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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 2,7-9; 3,1-7)

Dio “plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. La polvere è la realtà nella quale vive e si alimenta l’astuzia del male, il luogo dove abita il serpente tentatore. La tentazione è costitutiva dell’atto creatore, il che non vuol dire attribuirne a Dio l’origine; essa è quel mistero dell’iniquità, misteriosamente presente, con il quale Dio s’imbatte opponendosi come mistero della salvezza. Ebbene, sulla realtà della polvere, Dio compie il primo passo della salvezza, soffiando su di essa l’alito di vita – lo Spirito – e quello che era già inerme e morto prende vita: l’essere vivente, l’uomo.

Segue il secondo passo in cui si narra che Dio pone l'uomo nel giardino in Eden, con “ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male”.

Con l’albero della vita lo mantiene e lo fa crescere. Con quello della conoscenza del bene e del male avoca a se stesso il cammino corretto per sconfiggere definitivamente il mistero dell’iniquità, affinché raggiunga la pienezza di vita per la quale l’uomo è stato creato. Pertanto, il criterio di discernimento fra il bene e il male, fra vita e morte, è proprio ed esclusivo di Dio.

C’è da ritenere che Lui sia l’eterna e permanente vittoria del bene sul male. Infatti, più che interrogarsi sull’origine del male – un problema insolubile per la filosofia e la teologia – è affermata la sconfitta di questo da parte di Dio, in Dio stesso. Come Dio abbia conosciuto il male, che tipo esperienza abbia di esso, non è raccontato. E’ un mistero.

Pertanto, chi manterrà la comunione con Dio attraverso la libera adesione alle sue indicazioni, sperimenterà la stessa vittoria ed entrerà nel processo per Il quale si realizzerà il sogno di Dio di renderlo “come Dio”, come Lui stesso. Cosicché il “giardino in Eden” è il luogo del dialogo, della comunione amorosa, nel quale crescere nell’intimità e nella familiarità sempre più solida e soddisfacente per i due.

La realtà del male e la sua forza potente sono presentate come astuzia, come realtà capace di trarre in inganno: “Il serpente era il più astuto degli animali”.

E’ impressionante pensare come l’astuzia riesca a trarre dalla sua parte la persona creata da Dio, che sta in rapporto di familiarità e d’intimità con Lui. Il proprio dell’astuzia della tentazione è giocato sulla mezza verità; in altre parole, essa non presenta tutta la verità ma solo una parte, per giunta distorcendola, facendo apparire Dio come se fosse geloso della sua condizione.

Tale azione è sufficiente per attrarre l’attenzione e suscitare il desiderio di aderirvi, perché corrisponde a ciò che è vero e costitutivo della persona riguardo alla tensione e al desiderio di essere come Dio, giacché Lui stesso l’ha creato a tal fine, alla comunione con Lui e, pertanto, sarà come Lui e parteciperà della sua vita come figlio adottivo.

L’inganno non è sulla meta, ma sul modo di arrivarci. Non riferendosi a Dio, ma solo al criterio umano di cui la donna e l’uomo dispongono. “Allora”, accedendo all’invito della tentazione, la donna “vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquisire saggezza”. La seduzione raggiunge il suo scopo…

Immediatamente si produce come una spaccatura fra Eva e Adamo, prima mangia lei e poi lui; infatti, “prese il frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito”. Poi, “Si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture”. Se prima non avevano vergogna di essere nudi – totalmente trasparenti l’uno con l’altro -, adesso devono nascondere parte di se stessi per accettarsi vicendevolmente; ossia, per accettarsi devono indossare una maschera. Il testo continuerà descrivendo le conseguenze nefaste, ossia le condizioni nelle quali le persone e l’umanità intera versano ora.

Pertanto, ribadisco che la tentazione non ha come obiettivo il distogliere dal fine, ma il convincere che si arriverà per un altro cammino, più attraente e maggiormente in sintonia con i propri criteri e la propria esperienza, senza dover “dipendere” da altri, quant’anche fosse Dio.

E’ la vittoria della sfiducia nei riguardi di Dio, del sospetto che Dio voglia mantenere l’uomo soggiogato e sottomesso;

e, allo stesso tempo, l’autosufficienza mostra un orizzonte più adeguato e conveniente per raggiungere l’obiettivo – quello messo nel cuore da Dio stesso – di essere come Lui.

Con l’allontanamento da Dio e la vittoria della “polvere” – tale è l’effetto del peccato – subentra la morte. Solo Gesù Cristo, con l’evento pasquale, vincerà peccato e morte, come indica la seconda lettura.

 

2a lettura (Rm 5,12-19)

Per la riflessione teologica di Paolo esistono due uomini: Adamo e Cristo, rispettivamente l’umanità caduta e quella redenta; “Infatti, come per la disubbidienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti”.

Fanno parte dell’umanità riscattata coloro che accolgono “la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia dal solo uomo Gesù Cristo”.

