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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 3,9-15.20)

Questo famoso testo descrive le conseguenze del peccato originale, ovvero “Dopo che l’uomo ebbe mangiato dell’albero”. Occorre da specificare che ogni persona è creata da Dio e ha in essa la vocazione di somigliare sempre più a Lui, al punto da diventare come Lui (3,5). Il serpente ha sfruttato abilmente tale desiderio e tensione per spingere Adamo ed Eva sul cammino sbagliato. Invece di lasciarsi guidare da Dio, essi hanno preferito la loro percezione e il loro criterio, sfiduciando quello che Dio aveva preparato per loro. Una volta sbagliato il cammino, la meta è irraggiungibile e subentra la frustrazione e la delusione verso se stessi.

Con il peccato, Adamo esce dall’orizzonte di Dio. Egli stesso è cosciente dell’accaduto e, di conseguenza, di essersi perso e di aver perduto Dio, al punto che lo stesso Dio “lo chiamò e disse:’Dove sei?’”. Rispondendo, si giustifica per essersi nascosto, giacché “ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”. Alla fine del capitolo due, prima dell’inizio del racconto del peccato, si legge “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna” (Gen 2,25).

La prima conseguenza del peccato è il percepire un rapporto mutato tra se stesso e Dio, nel senso di provare “paura” verso Lui, poiché la cui sintonia e amicizia è venuta meno per aver rotto il legame di fiducia e l’alleanza. Ma cambia anche il rapporto con se stesso: subentra la “vergogna”, che impedisce ad Adamo di presentarsi per quello che realmente è, ossia, una persona non affidabile, vittima della seduzione del potere e dell’auto determinazione.

Un secondo aspetto riguarda l’incapacità di assumere le proprie responsabilità, quando Dio lo pone davanti al suo stesso comportamento chiedendo: “hai forse mangiato dell’albero che ti avevo comandato di non mangiare?”. La vergogna di ammettere il proprio sbaglio lo porta a scaricarlo su Eva; infatti, risponde: “La donna che tu mi hai messo accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”, come se egli fosse vittima dell’azione di lei, con l’aggravante di insinuare una certa colpevolezza in Dio, per aver messo al suo fianco un soggetto non all’altezza del compito. Cosicché, quella che prima del peccato aveva accolto con entusiasmo, – “osso elle mie ossa, carne della mia carne” (Gen 2,23) -, ora è quasi come un’estranea: “La donna”.

Ma anche la donna entra nella stessa dinamica rispetto alla domanda di Dio; “Che hai fatto?” e scarica la sua responsabilità: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”. È un palleggio di responsabilità che evidenzia la frattura nei rapporti con se stessi, con Dio, e con il prossimo. Si è spezzata l’armonia, il senso profondo del vivere e della gioia.

È interessante notare che il serpente cammina nella polvere; “e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita”, e che “Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita”(Gen 2,7).

Ciò suggerisce che la tentazione è costitutiva dell’uomo, lo accompagnerà tutta la vita e sarà, continuamente, esposto alla sua seduzione.

Nonostante tutto, la caduta e la debolezza di ogni persona non zittisce l’ultima parola di Dio, riguardo agli esseri umani, al loro infelice stile di vita e, soprattutto, al loro destino, perché Dio stesso provvede a porre le condizioni per riappropriarsi dell’armonia compromessa.

Infatti promette: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe”. Stabilisce il rapporto irriconciliabile e irriducibile fra la stirpe di chi continuerà a lasciarsi sedurre dalla tentazione e quella , invece, che aderirà a ciò che Dio farà sorgere con il suo intervento. Si tratta di due stirpi che vivranno nello stesso mondo fino alla fine dei tempi: due mondi opposti, in eterna tensione e conflitto fra loro. Toccherà alla libera decisione di ogni persona decidere quale scegliere, dove mettersi, consapevole del conflitto che porta per tutta la durata della vita.

Ebbene, Dio farà sì che “questa – la donna – ti schiaccerà la testa e tu – il serpente – le insidierai il calcagno”. Nella lotta, fino all’estremo il serpente non desisterà dall’insidiare, ma la vittoria finale sarà di Dio. (Fra parentesi, alcuni esperti assicurano che chi schiaccerà il capo è il figlio della donna; in tal caso il riferimento sarebbe ricondotto a Gesù che, con la sua morte e risurrezione, ha vinto la tentazione e il peccato degli uomini).

In ogni caso, all’inizio della creazione la tentazione ha vinto sulla donna. Nella pienezza dei tempi, con l’avvento di Gesù Cristo, un’altra donna la sconfiggerà.

È il confronto fra Eva e Maria; l’opera sarà portata a termine nella persona di Gesù, espressione della fedeltà del Padre alla promessa originale.

 

2a lettura (Rm 15,4-9)

Il testo termina con le parole del Salmo 57: “Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome”. Il motivo della lode e del canto è mantenere ferma e solida in noi “la speranza”, per il fatto che “Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere la promessa dei padri” e per tutte le altre genti (i non circoncisi) il fatto che“ glorificano Dio per la sua misericordia”.

Tutti costoro partecipano vivamente della speranza, perché Gesù Cristo li ha accolti e redenti con l’evento della pasqua. In effetti, Egli ha donato la redenzione e la salvezza, liberandoli dall’inganno della tentazione e dalla schiavitù del male e del peccato.

Ciò che è accaduto, “è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione”. La memoria, la tradizione e l’istruzione al riguardo formano, e consolidano, la convinzione sull’identità del proprio essere in sintonia con la volontà del Padre, per mezzo di Gesù Cristo e l’azione dello Spirito. Tale identità sostiene la “virtù della speranza e della consolazione che provengono dalle Scritture”, in ordine alla causa del regno di Dio, nel presente e, allo stesso tempo, rivolta al futuro, alla fine dei tempi.

Perciò Paolo prega Dio che continui a sostenere e rafforzare la loro identità e convinzione, in quanto “Dio della perseveranza e della consolazione”; in virtù di questa qualità, “vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Gesù Cristo”. In altre parole li renda capaci di percepire il senso profondo della vita, delle gioie, delle tristezze, dei successi e dei fallimenti, delle speranze e delle delusioni, del presente e del futuro, allo stesso modo che fu per Gesù Cristo.

Si tratta, quindi, di entrare e partecipare nell’ambito divino, che l’umanità di Gesù ha manifestato nel suo agire, nello stile di vita, nelle scelte e nell’azione pastorale verso chi non aveva futuro né speranza ed era già, irrimediabilmente, condannato secondo la concezione religiosa e sociale del tempo, “perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo”.

Il fine è la gloria di Dio, ossia, la vita dell’uomo orientata verso la pienezza, nel momento in cui farà della dinamica dell’amore, ad esempio del Maestro, il suo motivo e stile di vita; e così, coralmente e comunitariamente, renderà grazie a Lui per il dono della salvezza.

La salvezza già si manifesta nel presente, operante e attiva nel comportamento e nelle scelte adeguate; infatti Paolo prosegue: ”Accoglietevi perciò gli uni e gli altri come anche il Cristo accolse voi, per la gloria di Dio”. Per questo motivo, occorre un cuore grande, libero da ogni condizionamento per i limiti, i difetti, le incapacità, la fragilità e le debolezze, le attese deluse o tradite, presenti in ogni giorno e, a volte, quando meno si è preparati.

Tale magnanimità non sorge spontanea nel cuore della persona, perché condizionata dal male e dal senso di giustizia inteso come reciprocità, scambio, compimento del dovere e richiesta di attenzione, ossia più o meno distante dal senso di gratuità che fu proprio la caratteristica del rapporto stabilito da Gesù con tutti gli uomini.

In effetti, la gloria di Dio, che crea vita e speranza agli uomini, è il suo amore incondizionato, senza altro motivo che l’amore stesso. Ed esso è tale per la pura gratuità, ossia è sostenuto dalla volontà, libera da ogni condizionamento, che possa limitare la sua manifestazione ed espansione. È questa libertà interiore di Gesù per amare che salva e redime chi accetta di essere amato, pur sapendo di non avere alcun merito da far valere.

