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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Nm 21,4b-9)

Dopo la liberazione dall’Egitto, durante il cammino nel deserto verso la nuova terra, niente fa pensare al compimento della promessa d’incontrare il benessere, metaforicamente indicato con i termini di “latte e miele” in una terra particolarmente feconda e rigogliosa.

Al contrario, le difficoltà sono tali che, racconta l’autore, “il popolo non sopportò il viaggio”. La reazione investe Dio e Mosè: “Perché ci avete fatto uscire dall’Egitto per farci morire in questo deserto?”; il popolo è esasperato, “Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero”.

Il popolo si sente defraudato e la sfiducia prende il sopravvento. Altro che promessa, siamo venuti qui per morire! Non è la prima né l’ultima volta che succede, ci sono già stati momenti e circostanze in cui sembrava che Dio avesse dato le spalle alla promessa, era assente nel cammino e non soccorreva nei bisogni primari.

La sfiducia è così intensa e violenta da essere come “serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì”. Il sentirsi defraudati e abbandonati provoca, nel popolo, uno stato d’animo di abbattimento e disperazione, al punto da sperimentare la morte prima del tempo, come fosse la morsicatura di serpenti velenosi.

Il popolo attribuisce a se stesso la colpa di ciò che sta accadendo e si rivolge a Mosè – "Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro te” – chiedendo la sua intercessione presso il Signore; cosa che Mosè subito mette in pratica. In effetti, in situazioni del genere, è normale rivolgersi al Signore perché liberi dal male che opprime o dalla morte prematura.

Mosè, obbedendo all’indicazione del Signore, “fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita”.

Lo scoraggiamento, il dubbio e la paura, dovute a circostanze personali e storiche particolarmente difficili e pesanti, può provocare una depressione, uno stato d’animo mortale in qualsiasi momento.

Non sempre la persona è preparata ed attrezzata, dal punto di vista umano e psicologico, per far fronte adeguatamente alle situazioni avverse ed ha la percezione di essere abbandonata dallo stesso Dio in cui crede. Quante persone, in tale circostanza, si chiedono il perché di quello che sta loro succedendo, rivolgono a Dio la stessa domanda e aspettano un segnale che dia animo e speranza.

Ebbene, Dio risponde con un segnale. Il male (il serpente velenoso), causa della morte, è crocefisso sull’asta e, con ciò, è svuotato del suo potere letale per la volontà esplicita del Signore. Rivolgere a lui lo sguardo è, allo stesso tempo, credere e accogliere il potere di Dio sul male che vince la morte.

È lo sguardo di chi, sperimentato il proprio fallimento, si affida, si abbandona all’azione vittoriosa di Dio sul male e sulla morte. Perciò l’esperienza della durezza del viaggio nel deserto è propedeutica a tale insegnamento. Essa non avviene per procurare morte e delusione ma per ravvivare, e mantenere salda, la fiducia nel Signore della vita che, avendo promesso la terra “di latte miele” – metafora della felicità piena -, la porterà a compimento.

Con la prova Dio vuole mostrare al popolo la poca consistenza della loro fede e la fragilità della loro fedeltà all’alleanza. Con la prova Dio fa capire al popolo che il camminare con lui, per raggiungere gli effetti della promessa, avrà momenti di verifica nei suoi confronti riguardo alla qualità della fiducia.

Il popolo, accettando la condizione di “eletto”, sarà chiamato costantemente, nelle concrete situazioni storiche e personali, a verificare le condizioni perché si possa dire tale.

C’è un rapporto diretto fra il serpente di bronzo sull’asta e la crocifissione di Gesù Cristo che ha portato la comunità di Paolo a elaborare l’importante inno riportato nella seconda lettura.

 

2a lettura (Fil 2,6-11)

È un inno risalente alle prime comunità cristiane e sintetizza la figura, la portata e il significato della missione di Gesù. Molto fu scritto per l’importanza e l’inesauribilità del contenuto.

I primi tre versetti si riferiscono allo svuotamento e umiliazione di Gesù, per aver fatto proprio, e caricato sulle sue spalle, il rifiuto e il disprezzo delle autorità e del popolo che lo ritenevano un falso profeta, un senza Dio meritevole della croce. Perciò graverà su di lui il peccato di tutti, portandone le estreme conseguenze e manifestandone, il venerdì santo, tutta la tragicità.

In primo luogo Gesù mette, come tra parentesi, la sua condizione divina: non vuole avvalersi delle prerogative, condizioni e onori che essa comporta; infatti, Paolo scrive: “pur essendo nella condizione di Dio”… Ebbene, Mario Antonelli, teologo della diocesi di Milano, fa notare che, nel testo originale, non c’è il “pur”, il che è di grande importanza, perché si comprende che fa parte della condizione divina svuotare ”se stesso assumendo la condizione di servo”. È propria di Dio tale caratteristica, dal momento che assume la condizione umana.

Fra l’altro, il popolo (la gente) lo riconosce come persona comune – “Dall’aspetto riconosciuto come uomo” –, uno dei tanti comuni mortali della Galilea, luogo dal quale non ci si aspettava niente di buono. Per di più avanza pretese messianiche che contraddicono ogni attesa e creano un subbuglio a livello personale e, ancor più, sociale, volendo insegnare e indicare l’avvento del regno di Dio, del quale si proclama servo.

