Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Giugno: 2019
L M M G V S D
« Mag    
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930

Login

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 10,34a. 37-43)

Il giorno della Pentecoste, con la discesa dello Spirito Santo, Pietro e gli apostoli comprendono il significato e l’importanza della risurrezione di Gesù. In quello stesso giorno Pietro si rivolge al popolo, con un breve riepilogo della vita di Gesù: "Noi – Pietro e gli apostoli – siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme”.

Egli riassume la vita e la missione di Gesù, in modo che i presenti abbiano facile riscontro dell’oggettività delle sue affermazioni: “Voi sapete (…) come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui (…), essi – le autorità – lo uccisero appendendolo a una croce”.

Queste parole sono dettate dall’impulso e illuminazione dello Spirito Santo, dopo l’evento sconcertante e parzialmente compreso della risurrezione, del quale, solo ora, prendono pienamente coscienza di ciò in cui sono stati coinvolti. Perciò si stabilisce il legame fra la sua missione e l’evento della risurrezione, nel senso che l’attività svolta ha in se stessa il suo fine, nella risurrezione. La missione e la risurrezione sono le due facce della stessa moneta, del mistero di Dio.

Riguardo a Gesù, Pietro afferma: “Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione dai morti”. La comprensione della persona di Gesù non è semplicemente riconducibile a un fatto di cronaca registrato da alcuni osservatori, come fosse un video.

Le persone coinvolte nella testimonianza mangiano e bevono con Lui, come accadeva durante la sua vita pastorale, ossia, sono coinvolte nel cammino, nell’insegnamento, nella storia e vicenda di Gesù. Non sono testimoni “neutri”, come un osservatore esterno e non di parte. Perciò è impossibile discernere, nella loro testimonianza, quel che è oggettivo dall’esperienza soggettiva di coinvolgimento. Si tratta di una testimonianza simultaneamente storica e teologica. Storica, perché lo stesso Gesù, che loro videro crocefisso e morto, ora è vivo nella realtà sconcertante che non è la semplice rianimazione di un cadavere; teologica, perché interpretano quel che è successo come manifestazione della volontà e realtà di Dio.

Tutto ciò suggerisce l’intimo legame tra il camminare con Gesù nella vita giornaliera e l’esperienza del Risorto; cosicché l’esperienza del Risorto è accessibile a ogni persona che anche oggi, come gli apostoli, segue Gesù nel cammino da lui insegnato, senza sviare per la seduzione di altre proposte né desistere per le prove e difficoltà che incontra in esso.

Continuare fedelmente, pur fra alti e bassi, è condizione per cogliere la presenza del Risorto: lo si percepisce coinvolto nella propria vita perché, a sua volta, si è coinvolti nella sua. Tale coinvolgimento ha una finalità specifica: trasmettere e trascinare altri nella stessa esperienza; infatti, "E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio”.

Nella condizione di Risorto, Gesù Cristo è costituito da Dio giudice, al quale tutti, vivi e morti, saranno sottomessi. La venuta del Messia era temuta perché avrebbe giudicato chi fosse stato degno del regno dei cieli e chi ne sarebbe stato escluso. Anche i morti non sarebbero sfuggiti al giudizio, per il quale già la tradizione contemplava tale evento, contraddicendo l’ipotesi che, una volta morti, la Legge non avrebbe avuto alcun senso o potere.

Orbene, il giudizio avrà come riferimento e griglia di discernimento l’adesione e la fede nel dono di Dio, offerto con la morte e risurrezione di Gesù Cristo e “chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome”.

Il credere coinvolge tutta la persona, trasforma e configura l’immagine di se stessa, motivando la determinazione di assumere la filosofia di vita di Gesù Cristo; e fornisce la capacità di vivere lo stesso comandamento dell’amore che ha caratterizzato il Suo agire, segno di partecipazione della Sua risurrezione e della stessa gloria futura, alla fine dei tempi.

Questa nuova realtà è sottolineata nella seconda lettura.

