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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 6,1-7)

Nessun gruppo sociale, compreso la comunità dei credenti – la Chiesa -, è scevro da lacune o difetti, che generano malessere, scontento e critica da parte dei suoi componenti e pertanto, le richieste ai responsabili di provvedere in modo adeguato, ne sono la logica conseguenza. È quello che evidenza il testo. I convertiti “di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana venivano trascurate le loro vedove”.

Il testo non riferisce la causa o il motivo di ciò, registra solo questo malessere. Le autorità – i Dodici -, come responsabili della comunità, si fanno carico del disagio e convocano il gruppo dei discepoli per risolvere il problema; e dicono: “Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense”. Con buon senso, provvedono a dividere i compiti, riservandosi l’aspetto specifico del loro servizio, perché testimoni dell’evento Gesù Cristo, comunicato per mezzo della parola e trasmesso nella pratica della carità fraterna.

Il servizio alla mensa, con giustizia e carità fraterna, non è meno importante di quello della parola, ma il riservarsi tale compito – il servizio alla parola – è questione di competenza per il corretto crescere della comunità, per l'organizzazione delle attività riguardo all’avvento del regno di Dio nella pratica del diritto, della giustizia e della fraternità.

Gli effetti dell’evento Gesù Cristo non sono solo individuali ma collettivi, comunitari, e manifestano il nuovo stile di vita e di fraternità per cui si forma il vissuto di responsabilità, condivisione fraterna e comunione nell’affermazione e consolidamento dei valori etici e spirituali del regno di Dio, avvicinandosi sempre più al sogno di Dio e alla finalità della missione di Gesù.

Ecco, allora, la determinazione: “cercate fra di voi sette uomini di buona reputazione pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico”. Gli apostoli incaricano la comunità di scegliere e indicare le persone adeguate. Essi, semplicemente, confermano la scelta e conferiscono il mandato in nome del Signore: “Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani”.

Gli apostoli si riservano lo svolgimento di aspetti imprescindibili per la vita e il mantenimento della comunità; infatti, “Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola”. In effetti, dalla qualità del servizio della Parola – non solo l’istruzione e l’insegnamento ma anche lo stile di vita, la pratica e la corretta dinamica del vivere personale e sociale -, dipende l’organizzazione, il tipo di coinvolgimento, la passione e la determinazione nel servizio, così come la tenacia e la fermezza nelle inevitabili prove e difficoltà.

La formazione, il dare forma alla visione e concezione di se stessi, all’organizzazione e al nuovo vissuto nei rapporti comunitari e con l’ambiente circostante, è caratteristica della qualità della testimonianza, affinché che sia percepita come valida, interessante e capace di suscitare il desiderio di fare propria la proposta e lasciarsi coinvolgere in essa.

Fra l’altro, l’annuncio e la testimonianza di cui sono portatori, sono sconvolgenti per la novità e l’esigenza di assumere nuovi criteri di riferimento, abbandonando quelli ritenuti finora validi e irrinunciabili. Il discepolo ha bisogno di coraggio, apertura mentale e del cuore, che solo un’adeguata formazione possono offrire, motivare e consolidare. Il successo si manifesta nel fatto che “La parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede”.

Pertanto, è di grande importanza la scelta di persone adeguate – che abbiano rispetto delle diversità e agiscano con rettitudine – affinché la testimonianza assuma quel carattere di trasformazione personale e sociale che sigillano, con il valore di verità e di vita, l'insegnamento.

Ciò qualifica la coscienza di appartenere, costruttivamente e in modo positivo, al regno di Dio e al suo manifestarsi concretamente nel vissuto giornaliero, come indica la seconda lettura.

 

2a lettura (1Pt 2,4-9)

L’apostolo Pietro indica il Signore come “pietra viva rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio”, come realtà solida, compatta, vitale ma incompresa e rifiutata dagli uomini, che non hanno, o non hanno voluto, capire la sua vera consistenza e importanza. Paradossalmente, essa è il dono prezioso e specifico scelta per il loro bene da parte di Dio.

Questo contrasto deve attrarre maggiormente la loro attenzione perché, lasciando da parte ogni pregiudizio, indifferenza e sospetto, avvicinandosi al Signore sono costituiti anch’essi “quali pietre vive” dell’edificio spirituale; in altre parole, sono elementi per la costruzione del regno di Dio: un mondo nuovo con rapporti interpersonali e sociali confacenti alla volontà del Padre.

Evidentemente, i credenti sono “pietre vive”, ossia persone trasformate e rinnovate dall’incontro con il Risorto e, pertanto, in sintonia e identificate con la sua dinamica di vita, con le sue scelte e filosofia, e, soprattutto, con la solida fede nella promessa di Dio Padre per la presenza in loro dello Spirito di Gesù Cristo. Come tali sono “per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo”.

Lo svolgimento della missione nella dinamica del regno ha la caratteristica sacerdotale nel senso che è proprio di quest’ultimo offrire il sacrificio a Dio. Nel caso specifico non si tratta di un’azione cultuale e rituale (quello che si è abituati ad attribuire ai sacerdoti), ma l’offerta della propria azione, della propria persona, totalmente dedicata alla causa della giustizia, del testimoniare e ridisegnare i nuovi rapporti di cui sopra.

In tal modo scaturisce pienamente la mediazione di Gesù Cristo, perché il credente agisce e ama alla stessa maniera di Lui. Pertanto, la “pietra viva” che è Cristo si traspone nel discepolo, e continua per suo tramite, la sua azione per l’edificazione della comunità credente. Ciò logicamente è gradito a Dio perché è il compiersi della sua volontà.

Cosicché la comunità si configura come “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato”, ossia, come spazio del farsi del regno, dove scatta l’esperienza di Dio, che lo presiede come re e lo sostiene nella dinamica della fraternità, della giustizia, del diritto. Pertanto la comunità gli appartiene e, a sua volta, essa sente di appartenergli e e di dover rivolgere a Lui la lode e il ringraziamento.

L’esperienza non è finalizzata individualmente alle singole persone ma all’umanità intera. Infatti il vissuto e la missione della comunità sono “perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa”. Conseguentemente, la caratteristica del nuovo popolo di Dio è legata alla testimonianza del contrasto fra le tenebre e la luce meravigliosa, una metafora che indica la qualità della nuova vita.

In questo consistono l’onore e la gioia di appartenere a Cristo e appartenere al popolo di Dio: “Onore, dunque a voi che credete”. La missione non è un obbligo né un dovere cui rispondere, ma l’espressione di un vissuto pieno di soddisfazione per partecipare, attivamente, alla trasformazione della società, con particolare attenzione ai più bisognosi, in sintonia con il disegno di Dio e nella pratica dei valori insegnati da Gesù.

L’adesione a Gesù Cristo pone le basi per costruire la vita personale e comunitaria, perché Egli è la “pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non sarà deluso”. Il contrario avviene per chi non crede, in quanto tale pietra costituisce “un sasso d’inciampo, pietra di scandalo”. Il motivo d’inciampo e di scandalo è “perché non obbediscono alla Parola” e, così, segnano il loro destino alla perdizione.

La sfida principale per ogni persona è accogliere la Parola, farsi coinvolgere in essa con la mente e con il cuore, in modo da illuminare la propria intelligenza, modellare il cuore e la vita nei termini della nuova alleanza, qualificata dalla pratica dell’amore, quello stesso con cui è amata da Dio.

È una sfida perché i presupposti sfuggono, e vanno oltre al criterio e al dominio della logica umana; quindi, inevitabilmente, sorgono resistenze e difficoltà di ogni tipo che è doveroso affrontare. Per esse il Signore ha le risposte, sempre basate sulla fiducia nella sua persona, nel suo insegnamento e testimonianza di vita, come indica il Vangelo.

