può vedere se stesso esattamente com’è e conoscersi. Essa gli fornisce l’occasione di migliorarsi e di esprimere il potenziale creativo che ha dentro e che si traduce in amore e interesse per gli altri.

 

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