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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 8,23b-9,3)

“In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali” a causa dell’invasione assira. L’umiliazione è determinata dal peccato del re e delle autorità per aver abbandonato il cammino dell’Alleanza e, di conseguenza, la fiducia in Dio. La ripercussione di questa atti è la deportazione e il giogo della schiavitù, ossia “la sbarra sulle spalle, e il bastone del suo aguzzino”. Per il popolo è come un camminare nelle tenebre, senza sapere dove andare, senza avere più futuro né speranza.

Il Signore, liberato il popolo dalla schiavitù dell’Egitto, l’ha costituito come popolo eletto e gli indica il percorso verso la terra promessa, che raggiungerà dopo un lungo e travagliato cammino nel deserto. In Sichem, il popolo e le autorità attualizzano l’impegno dell’Alleanza, sancito con Mosè nel monte Sinai, affinché nella terra promessa tutti si conservino e crescano nella libertà che fu loro donata, con la pratica della giustizia e del diritto, in attenzione soprattutto alle persone più esposte al sopruso – la vedova, l’orfano e lo straniero -, in modo da rendere evidente il regno di Dio nella vita personale e sociale.

Purtroppo, nonostante l’intervento dei profeti, ai quali le autorità non prestarono udito, le cose andarono ben diversamente, sino al crollo delle regioni nord del paese – la Galilea – e l’esilio in terra straniera.

Anche oggi molte persone e comunità sociali vivono la condizione di sentirsi esiliate e straniere nella propria terra, per la prepotenza di chi pratica l’ingiustizia e per la corruzione delle autorità, che alimentano la sfiducia reciproca fra le persone che, al contrario, cercano con ansia una via d’uscita, facendo, invece, sorgere barriere che isolano l’uno dall’altro e rendono difficile un autentico rapporto umano.

In molti c’è rassegnazione, accompagnata anche dal sentimento d’impotenza, senza alcuna speranza per un futuro migliore: ad ogni proposta di lottare per uscirne prevale il pessimismo più nero. Ecco, il rifugiarsi nell’individualismo o la chiusura un circolo ristretto di persone affini per sentimenti e prospettive.

Ebbene, “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. È la luce della liberazione, dovuta all’intervento di Dio, che “ha spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle spalle, il bastone dell’aguzzino, come nel giorno di Madian”.

Il giorno di Madian richiama la potenza di Dio per mezzo di Gedeone, che con pochi uomini, organizza la battaglia in modo che i nemici, presi dal panico, si uccidono fra loro. Non sono gli Israeliti a battersi contro i loro nemici, ma la potenza di Dio. È una guerra santa condotta e vinta da Dio. (Gdc 7).

Per la potenza del Signore, e la sua fedeltà alla promessa e all’Alleanza, Egli stesso scende in campo e pone fine all’umiliazione del suo popolo, aprendo un futuro che “renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti”. Per sua iniziativa è ristabilita la condizione di popolo eletto – l’impegno dell’Alleanza -. e con essa si da inizio a una nuova epoca, un rinnovato tempo, un’altra opportunità per raggiungere gli obiettivi che il Signore aveva indicato come espressione e meta della fedeltà del popolo all’Alleanza.

In tal modo, il popolo si riappropria della terra promessa, ritrova la propria identità e rinnova il suo impegno con il Signore nei termini del patto del Sinai. Perciò tutti lodano il Signore; Lo ringraziano perché “Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la delizia”; un nuovo avvenire si profila davanti, suscitando con forza l’entusiasmo, l’allegria, i propositi e la volontà di ricominciare e di ricostruire, sentimenti tipici di circostanze come queste.

È un evento di fiducia e di ottimismo senza pari nei redenti, il cui stato d’animo è comparabile a coloro che “Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda”.

La consolazione pervade il cuore e la mente, ma è anche il momento in cui il Signore pone di nuovo, nelle loro mani, la responsabilità di amministrare correttamente il dono ricevuto, in modo da rafforzare, accrescere e consolidare la giustizia, il diritto, la pace e l’armonia individuale e sociale; tutto ciò per manifestare e rivelare la realtà del regno di Dio, costitutivo di un popolo che saggiamente si lascia guidare dal Signore, ponendo i Suoi criteri sopra i propri.