Accogliere è un atteggiamento fondamentalmente passivo, ma richiede di disporre le proprie facoltà – intelligenza, volontà e memoria – a qualcosa che non appartiene né all’uomo né alla creazione; è, invece, frutto dell’azione permanente, dell’amore sconcertante di Dio “fino alla fine” (Gv 13,1), generato dalla morte in croce di Gesù.

E’ importante non perdere di vista che questo dono non è come qualcosa incollata sulla persona, come lo è il francobollo sulla busta, e pertanto può staccarsi e separarsi da essa. Esso è la forza, la dinamica interiore, motivazione e causa del rifacimento della persona, del suo rinascere e ristrutturare dal punto di vista umano, psicologico, morale e spirituale. È una trasformazione stabile e permanente – come lo è la trasformazione del pane in Corpo di Cristo nella messa -, in virtù della quale la persona è costituita come “una nuova creatura”.

Ciò si realizza non solo per l’intenzione e la buona volontà del donatore ma perché, con la sua Incarnazione e nel battesimo del Giordano, carica su di sé la doppia realtà di rappresentare Dio davanti agli uomini e, viceversa, di rappresentare gli uomini peccatori – realtà corrotta a livello infimo – davanti a Dio. Di conseguenza, quel che succede nel rappresentante è lo stesso che viene trasmesso al rappresentato. Pertanto, si realizza la trasformazione di cui sopra.

Il dono è offerto “di grazia”, ossia gratuitamente. Non è dovuto all’uomo, come un obbligo da parte di Dio, né è acquisito per meriti dall’uomo, come se fosse la ricompensa per una prestazione di servizio. Solo il puro amore sostiene e motiva la gratuità; esso ha in se stesso il motivo del proprio essere e agire e non esige nessun tipo di risposta; inoltre, può essere accettato, ignorato o rifiutato.

Il contenuto specifico della fede è l’accettazione: accettare di essere accettato, di accogliere quello che il rappresentate ha fatto a proprio favore. In tal caso, “per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti”. L’accettazione è fondamentale: il dono non è imposto da una volontà superiore senza il consenso del destinatario, o contro le proprie scelte. Né avviene in modo automatico o meccanico, ossia operante comunque di là dalla convinzione, nell’indifferenza o nello scetticismo. Il dono richiede la risposta libera e cosciente che sintonizza sulla stessa legge e dinamica dell’amore da cui è scaturito.

In effetti, caratteristica dell’azione efficace della salvezza, è la percezione sconcertante della grandezza e profondità dell’amore realizzato dal donante. Essa agisce a tre livelli: perdona la sfiducia, l’ignoranza colpevole, il disinteresse (questi tre livelli configurano il peccato), riguardo all’azione di Dio; ristabilisce l’alleanza nuova ed eterna, e con essa la comunione, imprimendo nel cuore la legge e dinamica dell’amore, la cui pratica visibile sono le beatitudini; e, infine, suscita la certezza della partecipazione alla promessa della gloria futura. Tutto ciò configura la giustizia di Dio. Essa si manifesta nelle persone e nella società se questi “ricevono l’abbondanza della grazia e il dono della giustizia”.

Fin dagli inizi della sua missione Gesù si determinò per questa giustizia e lottò fino alla fine contro tutto ciò che pretendeva di farlo deviare. E’ il tema del vangelo.

 

Vangelo (Mt 4,1-11)

Dopo Il battesimo nel Giordano, “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo”. Con il battesimo Gesù si è fatto solidale con il peccato dell’umanità; pur non essendo peccatore, carica su di sé e sperimenta la condizione di peccatore. È la condizione estranea alla sua realtà di Figlio di Dio ma, dal battesimo in poi, irrompe sulla sua persona e diventa parte del suo quotidiano.

Lo Spirito suscita l’evento delle tentazioni affinché Gesù percepisca tutta la forza, la portata e le conseguenze del peccato, così da avere piena coscienza di cosa comporterà lo svolgimento della missione.

Con l’immersione nel peccato Gesù sente su di sé due realtà contrapposte: da un lato quella di Figlio di Dio e dall’altro quella del peccatore. La tensione, nel profondo di se stesso, è descritta in forma di dialogo con l’avversario: il diavolo.

Nelle prime due tentazioni la posta in gioco è la pretesa di Gesù di essere accettato e riconosciuto come Figlio di Dio “Se tu sei Figlio di Dio…”. Agli occhi degli uomini lontani da Dio, Egli deve dimostrare che lo è veramente!

Se avesse ceduto alla richiesta “che queste pietre diventino pane”, avrebbe risolto con un tocco di bacchetta magica la(e) necessità fondamentale(i) dell’uomo. Non sarebbe stata più necessaria la solidarietà, la fraternità, il diritto e la giustizia fra gli uomini, ossia la Parola vissuta che, applicata adeguatamente, darebbe il pane e tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno per una vita degna. In altre parole, non sarebbe più necessaria la pratica dell’amore. Dio è amore e, conseguentemente, Gesù avrebbe mantenuto l’uomo distante da Dio, ossia nel peccato.

