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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 35,1-6a.8ª.10)

La profezia è rivolta agli esiliati, ai deportati in terra straniera dal re di Assiria. L’esilio è un colpo durissimo, un trauma, per il popolo, non solo per il fatto in se stesso, ma per il ripetersi dell’esperienza della schiavitù in terra straniera, come fu già in Egitto, nel passato. Per la coscienza del popolo eletto e destinatario della promessa, la profezia che al monte santo – Sion -, in Gerusalemme, confluiranno tutte le nazioni della terra, in virtù della missione affidata da Dio, di essere luce delle nazioni, crea uno sconcerto totale.

Le condizioni umane e psicologiche del popolo sono descritte in termini particolarmente efficaci: “mani fiacche (…) ginocchia vacillanti (…) smarriti di cuore”. Il popolo è come un insieme di “ciechi (…) sordi(…) e zoppi”. L’esilio è attribuito dai Profeti quale conseguenza per non aver rispettato le esigenze dell’Alleanza e dato le spalle alla Legge, da parte del re e delle autorità che governano.

Lo smarrimento si deve al fatto che, stante la condizione di popolo eletto, essa veniva intesa come garanzia che Dio non avrebbe mai permesso che si ripetesse l’esperienza della schiavitù in Egitto, in nome della fedeltà di Dio alla promessa. Solo che è sfuggita loro l’attenzione sul compimento dei termini dell’Alleanza, ossia il modo di continuare a crescere nella libertà che Dio aveva loro donato con la liberazione.

In effetti, furono liberati per vivere e crescere nella libertà, che si manifesta nella pratica del diritto e della giustizia, particolarmente attenta agli ultimi, ai più deboli, all’orfano, alla vedova e allo straniero, i più esposti al sopruso e allo sfruttamento. Invece è accaduto il contrario e la terra della promessa è diventata un nuovo Egitto.

Oggi non è difficile specchiarsi nell’esperienza personale e sociale del popolo d’Israele. Il peccato domina e s’impone nella vita di tutti i giorni, e a tutti i livelli. Per peccato intendo l’atteggiamento di sfiducia, di svalutazione, di superficialità, di disinteresse, riguardo a quello che Dio ha operato e continua a fare, nell’intimo della persona e nella comunità.

Tanti celebrano la memoria della Sua presenza e azione, la cui finalità è fare del credente una persona redenta che, con coraggio, audacia, e intelligenza, si sforza di elaborare nuove risposte a situazioni e circostanze inedite. La finalità è far risorgere alla vita, e alla speranza, chi è come morto umanamente, psicologicamente, socialmente, moralmente ed è sulla soglia della disperazione; in tal modo si rende presente e manifesta la salvezza del Signore a favore proprio e di tutti i destinatari. Il peccato produce il contrario di tali effetti e, pertanto, la celebrazione si riduce a puro ritualismo.

La conseguenza è l’esilio di se stessi, ossia l’elaborazione distorta e falsa della propria identità, e con essa la demotivazione e l’uso strumentale della missione, incentivando l’individualismo, consistente nel fare della convivenza sociale qualcosa di funzionale a se stesso, al proprio progetto, alla convenienza economica e al proprio potere.

All’infedeltà del popolo all’alleanza, all’esilio e alla presa di coscienza delle sue conseguenze, Dio risponde rinnovando ancora una volta la promessa, fonte di gioia e di speranza, con metafore tratte dalla creazione: “Si rallegrino il deserto e la terra arida (…) le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron”.

Sarà come un esodo, una nuova liberazione; infatti, “Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio”, ossia un ricostruire ciò che era stato abbattuto e distrutto. L’ultima parola sulle condizioni di vita sarà la vittoria sul dolore, la sofferenza e il pianto, per la fedeltà del Signore alla sua promessa.

Pertanto, “Dite agli smarriti di cuore: ‘Coraggio, non temete! (…) Egli viene a salvarvi”.

L’azione del Signore farà si che, metaforicamente, “si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi (…)griderà di gioia la lingua del muto”, ossia, saranno ristabiliti nella loro identità come popolo eletto e parteciperanno della pienezza di vita, per il riscatto della fedeltà all’alleanza nella pratica del diritto e della giustizia.