A tal riguardo, la seconda lettura offre alcuni aspetti importanti.

 

2a lettura (1Cor 1, 10-13.17)

 

Nella comunità di Corinto sono forti le tensioni e, addirittura, si sono create numerose divisioni fra i suoi membri. Paolo si riferisce esplicitamente al fatto che ciascuno dice: “‘Io sono di Paolo’, ‘Io invece sono di Apollo’, ‘Io invece di Cefa’, ‘E io di Cristo’”, per l’autorevolezza e la forza di convincimento attribuita, ad uno o all’altro, riguardo all’interpretazione di ciò che Gesù Cristo ha fatto e detto.

Ci sono aspetti dell’azione di Gesù che lasciano margini d’interpretazione e adattamento – ad esempio le differenze evidenti fra i quattro vangeli in merito allo stesso fatto o discorso di Gesù -, che, la capacità oratoria e la personalità di alcuni esponenti, argomentano con particolare forza di convincimento, col risultato di aggregare a sé un certo numero di persone che entrano in disaccordo e conflitto con altre. È quello che, frequentemente, succede in qualsiasi gruppo sociale.

Paolo esorta i membri della comunità “a essere unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire”. Evidentemente, percepisce l’esistenza di una situazione contraria al senso ultimo del vangelo. La realtà che gli si presenta lo preoccupa, per la cattiva testimonianza della comunità riguardo alla pratica del vangelo, lontana dall’essere “buona realtà”, in sintonia con la “buona notizia”.

Per riscattare la comunione e l’unanimità nel parlare pone, come riferimento assoluto, la persona e l’evento centrale della vita di Gesù, e ironicamente domanda: “è forse diviso Cristo?”, per affermare che le diverse comprensioni non motivano divisioni. L’unione nelle diverse, e legittime interpretazioni, si mantiene quando esse convergono nel far sì che i destinatari, e gli aderenti, si sentano coinvolti e giustificati dalla morte e risurrezione di Gesù Cristo.

Ne consegue il compiacimento nel riscontrare che la missione del Figlio, intesa anche secondo diverse angolature, crea un rapporto di comunione e beneficio comune, per partecipare nel coinvolgimento dello stesso amore rigenerante, per la sintonia nell’impegno di testimoniare quello che è successo in loro e per divulgare ad altri il cammino, affinché si rinnovi la stessa esperienza nel rispetto di ogni singola diversità. In tal modo, quel che unisce realmente, e genera la comunione fraterna, è lo stesso Cristo Gesù.

Infatti, sempre con lo stesso tono, l’apostolo richiama l’evento fondante: “Paolo è stato crocefisso per voi?”; ciò per dare rilievo all’aver dimenticato, o non tenuta nella dovuta considerazione, Colui che ha diritto ed essere il principale e insostituibile riferimento.

Rafforza l’intervento con l’affermazione: “O siete stati battezzati in nome di Paolo?”; e rimanda il loro pensiero all’autore dell’evento, nel quale sono stati immersi e del quale hanno ricevuto benefici, la nuova identità e la missione di apostoli.

Posti davanti a tali considerazioni, oggettive e fondamentali, i membri della comunità sono in condizione di correggere le distorsioni in cui sono caduti in merito alla loro adesione a Cristo, e rivedere le loro attitudini e comportamenti di ostilità, di polemica e di divisione, per orientarsi, con determinazione, verso la “perfetta unione di pensiero e di unione”.

Per ultimo, Paolo sottopone alla loro considerazione il senso ultimo della missione confidatagli: “Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parole, perché non venga resa vana la croce di Cristo”.

Con una punta di polemica, riguardo alla “sapienza di parole”, probabile causa delle divisioni nella comunità, richiama l’attenzione sull’evento della croce come centro della predicazione e dell’annuncio di salvezza, lasciando sottintesa la grande forza, purificatrice e rigeneratrice, dell’amore, che ha motivato la consegna di Gesù e si rivelerà come l’altro lato di essa nella risurrezione.

