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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 63,16b-17.19b; 64,2b-7)

La supplica del profeta al Signore: perché “sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore” scaturisce dal cuore sincero, dalla retta e onesta analisi retrospettiva del vissuto del popolo eletto che riconosce che: “noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani”.

Certamente argilla di bassa qualità, che una volta modellata nei termini dell’Alleanza non ha saputo, o non voluto, consolidarsi e lasciarsi rifinire dall’artista che l’ha plasmata. E così “Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia” perché “in balia della nostra iniquità”. Il peccato li ha dominati alla grande.

Il profeta ne descrive gli effetti: “tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento” e le conseguenze: “Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché avevi nascosto da noi il tuo volto”. C’è da considerare anche che il volto del Signore è scomparso dalla loro vista per effetto dell’iniquità perché il peccato divide, allontana e separa; per questo motivo, l’insistenza e la perseveranza in esso, hanno fatto sì che l'allontanamento dal Signore sia stato così grande da perderlo di vista, nonostante Egli mantenga viva la sua presenza per fedeltà all’Alleanza.

Il profeta attribuisce al Signore lo stato d’animo della persona delusa, defraudata dall’amore nei loro confronti e ferita interiormente: “Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli”.

Il quadro generale che ci viene mostrato è di grande desolazione, sofferenza e disagio. In tali condizioni il pensiero si rivolge al Signore, quasi recriminando lo stato in cui si trovano: “Perché, Signore ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti si tema?”. Essi intuiscono che il male maggiore è la perdita del timore del Signore.

L’allontanamento dalla Legge – “dalle tue vie” – ha indurito il loro cuore e, con esso, la memoria delle opere del Signore compiute nel passato ha perso Il suo potenziale di attualizzazione della sua presenza e azione nei loro confronti. Essa, la memoria, é stata ridotta semplicemente a un ricordo del passato che resta confinato là. Ha preso il sopravvento la sfiducia, il disinteresse e la perdita del timore, che è andata consolidandosi per troppo tempo.

Come allora, anche oggi il quadro generale del vissuto ha aspetti di grande desolazione; basti solo pensare al basso profilo etico della politica in generale, alla speculazione finanziaria mondiale, alle guerre e alle violenze sparse dappertutto, allo sfruttamento delle risorse naturali e le conseguenze negative per l’ambiente, e altro.

La presenza nascosta del Signore, e il livello infimo della loro condizione, suscita il ravvedimento e l’accorata supplica: “Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità”. Il desiderio è così intenso e dirompente da invocare: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti”, perché memori delle opere compiute nel passato e sicuri dell’efficacia rinnovatrice di quello che sembrerebbe impossibile.

Allo stesso tempo si apre la breccia per ricomporre il rapporto con il Signore: “Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie”. Con il ravvedimento si avvia il processo per ristabilire un nuovo ordine sociale nell’orizzonte dell’Alleanza.

Praticare con gioia la giustizia è frutto della conversione del mondo interiore, che sovverte radicalmente i riferimento riguardo a se stessi, il rapporto con gli altri, il vivere sociale del proprio ambiente e, per estensione, dell’umanità tutta, così come il rispetto dell'ambiente e della creazione.

Essa ha il suo principio nell’azione del Signore, che rende cosciente la persona, l’umanità e la creazione del senso e destino della propria esistenza. Si instaura la dinamica per la quale, quello che rinasce nel popolo non solo viene mantenuto, ma sviluppato e fatto crescere, avendo davanti a sé l’ultimo e definitivo Natale, nel quale, e per il quale, si intravedono e si sostengono le nuove vie e condizioni di crescita.

Pertanto, il senso dell’Avvento è quello di anticipare, e allo stesso tempo, invocare il “ritorno” del Risorto, ultimo e definitivo Natale. In un certo senso il futuro si fa presente, pur conservando la sua dimensione e realtà di futuro.

Ciò si deve all’evento della Pasqua, cui Paolo fa riferimento nella seconda lettura.

 

2a lettura (1Cor 1,3-9)

Paolo si rivolge ai cristiani, ricordando loro il dono di Dio e la nuova condizione in cui si trovano per effetto di esso. Sta proiettando su di loro quello che lui stesso sente e prova, come conseguenza della morte e risurrezione di Gesù che gli ha trasformato la vita.

In effetti, il dono è la “grazia di Dio che vi è stata data in Gesù Cristo, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e della conoscenza”. Il dono costituisce l’arricchimento per l’insegnamento di quello che Gesù ha fatto e detto e l’esperienza di comunione con il Risorto – “conoscenza” -, sempre che l’insegnamento sia associato al scelte e attività in sintonia con la causa del regno.

Perciò, “La testimonianza di Cristo si é stabilita tra voi cosi saldamente”. Paolo si riferisce al fatto che Gesù, come rappresentante dell’umanità e di ogni persona, ha testimoniato, con la sua morte in croce, davanti al Padre la vittoria sul male e sul peccato. Conseguentemente, quelli che accettano e credono nel dono offerto gratuitamente – attenzione: gratuitamente, non per merito -, hanno le condizioni per vincere in se stessi il male e il peccato e partecipare della vita eterna, della risurrezione.