Ciò non vuol dire, però, che il Padre si disinteressi della sorte degli “ultimi”, ma interpella continuamente le nostre coscienze, dandoci gli strumenti per riconoscere lo scandalo delle ingiustizie, della povertà e dell’emarginazione, perché desidera che noi, riscattati dal peccato, partecipiamo con il nostro agire alla realizzazione del Regno, che è pace, solidarietà, accoglienza, giustizia, ecc., e, quindi, alla comunione con Dio stesso.

Il gesto spettacolare è la seconda tentazione: buttarsi dalla torre del tempio. Infatti, “Se sei Figlio di Dio, gettati giù;…” per essere soccorso dagli angeli. Viene da pensare: quale migliore opportunità per convincere gli increduli!

La confidenza e l’amicizia con Dio dipendono da gesti grandiosi e sorprendenti? Il cedere nella tentazione farebbe manifestare un potere grandioso e sorprendente, ma inutile e sterile agli effetti della missione.

Inutile perché il timore reverenziale manterrebbe le distanze tra il debole e il potente. Fra parentesi il filosofo Kierkegaard si chiede: è possibile che l’umile contadina creda nell’amore sincero e autentico del re nei suoi confronti? È probabile che il rapporto si sostenga sulla falsa comunione della convenienza, degli interessi, dell’opportunità propria di questi casi. La sterilità di questo rapporto è quella indicata alla fine della parabola del ricco e del povero: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti” (Lc 16, 31). Se così fosse accaduto, si sarebbe reso impossibile il rapporto di amore e di fiducia. Ma Dio è Amore e, conseguentemente, Gesù avrebbe mantenuto l’uomo distante da Dio, ossia nel peccato.

Nella terza tentazione il diavolo “mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai”.

In virtù di cosa il diavolo osa proporre una cosa del genere? Perché si è appropriato, in maniera indebita, di ciò che è dono. A sua volta il dono, per mantenersi tale, deve essere devoluto a Dio e agli uomini in virtù della stessa dinamica d’amore con cui fu dato. Solo in questo modo genera comunione, fraternità, solidarietà, giustizia, etc.

Farlo diventare un possesso – “Tutte queste cose io ti darò” – significa snaturarlo e trasformarlo in un mezzo di potere, di dominio e prestigio socio-politico.

Purtroppo è quest’aspetto che la gente approva e ammira! È quello che desidera l’uomo, fondamentalmente individualista, disimpegnato e lontano dall’assumere il progetto di Dio per la salvezza dell’umanità. Non è il sogno di molti (di tutti?) la ricchezza, il potere, l’elogio e altro sullo stesso versante? Ciò è presentato come condizione per il successo e l’approvazione generale, altrimenti sarà il fallimento.

Cadere nella tentazione significa approvare un sistema di governo e di potere che mantiene l’uomo lontano da ogni rapporto sociale di fraternità, giustizia e diritto; inoltre è mantenerlo lontano da Dio, perché Dio è tutto il contrario, ossia, amore.

In conclusione, le tentazioni non pretendono di convincere Gesù dal desistere dalla missione (cosa impossibile), ma con astuzia farlo deviare nel cammino che la svuoterebbe e condannerebbe Lui stesso al fallimento.

Infine, il racconto delle tentazioni rivela l’idolo presente in ogni persona. L’idolo consiste nell’immagine di Dio costruita secondo la propria convenienza, il frutto attraente e seduttore della prima lettura. In effetti l’uomo vuole un Dio potente che risolva, con un tocco magico, le sue necessità; che legittimi il suo essere Dio con interventi sorprendenti e grandiosi, lasciando le cose come stanno, senza dover assumere nessun impegno con Lui. È doveroso, ed è un bene, rapportarsi individualmente con Lui affinché risolva le esigenze della vita giornaliera, per sentire la Sua presenza potente quando è invocato per toglierci dalle difficoltà.

In quest’ottica, le promesse, gli ex voto, le messe, i pellegrinaggi, ecc. non sono il modo di vivere il rapporto con Lui. Dio è semplicemente uno strumento da adoperare nel momento del bisogno, quando ci conviene o, semplicemente, per “toglierci il pensiero”, per un “falso” obbligo sociale che potrebbe generare sensi di colpa generici o la critica da parte di altri. Questa visione e comportamento sono incompatibili con la missione di Gesù per cui ecco il comando: “Vattene Satana!”. Satana, il diavolo, è ogni persona dominata da criteri e stile di vita che allontanano o rendono impossibile la comunione con Dio e con i fratelli. Non è altra cosa.

Con questa vittoria, in controsenso rispetto alle attese e speranze della gente, Gesù entra nel conflitto che lo porterà alla croce. In effetti, la tentazione lo accompagnerà ogni giorno – dovendo dare risposte e indicando esigenze sconcertanti – fino a pochi momenti prima di morire, con l’esortazione dei presenti all’esecuzione: ”Se si figlio di Dio scendi dalla croce”. Lui la sconfiggerà morendo.

 

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