Pertanto, la forza di Dio non consiste nella capacità oratoria o nella forza argomentativa del mistero della salvezza, ma nell’immenso amore che portò Gesù a farsi carico di tutto ciò che impedisce all’uomo di aprire, il cuore e la mente, alla singolare azione di rinnovamento della vita personale e sociale, che Dio sta proponendo attraverso la sua persona e missione.

Aspetto che esige una radicale conversione, come indica il vangelo.

 

Vangelo (Mt 4,12-23)

“Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali”. Non si conosce il motivo di questa scelta, ma tutto fa pensare che l’incarcerazione di Giovanni deve avergli fatto capire che è meglio cominciare la missione iniziando dal nord del paese, fatto che l’autore del vangelo lega al compimento della profezia di Isaia.

La profezia annunciava che: “Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta”. Percependo la loro condizione e bisogno, Gesù inizia la sua missione con l’esortazione “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”, affinché vedano la luce che li possa sottrarre dall’ombra di morte.

È lo stesso annuncio di Giovanni Battista, ma il contenuto andrà ben oltre al rispetto della Legge e dalla pratica di un comportamento etico corrispondente che preparasse alla venuta del Messia.

Per Gesù, la conversione è rivolta all’idea errata di Dio, soggiacente alla pratica del rispetto alla legge, molto lontana dalla compassione e dalla misericordia che riscatta la salvezza per tutti gli esclusi e marginalizzati, sia socialmente che moralmente.

Non si tratta, tuttavia, di sminuire la predicazione di Giovanni, che costituisce il primo passo per la comprensione dell’agire sorprendente di Dio in Gesù. Anche se l’adesione a questo annuncio richiederà una seconda conversione dello stesso Giovanni; infatti lo stesso evangelista Matteo ci racconta della risposta sorprendente di Gesù, agli inviati del Battista, che volevano sapere se era lui il Messia o dovevano aspettarne un altro.

Gesù “percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno”, che sarà stabilito non nel modo sperato dal Battista, ma come risultato dell’azione di integrare e riscattare chi già era considerato sicuramente escluso.

Infatti la condizione di malattia e infermità era la prova che la persona coinvolta era un peccatore, perché considerata come castigo per la trasgressione della legge o perché posseduta da qualche spirito cattivo o demonio. L’annuncio del Regno da parte di Gesù era accompagnato dalla guarigione di “ogni sorta di malattia e di infermità del popolo” come segno dell’avvenuta liberazione, dal peccato o dal demonio, e ammissione nel regno di Dio, nella nuova società formata da persone rigenerate dalla grazia, dono di Dio.

La grazia – il dono – era trasmessa per la compassione, bontà e misericordia di Dio, indipendentemente da qualsiasi merito dovuto per l’osservanza, più o meno fedele, della Legge, come riteneva la teologia e la spiritualità del tempo. Bastava la fede nella parola di Gesù, quale mediatore della volontà e dell’amore del Padre.

Un dono così inatteso, immeritevole e sorprendente ha la forza di rigenerare la persona e di ricondurla alla bontà, alla misericordia che sostiene e motiva la pratica del diritto e della giustizia a favore degli altri, e il desiderio che tutta la società – e il mondo intero – partecipi di tale beneficio.

Ciò voleva dire sconvolgere e ridisegnare tutto il sistema su cui era impiantato Israele. Ciò lo porterà alla croce.

Pertanto, la conversione riguarda, in prima istanza, il sorprendente e magnanimo amore di Dio, perché Dio è così. Una volta che la persona ha compreso e sintonizzato con tale amore e, soprattutto, si sente coinvolta in questa esperienza anche sul piano etico e sul comportamento, si riscontra un netto miglioramento. Infatti, il comportamento è la manifestazione dell’efficacia del dono nel profondo e nella radice del credente.

Gesù chiama, quali suoi collaboratori per la causa del regno, uomini comuni, i quali prontamente si mettono a disposizione. Certamente non hanno coscienza della portata della missione e di ciò che li attende ma, per la personalità, la fama o le parole di Gesù, restano come affascinati, al punto di seguirlo con una determinazione sorprendente. Passeranno di sorpresa in sorpresa, rimanendo e camminando con Lui fino alla fine, tracciando in tal modo un’esperienza che sarà comune per ogni credente.

 

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