Questa convinzione si è stabilita saldamente nel cuore dei cristiani, per cui aggiunge “che non vi manca più alcun carisma”; in altre parole, essi hanno tutti i doni necessari per operare coraggiosamente, con creatività e audacia, nelle diverse circostanze della vita giornaliera, con la stessa carità di Cristo. Più ancora, “Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili”, dato che non mancheranno prove, difficoltà e seduzioni, contro le quali occorre fermezza e coerenza per non deviare dal cammino o scendere a compromessi inaccettabili.

L’immersione sempre più profonda nel dono e nel coinvolgimento dei suoi effetti, fa sì “che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo”. Essa avverrà “nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo”, il giorno ultimo e definitivo di Dio a favore di tutti e della creazione. É il giorno del “ritorno” del Risorto, nel quale Dio Padre “sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28), come una nuova nascita e partecipazione piena alla vita di Dio.

In tal modo, è evidente che presente e futuro – cammino e meta -, sono intimamente legati, perché la risurrezione di Gesù è motivo e garanzia di tale vincolo. Fra l’altro, la sua morte e risurrezione è l’espressione della morte e risurrezione insita nella pratica della carità, da Lui esercitata pur avendo coscienza delle conseguenze, quelle che lo porteranno alla croce.

La stessa pratica, attualizzata nel credente, lo rende partecipe della realtà divina, orientato alla stessa meta e allo stesso destino, perché dono di Dio nella vita presente e, allo stesso tempo, fonte di certezza del destino, ossia della partecipazione nella gloria di Dio.

Paolo aspettava il “ritorno” del Risorto in tempi brevi, ma non è stato così. Nonostante tutto, rimane la verità del compiersi dell’evento, per cui è doveroso assumere l’atteggiamento indicato dal vangelo.

 

Vangelo (Mc 13,33-37)

L’esortazione è energica e imperativa, all’inizio e alla fine del brano: “Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!”; essa riguarda l’atteggiamento da assumere nel presente, per rivolgere e mantenere lo sguardo verso l’evento futuro, non per l’ansia suscitata dalle descrizioni apocalittiche di sovvertimento dell’esistente e del giudizio finale, ma per il necessario legame con il presente di ogni giorno.

Il presente è caratterizzato dal fatto che il padrone è partito, “dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare”. Il presente per tutti loro è di grande responsabilità, e riguarda il potere di disporre di quello che è necessario per svolgere, adeguatamente, il compito affidato a ciascuno di loro.

L’assenza temporanea del padrone non deve indurre alla svogliatezza, alla passività, al disinteresse dei propri compiti, né a pensare e adagiarsi all’idea che il padrone non ritorni più, per il lungo tempo che trascorrerà e per il ritardo del suo ritorno, secondo i propri calcoli o previsioni.

Ci sono responsabilità e attività da svolgere per il buon mantenimento crescita della casa. Oltretutto, il padrone ha ordinato a una persona specifica di vegliare che ciò avvenga. Il portiere è incaricato di vegliare chi entra ed esce dalla casa, il movimento dei mezzi e sul necessario per il buon vivere, ossia l'aprire la porta in qualsiasi ora, all’arrivo del padrone. È anche una responsabilità condivisa, perché ordina a tutti di vegliare.

Il mantenimento e la crescita si possono riferire alla realtà del regno di Dio e alla salvezza personale e sociale che in esso si realizza, dato che esso corrisponde alla finalità dell’insegnamento e dell’azione del Signore.

Quando il processo arriverà al suo punto finale con il ritorno del padrone, nessuno lo sa. Gesù disse: “voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzogiorno a la canto del gallo a al mattino”, per non distogliere l’attenzione e l’impegno nel presente, con calcoli opportunistici e di convenienza, ma attivando creatività, coraggio, audacia e tutte le capacità che gli state date in ogni momento. Decisivo, anche per il futuro, è la qualità dell’impegno nel presente.

Segue l’ammonimento: “Fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati”. In primo luogo non lascia dubbi che il padrone verrà, perché dal punto di vista umano é spontanea la sfiducia quando i tempi si allungano inspiegabilmente. Sorge la domanda: sarà vero? C’é stato un malinteso? Le condizioni e le manifestazioni del ritorno sono veramente quelle che pensiamo e aspettiamo? Infatti, sono già passati duemila anni da ciò che Paolo considerava come imminente. E allora?

Bisogna tener salda la fiducia nella promessa che verrà e, allo stesso tempo, non lasciarsi prendere dallo scoraggiamento o dall’impazienza, al punto di tralasciare ciò che è doveroso fare. Meno ancora, agire addirittura in senso contrario, dilapidando il patrimonio e compiendo azioni di sopruso, prepotenza e malvagità verso gli altri e abbandonando se stessi alla dissolutezza.

Per vincere lo stimolo e la voglia di “addormentarsi” non è sufficiente il timore dell’arrivo del padrone, occorre coltivare il fascino verso la sua persona, in virtù del coinvolgimento nell’amore che ha trasmesso con il suo dono.

Stabilire e mantenere il legame fra il presente e il futuro, fra il cammino giornaliero e la meta, nel compiere con responsabilità attiva il bene a favore dell’altro – individuo, collettività, ecc. – è allo stesso tempo fare bene a se stesso.

Allora i dubbi sull’evento finale si assottiglieranno e diverranno sempre meno consistenti. Si andrà incontro all’evento ultimo e definitivo, il vero Natale, dell’entrata nella gloria di Dio con il ritorno del padrone, del Risorto.

 

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