“Ci sarà un sentiero e una strada, e la chiameranno via santa”. Sarà indicato loro un cammino che dovranno percorrere e “Su di essa – la via santa – verranno in Sion con giubilo”, avendo, davanti a loro, la certezza della meta. Il camminare nella Legge, con quell’audacia e creatività che la loro missione esige, per la presenza dello Spirito verso l’edificazione progressiva e costante della scoperta e costruzione del regno di Dio, farà si che “verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto”.

Camminare nella via santa è anticipare il futuro. Gesù disse di se stesso: ”Io sono il cammino …”, non la meta, perché essa è la gioia senza fine, come una spirale che si svolge all’infinito. Tale promessa è la calamita che purifica il presente dalle ambiguità e lo attrae costantemente, come lascia intravedere la seconda lettura.

 

2a lettura (Gc 5,7-10)

L’apostolo Giacomo esorta i credenti alla perseveranza: “Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore”. In essa si tratta di “rinfrancare i vostri cuori”; evidentemente, anche se non lo afferma esplicitamente, nella fede, nella speranza e nella carità. L’attesa del ritorno del Signore, si fa attendere ed è più lunga di quel che pensavano. Inoltre le prove della vita, le difficoltà dentro e fuori la comunità portano allo scoraggiamento, a domandarsi se non sia stato un inganno accogliere la predicazione degli apostoli mentre la loro forza e la volontà sembrano venir meno.

Nella crisi in cui i credenti si trovano, l’apostolo indica come “modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato in nome del Signore”. Anche i profeti furono provati nella stessa maniera, e la loro costanza è stata premiata. La promessa, di cui erano araldi e portatori, si è compiuta.

Così i credenti. Essi sono i destinatari della promessa di Gesù Cristo, al quale hanno aderito per la fede. Inoltre hanno percepito se stessi come nuove creature trasformate, rigenerate e giustificate davanti al Padre per gli effetti della morte e risurrezione; inoltre hanno, nel profondo del loro cuore, la speranza della vita eterna, che sentono come certa e attuale per l’esercizio della carità – della giustizia e del diritto – verso gli altri e l’umanità intera.

Pertanto, essi percepiscono che la “venuta del Signore è vicina” e, allo stesso tempo, l’autore sostiene e giustifica la loro costanza, anche se tarda a compiersi, nel modo mirabile in cui pensano debba avvenire, la “venuta del Signore”. Per sostenerla ulteriormente, l’apostolo li invita a considerare l’atteggiamento dell’agricoltore: “egli aspetta con certezza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e ultime piogge”.

La speranza ha, in se stessa, la certezza dell’agricoltore. Essa sa che il vissuto giornaliero, con le sue caratteristiche di luci e ombre, costituisce nella fede e nella costante pratica della giustizia e del diritto, la certezza del frutto prezioso del regno nel presente, nell’oggi, proiettato verso il destino nella gloria di Dio.

Tale destino, contenuto della speranza, si rivelerà pienamente nel momento opportuno, nella sua piena manifestazione, quando Dio Padre instaurerà, definitivamente, il regno sulla creazione, in modo che sia percepito presente in tutto e in tutti (1Cor 15,28).

Pertanto, l’esortazione seguente: “Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri”, poggia sul fatto che la loro fede e carità, se autentiche e dovutamente consistenti, fanno sì che la pazienza (capacità di soffrire i limiti, i difetti e la mediocrità della condizione umana), si traduca in magnanimità, in considerazione del sentirsi già partecipi del regno di Dio e di percepirlo, sempre più, come la risposta definitiva del Padre al vissuto personale e dell’umanità intera.

Se così non fosse, e conseguentemente si abbandonassero alla delusione, al giudizio, alla chiusura di mente e di cuore gli uni verso gli altri, vengono richiamati dall’apostolo: “ecco, il giudice è alle porte”. Infatti, con l’avvento del Signore, lo Stesso renderà manifesta la loro poca fede, il poco amore verso la Sua persona e l’opera di redenzione personale e collettiva, evidenziando la vergogna del peccato e della loro sfiducia, nei Suoi confronti e verso la causa del regno.

È quel che Gesù fa notare nel vangelo, attraverso il dialogo a distanza con Giovanni Battista, allertandolo dal pericolo che costui venga preso dalla sfiducia.

