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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ez 47,1-2.8-9.12)

Il testo descrive la visione profetica di Ezechiele, che attribuisce all’edificio del tempio un significato spirituale centrale per la fede del popolo eletto. La parte centrale del tempio, il santo dei santi – luogo dove Dio appoggia i suoi piedi, considerato come l’ombelico che unisce la terra al cielo e accessibile solo al sommo sacerdote una volta all’anno nel giorno del perdono dei peccati suoi e di tutto il popolo, costituisce un riferimento imprescindibile della fede d’Israele. È noto il grandissimo sconcerto di tutti, con tutte le conseguenze, quando nel 581 a. C., e poi nel 70 d.C., il tempio fu stato distrutto dagli eserciti invasori.

Ebbene, la visione mostra che “l’acqua scaturiva dal lato destro”, ed i suoi effetti benefici sono descritti ampiamente, "Queste acque (…) risanano le acque” del mar Morto e ogni “vivente che si muove dovunque arriva il torrente vivrà”. Inoltre, “Lungo il torrente (…) crescerà ogni sorta di alberi da frutto (…), i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno (…) e serviranno come cibo e le foglie come medicina”.

L’acqua ha molteplici significati, tutti riconducibili alla presenza e all’azione del Dio dell’Alleanza. La costruzione (il tempio) vuole richiamare e ricordare l’Alleanza con il Signore; infatti, fino alla prima distruzione di esso, nel santo dei santi, era conservata l’arca dell’Alleanza che conteneva le tavole della Legge, altri elementi legati a Mosè quali l’arca stessa, e altri al percorso nel deserto verso la terra promessa.

L’adesione sincera all’Alleanza, e la sua fedele esecuzione, ha gli effetti dell’acqua che “scaturiva dal alto destro del tempio”, facendo sì che la terra promessa, della quale avevano preso possesso, diventasse la manifestazione della devota e grata obbedienza a Dio, in modo che si manifestasse anche agli altri popoli l’ eccellenza del Dio d’Israele e la volontà di aderirvi, in modo che la salvezza tornasse dono del Signore e patrimonio di tutte le nazioni.

Come è noto, gli eventi storici d’Israele manifestarono ben altra realtà, per lo stravolgimento della finalità della Legge a causa dell’interpretazione data dalle persone incaricate di trasmettere il suo contenuto e senso. Il tempio era considerato come luogo sacro e di culto dove adempiere gli obblighi prescritti dalla Legge.

I profeti, costantemente, richiamarono le autorità e i capi del popolo riguardo a questo stravolgimento, ma con scarso successo; anzi, furono perseguitati e alcuni addirittura uccisi, perché intaccavano seriamente gli interessi e i privilegi di pochi, fra l’altro sostenuti da una teologia elaborata in loro favore dagli scribi. Perciò difendevano il culto e il tempio e, allo stesso tempo, garantivano la loro posizione religiosa e sociale.

Si tratta specificamente della patologia che investe tutti i gruppi sociali di ogni tempo, quando gli interessi prevalgono sul fine. La conseguenza è la perversione che si cristallizza e si stabilisce nella struttura e nell’organizzazione, le quali diventano quello che chiamiamo "peccato strutturale".

Ebbene, il grave danno consiste nell’effetto ricorsivo. In altre parole, quando la struttura e l’organizzazione sono motivate e sostenute da interessi particolari, e pertanto portatrici della corruzione, sfruttamento, privilegi e via dicendo, chi vive in essa si adegua a questa prassi e sarà indotto al peccato. Si crea, in tal modo, come un circolo vizioso e, alla fine, sarà portato a giustificare il proprio comportamento e la situazione come inevitabile.

Fra l’altro, pur riconoscendone la non adeguatezza, l’inopportunità e, addirittura, l’ingiustizia, si opporrà tenacemente a ogni modifica, allorché essa comporti perdite di ordine finanziario, privilegi, o anche semplicemente della comodità.

A questo punto non c’è altra soluzione che l’implosione. È quello che Gesù farà riguardo al tempio.

Paolo riprenderà il tema del tempio con accenti ben diversi, come dimostra la seconda lettura.

 

2a lettura (1Cor 3,9c-11.16-17)

Paolo ritiene che i membri della comunità non sappiano, o non prendano in dovuta considerazione, la realtà nella quale sono costituiti per la fede in Gesù Cristo e afferma: “Fratelli, voi siete edificio di Dio (…). Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?”. In tal modo li rende coscienti che il tempio di Dio non riguarda la costruzione, l’edificio di pietra, ma loro stessi e la comunità.

Con l’evento della morte e risurrezione di Gesù Cristo, la presenza dello Spirito di Dio non si trova più nel tempio di Gerusalemme, come riteneva la tradizione, ma in loro stessi e nella comunità. È uno spostamento di asse di grande importanza, che modifica e trasforma i riferimenti da prendere in considerazione per il corretto rapporto con il Signore.

È la presenza dello Spirito che rivela al credente la sua nuova realtà di figlio di Dio. Ne consegue, dal punto di vista sociale, che la comunità percepita come luogo della presenza dello Spirito è intesa con le caratteristiche dell’edificio. Al riguardo l’apostolo afferma: “Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento”, sul quale “un altro poi vi costruisce sopra”.

Per evitare fraintendimenti, Paolo si premura di specificare chi sta alla base del fondamento: “Infatti, nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo”. Di conseguenza, il fondamento è la carità – “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”(Gv 15,12) -, in virtù della quale, sperimentata nei propri confronti, diventa la dinamica e la forza effettiva ed efficace del rapporto con gli altri. Essa sostiene la creatività, l’audacia, il coraggio per un nuovo ordine sociale, includente le diversità di culture e di fedi, in modo da anticipare i nuovi cieli e la nuova terra in cui le persone, la società e la creazione sono orientate, secondo il disegno di salvezza voluto dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo.

Orbene, Paolo ha davanti a sé un vissuto della comunità che ben poco rispecchia queste caratteristiche. Sono noti gli intrighi, le divisioni, e tutti i limiti personali e sociali della comunità, che sono anche quelli di ogni gruppo umano di tutti i tempi. Molto preoccupato, indica loro il rimedio efficace, attingendo ai presupposti della loro identità e vissuto comunitario.

La speranza nel ravvedimento lo porta a metterli in guardia dalle conseguenze: “Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui”. Non si tratta, evidentemente, di uno scambio, e meno ancora di vendetta ma, in primo luogo, nel porre molta attenzione al fatto che il loro comportamento non edifica, anzi, distrugge il progetto di Dio nei loro confronti.

In tal modo si vanificano il dono e l’azione di Dio, cosicché allontanandosi da Lui perdono la comunione, la familiarità e la promessa, e rimarranno nell’isolamento immersi nel nulla. Si tratta della prassi auto-distruttiva del loro comportamento, per il quale si rende vana ogni efficace azione di Dio.

La salvezza è realtà di comunione che richiede l’adesione e la risposta adeguata della controparte. Essa include non solo la qualità del rapporto con Lui ma anche quella del rapporto con la comunità con gli uomini, con gli eventi della storia, con la creazione e, infine, con l’avvento del regno di Dio.

“Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi”. Non si tratta, in primo termine, della santità nel comportamento, poiché alla prova dei fatti si constata il contrario, ma della santità in cui sono costituiti dall’amore di Dio, presente in loro per l’efficacia dello Spirito di Cristo, al quale devono fare costante riferimento, sino a consolidarne la coscienza e il naturale punto di riferimento.

Solo allora riusciranno a superare gli ostacoli di diversa natura che bloccano l’edificazione della comunità e la conseguente testimonianza. In caso contrario, tutto sarà vano e, peggio ancora, si alimenterà l’inganno e l’illusione in cui sono cadute le persone del tempio e il popolo in generale, come racconta il vangelo.

 

Vangelo (Gv 2,13-22)

 

I discepoli si ricordarono, dopo l’evento della Pasqua e l’invio, su di loro, dello Spirito Santo, del salmo 69,10: “Lo zelo della tua casa mi divorerà” e lo applicano alla persona di Gesù, a quello che insegnato e fatto e, in particolare, alla cacciata dall’atrio del tempio dei venditori, il cui commercio era necessario per il culto in quanto il tesoro del tempio, nel quale versare la decima, non poteva ricevere moneta straniera ed era, perciò, necessario il cambio di valuta.

Dalla seconda lettura si deduce convenientemente che lo zelo per la casa non si esaurisce al tempio di Gerusalemme, ma all’edificazione della comunità credente – il vero tempio del Signore – riguardo al fine per cui è costituita: l’avvento del regno di Dio.

Sorpresi e sconcertati i Giudei presero la parola e dissero: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?”; in altre parole, con quale autorità e chi ti ha incaricato di un simile comportamento. La risposta di Gesù, “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”, è ritenuta assurda, poiché il tempio “è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”. Ciò obbliga l’evangelista a precisare: “Ma egli parlava del tempio del suo corpo”.

Il suo corpo è tempio dello Spirito. È come la spugna imbevuta dall’acqua, non c’è parte di essa che non sia bagnata. Nei momenti decisivi delle sue scelte pastorali, preceduti o accompagnati da momenti intensi di preghiera, Gesù ha sperimentato, nella sua umanità, l’azione dello Spirito come spazio che dilata gli alvei della spugna per accogliere il nuovo, nell’orizzonte della misericordia e della compassione.

Tale evento costituirebbe per il giovane ricco, inquieto e desideroso di salvezza, la vendita dei beni per essere una cosa sola con Lui; per i suoi oppositori l’abbandono dei loro vecchi criteri per i nuovi da Lui insegnati e praticati; per i poveri e gli emarginati, la nuova opportunità e l'accogliere le condizioni per reintegrarsi nella comunità che li aveva messi da parte. In modo diverso, tutti sarebbero entrati nella realtà del regno di Dio.

La condizione di risorto, cui fa riferimento Gesù, non è quella di un super-miracolo davanti al quale è impossibile non crederlo come Figlio di Dio nella gloria del Padre, né alla causa per la quale ha consegnato la sua vita, ma la magnanimità della sua umanità, intrisa di Spirito Santo, che si riassume nel termine carità.

Sorprende e stupisce come Gesù, accerchiato da tanta incomprensione da parte dei discepoli, dall’opposizione dei teologi e dal rifiuto violento delle autorità, abbia sostenuto con audacia e coraggio il suo insegnamento e la pratica corrispondente.

Si rimane senza parole quando tale magnanimità si concretizza nell’assumere nel suo corpo il peccato dell’umanità – la sfiducia, il disprezzo e le conseguenze che sfociano nella morte violenta -, senza lasciarsi piegare da esso, svuotando, anzi, il suo potere la sua forza di morte. In tal modo, redime e rende partecipe della risurrezione e della nuova vita chi per la fede accetta il dono da lui offerto.

È quello che compresero i discepoli: “Quando poi fu resuscitato dai morti, i suoi discepoli, si ricordarono che aveva dello questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”. Anche oggi la fede autentica, personale e comunitaria, ha un necessario elemento di zelo, sostenuto e motivato dalla magnanimità, all’insegnamento e pratica di Gesù, affinché il tempio di Dio – due o tre riuniti in suo nome e su, fino all’umanità intera e di ogni tempo -, partecipi oggi, in forma piena, alla fine dei tempi del regno instaurato con la missione di Cristo.

 

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