Ebbene, come servo “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. L’obbedienza fino alla croce è dovuta a una sorta di riscatto da pagare per la redenzione, o come necessario tributo di sofferenza, di sangue e morte per l’offesa recata a Dio con il tradimento dell’alleanza? In questo senso, un Dio “assetato” di sangue o vendicativo, sarebbe totalmente fuori luogo e non risponderebbe alla sua vera realtà.

L’obbedienza è, nell’uomo Gesù, la dimensione dell’amore divino in nome della verità che stava insegnando e testimoniando. E anche in nome della giustizia, perché non cede alla tentazione e alla lusinga della gente, al loro peccato. Se avesse ceduto, avrebbe bloccato la giustificazione di chi lo stava condannando davanti al Padre.

Gesù è la prima persona umana che vince radicalmente il peccato in virtù dello Spirito, il compagno invisibile della sua azione. In Gesù, la lotta tra il peccato e Spirito – come avvenne nel deserto prima di iniziare la sua missione -, è vinta dal secondo, a prezzo dell’obbedienza per amore.

I tre versetti seguenti spiegano in cosa consiste la vittoria; il “Per questo” stabilisce la relazione, l’anello d’unione fra il precedente e quello che segue. Lo stesso Padre e lo Spirito che lo hanno inviato, hanno sofferto con lui tutti i patimenti, e ora Dio (che include anche il Figlio come persona attiva) “lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome”. Il nome rivela l’essenza, la dimensione profonda e autentica di chi lo porta. Tale essenza e dimensione profonda è la carità, l’amore nella sua dimensione più alta e pura.

Con la risurrezione si apre uno squarcio sul mistero di Dio che, pur mantenendosi tale, ossia misterioso, manifesta l’umanità immersa in Lui; infatti il corpo crocefisso e risorto di Gesù Cristo è quello dell’umanità tutta, che ha assunto con l’entrata nel mondo – l’incarnazione -, e ora, in virtù della consegna per amore, la introduce con lui e in lui nella gloria eterna del mistero di Dio.

Ora tocca all’umanità, o meglio a ogni singola persona, accettare di lasciarsi coinvolgere e vivere il dono, in modo che “nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: ’Gesù Cristo è Signore’, a gloria di Dio Padre”.

La gloria di Dio è che ogni uomo viva in pienezza, abbia vita in abbondanza e con ciò renda visibile il regno di Dio nella responsabilità e solidarietà del vivere il dono ricevuto, creando un nuovo mondo, un regno di pace e di giustizia.

Il vangelo racconta il dialogo di Gesù con Nicodemo su questi aspetti.

 

Vangelo (Gv 3, 13-17)

Disse Gesù a Nicodemo: “Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo”. Con il titolo di “Figlio dell’uomo” Gesù si presenta come chi, da un lato, è il soggetto della visione del profeta Daniele: “ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, gli furono dati potere gloria e regno” (7, 13-14). Dall’altro lato, è un uomo fra gli altri, e unisce la dimensione divina con quella umana. Si può dire che è il modo umano di Dio di essere presente nel mondo.

Ebbene, “come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. L’innalzamento si riferisce alla croce e, contemporaneamente, al serpente sull’asta della prima lettura.

Il “bisogna” non si riferisce al prezzo da pagare in virtù dell’offesa recata dall’umanità peccatrice per l'espiazione delle proprie colpe, quasi che Dio fosse bisognoso di un prezzo di sangue per il riscatto. È piuttosto il bisogno di manifestare il profondo e incondizionato amore di Dio nell’aver intrapreso il processo di salvezza dell’umanità in generale, e di ogni singola persona con l’invito alla conversione e all’entrata nel regno di Dio.

Chi salva non è il sangue e la sofferenza, ma l’amore che motiva e sorregge l’azione pastorale di Gesù per la causa del regno. È l’amore che sostiene la tenacia e la determinazione nel non desistere o deviare, nonostante le tentazioni di procedere secondo la logica e l’aspettativa dei destinatari, e che avrebbe portato al fallimento e alla vittoria del demonio.

Non solo, nonostante la sfiducia e l’incredulità dei destinatari, è l’amore che motiva ad andare avanti fino a soffrire l’estremo rigetto e abbandono di tutti sulla croce. È per amore che Gesù, con la sua umanità, accetta di rappresentare davanti al Padre tutti coloro che lo stanno crocifiggendo. È per amore che carica sulle sue spalle la tragicità del loro peccato d’incredulità, che fra l’altro l’ha reso irriconoscibile e allontanato dal Padre, aumentando enormemente la sua sofferenza e causa del decesso che avviene in così breve tempo.

L’unico aspetto che l’ha sostenuto, nella tragica circostanza del venerdì santo, è la fiducia nella promessa del Padre che, succeda qualunque cosa, avrebbe portato a termine la causa del regno e, con essa, la salvezza dell’umanità.

È questa fede che riscatta la sua carne – la sua condizione umana nel livello infimo, come peccatore – che rende giusto il Gesù “peccatore” – che non ha peccato, ma si è fatto carico del peccato di chi l’ha respinto – davanti al Padre nello Spirito, ossia l’amore che l’ha sostenuto fino al dono estremo di sé.

Più ancora, dirà Paolo: “questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal2,20). In quella morte si è sentito rappresentato, è come se lui stesso fosse morto, e ne ha ricevuto gli effetti: la giustificazione davanti al Padre e la partecipazione alla risurrezione, alla vita eterna.

Pertanto, “bisogna che sia innalzato (…) perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. È la nostra condizione di credenti: il rispondere con amore all’amore nel quale la Trinità ci ha coinvolti.

 

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