 

2a lettura (Col 3,1-4)

Affermazione centrale del ragionamento e argomentazione che Paolo rivolge alla comunità è: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!”. Infatti, nel credente si è formata una nuova vita, un'esistenza rinnovata, cosicché la prima è come se fosse morta per sempre. Questa esperienza si può paragonare alla trasformazione del pane e del vino in corpo e sangue di Gesù Cristo: niente di quello che esisteva prima è modificato ma, allo stesso tempo, tutto è cambiato. Si afferma che Gesù è “nascosto” sotto le apparenze del pane e del vino e quello che si crede è la realtà del cambiamento, anche se nascosto, in virtù del quale si piega il ginocchio e la comprensione rispetto al come sia avvenuto. Si mortifica ogni forma di percezione sensoriale e si afferma veritiero e reale quello che è nascosto.

Credere nell’Eucaristia richiede lo svuotarsi o l'allontanarsi dai propri criteri, riguardo alla trasformazione di una realtà esterna alla persona. Molto più impegnativo, invece, è credere alla trasformazione e nuova costituzione della realtà interiore della persona, eventi anch'essi nascosti dalle abituali condizioni umane.

Come conseguenza di ciò, è ancor più esigente l’impegno nell’affermare che il peccato e il male possono essere vinti, pur esercitando la loro seduzione e potere. Infatti, l’effetto della nuova realtà rende la persona come insensibile alle loro sollecitazioni, come testimonia l’apostolo di se stesso: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come per io il mondo” (Gal 6,14).

La difficoltà nel credere sorge dal non investire, con determinazione, l’impegno per elaborare nella mente e nel cuore la convinzione riguardo alla nuova realtà; per essa Dio ci considera giusti ai suoi occhi e, pertanto, si apre la breccia, nonostante le buone intenzioni e propositi, alla debolezza, ai limiti, alla fragilità della condizione umana. In tal modo prevale la sfiducia nell’essere veramente nuova creatura o, più esattamente, riguardo all’efficacia della vittoria guadagnata da Gesù Cristo. La difficoltà aumenta quando, in sintonia con l’esperienza di Paolo, si desidera e si vuole veramente il bene e si finisce per fare il male. Nell’estremo sconforto Paolo esclamerà: "chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Rm 7,24-25). La risposta è il rinnovato dono della misericordia di Dio.

Ecco, allora, l’indicazione dell’apostolo per non rimanere prigionieri dello sconforto e della delusione: “se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra”. Si tratta di non perdere di vista il riferimento al destino e al permanente amore di Dio in Gesù Cristo, pronto a rinnovare il dono di nuova creatura nei momenti di fragilità. Solo invocare l’azione dello Spirito che già alberga nell’intimo, affinché, per la fede, faccia spazio nella mente e nel cuore e ricomponga la nuova realtà.

Rimanere con il pensiero sulle cose della terra, ossia sui criteri e l’esperienza semplicemente umana, significa entrare in un vicolo cieco. La salvezza viene da Lui, da fuori, con una nuova effusione dello Spirito, che riaccende nel mondo interiore se stesso, mortificato e accantonato dalla sfiducia, dallo scoraggiamento e dalla tristezza. Il continuo rifarsi della condizione di nuova creatura fa comprendere l’immensità dell’amore e della misericordia di Dio che, gradualmente, aumenta la fiducia e la comunione con il mistero di Dio stesso ed opera, soavemente, il progressivo distacco dalle cose della terra per rimanere fissi in quelle del cielo.

Ecco lo sguardo sul futuro: “Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria”. La propria vita e quella di Cristo, diventando intime e profondamente riunite in un solo vissuto rivolto all’amore verso l’umanità e la creazione, offriranno la certezza della partecipazione all’eterna gloria di Dio; in altre parole al traguardo nel quale l’umanità si divinizza, e la divinità si umanizza, mantenendo, evidentemente, la sua trascendenza.

Tutto ciò ha la sua manifestazione nell’evento della risurrezione.