La verità e l’efficacia di tale amore lo rendono capace di donare lo stesso amore nei rapporti con gli altri. Pertanto, l’esortazione di accogliersi gli uni agli altri, sull’esempio di Gesù, che ha accolto tutti indistintamente, non è un obbligo, un dovere o una necessità, ma il segno di fino a che punto, il Suo amore, lo ha coinvolto e trasformato realmente.

Solo la disponibilità al suo amore, e alla sua volontà, realizza ciò che umanamente è impossibile, come il testo del vangelo mostra rispetto a Maria.

 

Vangelo Lc (1,26-38)

Il testo è molto conosciuto e commentato. In virtù del singolare compito che Dio affiderà a Maria, la chiesa ritiene che, per un singolare privilegio, sia stata preservata dal peccato dei progenitori – Adamo ed Eva -, trasmesso da una generazione all’altra. Perciò, il termine di “Immacolata concezione” si riferisce al fatto che, sin dal concepimento, è preservata dal peccato originale.

È un dono singolare che Dio ha stabilito per lei, prima ancora del consenso personale. L’angelo, il messaggero di Dio, rivolgendosi a lei, la saluta e la sorprende al punto da non comprendere il senso delle parole che gli indirizza: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”.

Lo sconcerto di Maria è tale che l’angelo la rassicura – “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio”- in modo che sappia, subito, come tutto quel che segue procede dalla volontà di Dio, non per meriti o sue particolari capacità, condizioni o provenienza, ma semplicemente come dono disinteressato e gratuito che richiede la sua accettazione e consenso.

Ritengo che il dono e l’elezione non facciano di lei una super donna, come se tutto divenisse più facile, ovvio e quasi scontato rispetto a quello che farà in seguito, in sintonia con lo svolgimento della missione del Figlio.

È una donna che ha saputo fare del dono di Dio il tesoro della propria vita, meditando nel proprio cuore quello che, man mano, accadeva al Figlio, non senza i patemi e le apprensioni che comportavano l’agire e il parlare di Gesù, così sconcertante, innovativo e rivoluzionario, da suscitare le reazioni di sfiducia e rigetto estremo della gente e delle autorità, fino alla croce.

L’angelo spiega in cosa consiste il dono, la finalità dello stesso, le conseguenze sulla base della promessa di Dio e la meta; “il suo regno non avrà fine”, ossia, sarà l’inizio di un processo singolarissimo che va ben oltre ogni esperienza e considerazione umana finora sperimentata.

Gli attori principali saranno la creatura che nascerà nel suo grembo, il “figlio dell’Altissimo”, e lo Spirito Santo che “scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra”. Il Figlio e la potenza dell’evento – lo Spirito – hanno la loro origine nella determinazione dell’Altissimo. Tutto si svolge nell’ambito trinitario, nell’amore che qualifica l’essenza e l’esistenza dei loro rapporti che, per l’esorbitanza, coinvolge tutta la creazione, l’opera delle loro volontà.

Come primo passo, come “porta di entrata” e inizio del singolare e nuovo processo di redenzione, la Trinità chiede la collaborazione di Maria per procedere. In questo senso Maria rappresenta tutta l’umanità, di ogni tempo; ed essendo l’azione di Dio permanente lungo i secoli, l’umanità, imitando Maria, si rende disponibile e pronta a far nascere in sé quella realtà di Dio per la quale, le persone, diventano come Lui nella condizione di figli adottivi, e dimora del Signore.

Nella risposta di Maria – “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” -, c'è il germe del rinnovamento, della rigenerazione, di tutti i credenti nella promessa di liberazione del peccato e della costruzione di un mondo nuovo. Con il suo atteggiamento essa ha generato nel cuore, prima che nel seno, la nascita del Figlio.

Questa generazione nel cuore del Figlio è alla portata di ogni credente, e trova in Maria il modello e l’intercessione.

Cosicché, Maria, coinvolta in maniera così singolare e radicale, nell’azione trinitaria e nella missione del Figlio, ha fatto sì che la chiesa credesse e professasse il suo singolare privilegio, motivo della odierna ricorrenza festiva.

 

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