 

Vangelo (Mt 11,2-11)

“In quel tempo, Giovanni era in carcere”, per la sua fedeltà alla causa del regno di Dio. Non è escluso che Giovanni senta un profondo sconcerto interiore per il suo arresto e, forse, anche per il fatto che Gesù non faccia niente per liberarlo. Lo sconcerto si aggrava per il comportamento e l’azione di Gesù che, invece di separare il grano dalla paglia che sarà bruciata nel fuoco eterno, e così dare inizio al regno di Dio, fa tutto il contrario, ovvero mangia con i peccatori, annuncia la salvezza per i pagani, parla con le prostitute e … fa quello che nessuno oserebbe pensare di chi si attribuisce la condizione di Messia.

La crisi è profonda e lo sconcerto totale, al punto che mandò a dirgli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. La domanda di Giovanni rivela il suo stato d’animo, paragonabile a quello che i mistici definiscono come la “notte oscura”, il momento e la circostanza in cui la persona ritiene che Dio stia agendo in modo contrario alla promessa. Non vede il senso della sua missione, perché totalmente stravolto e diverso da quel che credeva. Probabilmente chiede a se stesso se non è stato un errore il portarla avanti.

Gesù risponde agli inviati: “Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”.

È come se dicesse: “Non vedi che la vita rifiorisce negli abbattuti e umiliati, che la speranza di un futuro migliore riempie il cuore di sfiduciati, scoraggiati e demotivati dalla vita? Che la buona notizia del regno diventa in loro buona realtà? Il regno non è per condannare, ma per offrire un’opportunità di salvezza, soprattutto per chi riteneva non avere alcuna speranza in essa.

E aggiunge un messaggio per Giovanni: “E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo”, ossia, “beato te che, andando oltre quello che ti scandalizza e frastorna, capisci e accetti che il farsi del regno, oggi, nelle diverse circostanze e condizioni delle persone, va ben oltre quello che pensavi e aspettavi”. È l’invito alla conversione.

Non si sa quale fu la risposta e l’atteggiamento di Giovanni. Quel che segue fa pensare che gli è concesso il dono della conversione, ma è certo che visse un momento molto drammatico e di grande sconcerto.

Partiti i messaggeri, Gesù elogia la persona e il comportamento di Giovanni davanti alle folle: “Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più di un profeta”. Pertanto li invita a prendere in seria considerazione la persona, e, soprattutto, la missione di Giovanni: “Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinnanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.

Gesù apprezza e valorizza la determinazione, l’impegno e la fedeltà di Giovanni per la causa del Regno, nonostante i limiti che Lui stesso correggerà. In ogni caso, il preparare la via per entrare nel regno oggi, nella vita di ogni giorno, include anche la sua conversione, come già indicato; anzi, ritengo che sia il momento più espressivo e importante.

La grandezza morale, e la totale applicazione di Giovanni, porta Gesù ad affermare: “Fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni Battista”; e sorprende il prosieguo: “ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”.

Chi, oggi, ritiene di avere qualità umane e morali superiori a quelle del Battista? Come comprendere che il più piccolo nel regno è più grande di lui?

Stare nel regno è proprio di chi, seguendo gli insegnamenti e il cammino di Gesù, costruisce rapporti che rigenerano la vita dei destinatari e, allo stesso tempo, anche la propria. Il piccolo è chi, per la fiducia nella pratica di Gesù, si lascia istruire e guidare dalla sua parola ed esempio. Le virtù di Giovanni, elogiate da Gesù, sono necessarie e propedeutiche al passo decisivo di ogni credente, e Gesù stesso invita Giovanni a fare ciò attraverso la risposta fornita ai suoi inviati. In questo senso, anche Giovanni è invitato a farsi piccolo, e c’è motivo di credere che lo abbia accolto.

Con Gesù si ha a disposizione un patrimonio che molti non percepiscono, o non sono in grado di apprezzare perché non sufficientemente aiutati; la consapevolezza, la conoscenza, e l’adesione agli insegnamenti del Maestro, introducono nella realtà del regno già oggi, nel processo di gestazione e crescita del nuovo e vero Natale, che si rivelerà con l’ultimo e definitivo intervento di Dio.

Di fatto, Dio fa crescere costantemente, in ogni credente, l’immagine del Figlio risorto, il cui riscontro è l’impegno gioioso e pieno di vita per approfondire e abbracciare la causa del regno.

In tal senso, il Natale è la realtà più profonda di ogni giorno che conduce ogni credente nell’eternità della gloria di Dio.

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