 

Vangelo (Gv 20,1-9)

Il testo segnala alcuni aspetti che introducono all'avvenimento totalmente inaspettato e sconcertante della risurrezione. Maria di Màgdala si avvicina all’evento, ignara di tutto, il primo giorno della settimana – quello che diverrà il giorno di tutti i giorni – quando ancora è buio, con lo stato d’animo di chi vuole ricomporre il corpo morto, in segno di devozione e affetto, dato che non è stato possibile farlo il venerdì sera.

Era ancora buio, non solo per l’ora notturna, ma anche nel suo animo, come ben si può supporre. Ebbene, “vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro”. La violazione è motivo più che sufficiente per lo spavento e il subbuglio interiore e Maria corre, annunciando a Pietro e Giovanni, la scomparsa del corpo: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”.

Strano che il testo scriva il plurale “sappiamo” invece di “non so”. Si può pensare che ogni credente passi per la stessa esperienza di Maria, quando nel buio della prova perde ogni riferimento, anche il più piccolo, come sarebbe nel caso di Maria l’omaggio a Gesù morto. Pensando, all’oltraggio del cadavere, lo sconforto raggiunge il punto estremo.

Pietro e il discepolo – “quello che Gesù amava”, probabilmente Giovanni -, a loro volta, corrono al sepolcro. Si può immaginare il loro stato d’animo e che energia ha sprigionato la notizia nei due, al punto da rilevare che l’altro discepolo arrivò prima di Pietro. “Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò”: lo sconcerto dell’incognito e l’eventuale timore di sorprese sgradevoli non impediscono che notassero, immediatamente, la singolare posizione dei teli.

Con l’ingresso di Pietro nel sepolcro, questi “osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte”; Tutto fa, immediatamente, pensare che qualcosa di molto singolare sia successo.

Una volta entrato, anche l’altro discepolo vede i teli che hanno avvolto il corpo di Gesù stesi per terra, come un involucro sgonfio al quale è sottratto ciò che avvolgeva e il sudario appare avvolto, piegato, non lasciato alla rinfusa. Se il corpo fosse stato trafugato, certamente gli esecutori non si sarebbero preoccupati di piegare il sudario. Come spiegare la posizione dei teli?

Giovanni "vide e credette”. Credette alle parole di Maria di Màgdala, percependo la stranezza della scomparsa del corpo e che qualcosa di molto singolare era successo. L’accaduto non è ancora la manifestazione dell’evento della risurrezione; infatti “… non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”.

La comprensione non consiste nell’assenza singolare del corpo, ma rimanda alle Scritture. Essa non è solo erudizione e analisi del contenuto della Scrittura ma la lettura della stessa da parte di chi, per la fede, segue il cammino, l’insegnamento, la filosofia, le scelte e lo stile di vita di Gesù. In altre parole chi che cammina con Lui. È la Scrittura vissuta, non semplicemente letta. Solo allora si rivela la realtà del risorto.

Se fosse un fatto verificabile con le sole facoltà sensitive, sarebbe apparso anche a Caifa e Pilato per renderli coscienti dell’errore; ma ciò avrebbe comportato il cedere ancora alla tentazione del gesto spettacolare, tipo quello di scendere dalla croce o altro e, perciò, dannoso alla finalità della missione.

Si aprono, così, una serie d’importanti considerazioni per precisare in che senso l’evento è oggettivo e soggettivo allo stesso tempo, ed esse vanno molto oltre alla finalità del semplice commento, ma importanti da affrontare per la plausibilità dell’evento.

In ogni modo, senza le Scritture non sussisterebbe l’Evento. Viceversa, senza l’Evento le Scritture sarebbero vuote. L’esperienza personale del Risorto richiede invocazione dell’azione dello Spirito. È lo Spirito che crea lo spazio, nella mente e nel cuore, per il coinvolgimento di tutta la persona e delle sue facoltà nel cammino di Gesù, la cui meta è la vita eterna nella quale si manifesta il Risorto.

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento