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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Pr 31,10-13.19-20.30-31)

 

Il brano elogia la “donna forte” e, allo stesso, tempo fa capire che non si tratta di una persona alla portata di mano, facile da incontrare nel convivio umano; Infatti: “chi potrà trovarla?”. Di tale donna, “ben superiore alle perle è il suo valore” e può ben confidare “il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto”.

Ciò che la rende preziosa non è tanto la sua bellezza: “Illusorio è il fascino e fugace la bellezza”, quanto il timore di Dio: "la donna che teme Dio è da lodare”. Evidentemente, non si tratta di sottovalutare la bellezza e il fascino della donna, propri della femminilità, anche se passeggeri, ma di integrarli nel corretto rapporto con Dio, il cui asse portante è il timore del Signore.

Il timore di Dio è principio della sapienza, sia per la donna che per l’uomo, evidentemente. Esso si fonda su quel che il Signore ha fatto e sulla sua azione nel presente a favore del popolo, conducendolo lungo il cammino della promessa, che prenderà sempre più corpo, consistenza e forza con il rispetto dello spirito della Legge, ovvero con l’avvento del regno di Dio in esso e per tutte le nazioni.

Il timore di Dio consiste nel rapporto reverenziale e amoroso, sostenuto dall'ammirazione, dal fascino e dalla gratitudine; è attento a non venir meno anche nei piccoli dettagli. In tal modo esso fornisce il criterio, trasmette il buon senso e crea le condizioni per elaborare lo stile di vita e i comportamenti convenienti, cui il testo si riferisce.

In tal modo la donna, oltre a conquistare la fiducia e il cuore del marito, svolge le sue attività in modo soddisfacente e con competenza; infatti, “Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani”; inoltre, è attenta e generosa con le persone bisognose: “Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero”, non esaurendo nell'ambito familiare la sua preoccupazione, sensibilità e affetto.

Si tratta di una persona ben identificata con se stessa, con la sua missione di madre e di sposa, con le sue attività e con l'ambiente. Pertanto, “ben superiore alle perle è il suo valore”; è la compagna perfetta del marito che “In lei confida il cuore“ ed essa "gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita”. In tal modo, l'essere autenticamente se stessa, in sintonia con i valori del proprio patrimonio spirituale, fa crescere l'identità con il Signore, motiva l'attenzione alle persone che vivono nel disagio, rende più lucida e cosciente la sua carità verso di loro.

Tale testimonianza è posta come esempio da imitare e da diffondere, cosicché merita che "le sue stesse opere la lodino alle porte della città” e siano conosciute come testimonianza ed esempio da imitare.

Si tratta della descrizione ideale. Di fatto, l'autore si domanda: “chi potrà trovarla?”. Si può aggiungere alla donna ideale l'uomo allo stesso livello, dove i due sintonizzano la filosofia di vita e ne condividono i valori, le scelte, e la pratica di vita corrispondente. In effetti, generalmente non esiste una donna ideale senza un uomo che sia all’altezza, e viceversa.

Nella realtà odierna, le condizioni di realizzazione della donna sono ben diverse. La situazione è totalmente altra, tuttavia rimane valido il riferimento al timore del Signore.

Nella complessità e sfide del vissuto personale, familiare e sociale, il “timore di Dio”, alla luce dell’insegnamento, dello stile di vita di Gesù e, soprattutto, del significato della sua morte e risurrezione, è il riferimento necessario per discernere quello da prendere e quello da lasciare, al fine di un'esistenza soddisfacente e realizzata.

Inoltre, il “timore di Dio” sostiene l’identità dinamica – sempre in continua evoluzione – con se stessi, e il progetto di vita sostenuto, necessariamente, dalla fedeltà. Essa, – l’identità dinamica -, è più che mai indispensabile per non scoraggiarsi e demotivarsi nelle difficoltà, così come per non rimanere bloccati, senza energie, e continuare a lottare, non rimanendo esposti al pericolo della noia e al non senso che tolgono il sapore alla vita.

Al contrario, il “timore di Dio” è stimolo alla creatività, favorisce il coraggio per andare oltre i limiti convenzionali, sostenuti dalla certezza di incontrare nuove risposte e individuare nuovi cammini di crescita, per sé e per gli altri.

Infine, esso sostiene la speranza del compimento della promessa del Signore riguardo gli ultimi tempi, in sintonia con le affermazioni della seconda lettura.

 

2a lettura (1Ts 5,1-6)

 

Paolo fa riferimento a due mondi contrapposti: quello delle tenebre e quello della luce. Al mondo della luce appartengono i membri della comunità – “voi siete tutti figli della luce e figli del giorno” – per il loro rapporto con Cristo, quando è sostenuto dal timore di Dio e motivato dalla causa del regno.

L'insegnamento di Gesù, la pratica di vita corrispondente, in sintonia con la sua filosofia di vita e la sua missione, alla luce dell'evento pasquale trasmettono la certezza della partecipazione allo stesso destino, nell’attesa fiduciosa del suo ritorno, promesso prima di salire al cielo.

I membri della comunità ritengono il ritorno ormai prossimo, e Paolo lo dà come scontato: “Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte”.

Il Risorto ritornerà, o meglio si lascerà vedere, quando meno se lo aspettano. Sarà una sorpresa; e “allora d’improvviso la rovina li colpirà, come dolori di parto di una donna incinta”. Ma anche motivo di terrore, “e non sfuggiranno”, perché descritto dall’apocalittica come un evento di dolorosa rovina, sconvolgente e con immagini terrificanti.

Paolo ne ha parlato nei termini descritti, il che vuol dire che ebbe la percezione, l'intuizione e la certezza dell'imminenza dell'evento come azione ultima e definitiva di Dio a favore delle persone, dell’umanità, della storia e della creazione tutta. Si tratta dell’evento in cui Dio si manifesterà “tutto in tutti” (1Cor 15,28), il che lascia intuire la sua grandezza e profondità impensabili.

Certamente il filo conduttore dell’intuizione e del pensiero di Paolo è il mistero Pasquale. Nell’attualità, i modi e tempi dell'evento finale potranno essere ripensati e riformulati, ma l'evento in se stesso fa parte del patrimonio della fede, trasmesso dalla morte e risurrezione di Gesù e dalla Pentecoste, con l'effusione dello Spirito sulla creazione.

In ogni caso Paolo rassicura i cristiani: “Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre (…) non siamo né della notte né delle tenebre”, in modo da non essere sorpresi dalla venuta del Signore. La vita in Cristo e con Cristo è luce, da' la consapevolezza della certezza della sua venuta, di partecipare e modellare su di Lui la vita di ogni giorno, e, quale naturale conseguenza, di consolidare la fiducia nell’evento di grazia del suo “ritorno” dal cielo.

Pertanto, "non dormiamo come gli altri, ma vegliamo e siamo temperanti”. È l’esortazione a non aspettare l’inevitabile evento, adagiandosi nella rassegnazione passiva, come chi è totalmente demotivato per il futuro ritenuto imminente.

La conoscenza della verità sostiene la sobrietà. Usare i beni necessari, con equilibrio e corretta moderazione, è il modo opportuno per disporsi fisicamente, psicologicamente e moralmente, ad attendere la venuta del Signore, con lo spirito di chi attende gioiosamente la prossimità dell'arrivo.

Non è un'attesa passiva, con le braccia conserte, ma attivo come insegna il vangelo.

 

Vangelo (Mt 25,14-30)

 

La parabola ci presenta un uomo che prima di partire per un viaggio “chiamò i propri servi e affidò loro i suoi beni”, e li distribuì in quantità diverse a tre servi. Questi sono coscienti delle attese del padrone, lo conoscono bene e conoscono la sua severità nei loro riguardi; infatti, uno di loro affermerà: “Signore, sapevo che sei un uomo severo, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”.

Il testo non spiega né motiva il perché di tanta severità sorprendente, quasi arrogante e ingiusta sotto il profilo umano. Gesù cosa voleva mettere in luce? Cosa voleva che capissero? Molto probabilmente era un ammonimento per non prendere le cose alla leggera, con la superficialità che porta a non dare il massimo del proprio impegno, o peggio ancora, incoraggia un comportamento indolente e poco attivo.

Ebbene, ciò fa pensare che la ragione dell’energico atteggiamento del padrone favorisca in loro il timore reverenziale. Pertanto, la consegna del dono, oltre ad essere un gesto di fiducia nei confronti dei servi, vuole essere stimolo alla loro operosità audace, creativa e coraggiosa; allo stesso tempo è un ammonimento affinché il dono sia gestito con intelligenza e determinazione, giacché dovranno renderne conto.

I primi due rispondono positivamente, presentano i frutti e ricevono i complimenti del padrone, con l'espressione di fiducia per amministrare beni maggiori. Al compiacimento del padrone si aggiunge il premio: “prendi parte alla gioia del tuo padrone ”.

L'attenzione va sul terzo servo, che giustifica il proprio comportamento premettendo: “Signore, sapevo che sei un uomo severo”; egli adduce questa giustificazione per aver rinunciato a ogni attività e aver, semplicemente, nascosto il talento; infatti dice: "per questo ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra”. Il servo colpevolizza la severità del padrone che ha suscitato in lui la paura che l’ha come paralizzato.

Nonostante tutto il padrone svela il suo vero pensiero: “Servo malvagio e pigro (…) avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri, e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. La causa non è la paura: è mancata la buona volontà perché hanno preso il sopravvento l'indifferenza e la pigrizia. Il padrone sarebbe rimasto contento se, semplicemente, avesse depositato il denaro presso i banchieri. Si trattava di un gesto semplice e di poco impegno, ma neanche questo è stato fatto. Il servo preferì nascondere la sua malavoglia dietro la severità del padrone, accusandosi di una paura ingiustificata.

Magari avesse ammesso il suo errore invece di nasconderlo! Avrebbe ottenuto il perdono e, probabilmente, un'altra occasione per redimersi. La mancata sincerità, manifesta la volontà di rimanere nell'errore e chiude l'opportunità di redimersi.

L’ordine del padrone: “Toglieteli il talento”, costituisce un'indicazione e un'avvertenza di grande importanza. Per rimanere nel cammino della salvezza, e giungere alla meta è doveroso far fruttare il dono, trasmettendolo e condividendolo con altri.

In tal modo esso arricchisce il destinatario, nel caso lo accolga e si lasci coinvolgere e, allo stesso tempo, chi lo trasmette, se agisce nella gratuità, nel disinteresse e senza secondi fini. Cosicché chi lo dona cresce, anche se il destinatario si chiude o rimane indifferente. La gratuità e la libertà di amare rendono il donatore testimone della verità. In tal modo, il farsi della verità diviene motivo di crescita. Allo stesso tempo è entrare nella gioia del Signore.

“Toglieteli il talento e datelo a chi ha dieci talenti. Perché, a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza, ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha”. Sono parole dure e pesanti, non c’é misericordia e compassione nel Signore con la debolezza del servitore infingardo, dovuta all'ambiguità e all'ipocrisia di questi. In effetti Gesù ha parole durissime contro gli ipocriti e non vede, per loro, condizioni di salvezza.

La conclusione del padrone è: “E il servo infingardo, gettatelo nelle tenebre”; il che mette in guardia sul modo di condurre la propria vita di cristiano.

 

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