 

Vangelo (Gv 14,1-12)

Il brano odierno è preceduto dall’annuncio del tradimento di Giuda, della morte di Gesù e della negazione di Pietro. Tutto ciò deve aver turbato profondamente gli apostoli, ai quali Gesù si rivolge cercando di parare il colpo; infatti dice: “Non sia turbato il vostro cuore”, e chiede loro: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”.

Egli spiega che “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore”. La casa del Padre è il suo regno, evidentemente. Non si riferisce a un luogo diverso della terra e dalla creazione – altra terra o altra creazione -, ma a queste, rinnovate e trasformate in nuove realtà, ossia, portate alla loro pienezza di senso e di attuazione. Altrimenti che senso avrebbe la redenzione di tutto, operata da Gesù Cristo?

Gesù Cristo promette “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. La comunità cristiana vive in attesa del compimento di queste parole; infatti Gesù con la sua consegna ha raggiunto la meta, l’entrata nel regno con il suo corpo e la glorificazione della sua persona. Ebbene, lì prepara il posto per tutti quelli che crederanno in lui e parteciperanno della stessa esperienza e vita.

Pertanto è indicata la comune meta, nella coscienza che “quando tutto gli sarà sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28), in modo da partecipare, assieme, all’evento finale, che sarà un inizio senza fine.

In cammino verso la meta, e ancor più all’evento finale, i discepoli potranno avvalersi della presenza invisibile – nel primo caso – del Risorto, come da lui promesso all'atto dell’invio degli stessi prima dell’Ascensione. Quindi, afferma loro: “E del luogo dove io vado, conoscete la via”. Affermazione sorprendente, che suscita la logica domanda di Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”.

La risposta deve aver lasciato ancora più stupiti i discepoli: “Io sono la via, la verità e la vita”. Ci manca un bel "perché", dopo la virgola; Egli è la via, perché verità e vita e l’evento inerente alla sua persona e missione fanno giustizia all’affermazione. Nonostante tutto, specifica: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” e, provocatoriamente, continua: “Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.

Immediatamente Filippo reagisce, immagino con stupore e sconcerto: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”, perché nessuno può vedere Dio e rimanere vivo; pertanto, sentirsi dire che essi già lo conoscono e lo hanno veduto ha qualcosa d’incredibile e fuori da ogni legittima attesa.

Gesù gli risponde con il senso di sorpresa e delusione di chi si aspettava ben altro atteggiamento e incalza: come puoi dire “Mostraci il Padre?”, e puntualizza un aspetto che pensava acquisito riguardo all’intima unione con il Padre: “Non credi che io sono nel Padre e il Padre in me?”.

Inoltre argomenta e specifica due aspetti che caratterizzano e sostengono l’unione: “Le parole che io dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere”. Pertanto, parole e opere sono un tutt’uno che manifestano questa comunione. Le parole chiamano all’esistenza e creano le opere, così come le opere manifestano la verità e l’efficacia delle parole.

Ecco, allora, l’esortazione alla fede: "Credete in me: io sono nel Padre e il Padre è in me”; ma comprendendo l’enorme portata dell’affermazione e la difficoltà dei discepoli di comprenderla pienamente, aggiunge quel che dovrebbe appianare il cammino: “Se non altro, credetelo per le opere stesse”, ossia la realtà impugnabile dei fatti. È noto il detto che contro i fatti, gli argomenti non hanno valore.

La sorpresa non finisce lì, c’è dell’altro! Gesù afferma, impegnando tutto se stesso: “In verità, in verità vi dico” – è una formula di giuramento su quello che segue – “chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste”.

C’è da chiedersi: quali opere? Una risposta potrebbe esser suggerita dal seguente motivo: “perché io vado al Padre”; sono, dunque, opere in sintonia con la finalità della missione, che continua nel mondo per mezzo dei discepoli, ossia l’avvento, il progresso e la consolidazione del regno di Dio, abbracciando più persone e i diversi popoli, in modo che, usando un’espressione di J, Moltmann, “il ridere – la gioia – dell’universo manifesti la gloria di Dio”.

 

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