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di Franco De Donno – Responsabile Caritas di Ostia

Viviamo in una pericolosa cultura intrisa di individualismo che si manifesta in una visione miope della vita, imprigionata nel piccolo spazio del proprio corpo o dei propri profitti, nel disinteresse più completo riguardo alle conseguenze che tali atteggiamenti possono produrre. È questa una società che sta morendo in una situazione che si può descrivere come una “eutanasia sociale”, dove il rigetto e lo scarto di situazioni, luoghi e persone che disturbano diventa la condizione irreversibile di questa “dolce morte”. Manca la visione di insieme da qualunque prospettiva ci poniamo: ognuno vede il piccolo orizzonte della propria vita e si chiude nella paura di aprirsi a relazioni che lo possano disturbare o rattristare! Eppure il respiro della vita per ogni uomo viene alimentato da relazioni di accoglienza che producono crescita, progresso, scoperta di cose nuove, evitando in tal modo il graduale e continuo marcire nello staticismo, sostenuto da uno sterile individualismo. Il guaio è che questa mentalità dello “scarto” è diventata “sistema”: la persona ha perso il suo valore che la pone come riferimento centrale per ogni scelta e per ogni progettualità. Tutto si vive nella precarietà e nella frammentarietà dell’utilità del momento. È anche assai preoccupante l’allinearsi dei media a questa mentalità contribuendo non poco a solleticare gli istinti individualistici della gente che sacrifica inconsciamente la propria libertà e autonomia, rinnegando anche valori culturali e religiosi nei quali pensa ancora di credere

È necessario che chi ha il compito di governare e il compito di educare le giovani generazioni coltivi una visione globale del proprio agire e del proprio pensare, costruendo e facilitando il formarsi di reti di sociale condivisione e collaborazione. È necessario proporre e costruire comunità, dove «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di tutti, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di tutti (cfr. Gaudium et Spes, 1 Conc. Vat. II). Si tratta di un invito alla partecipazione e condivisione, che allontani il solito sistema di rincorrere le emergenze alle quali giungiamo sempre impreparati e costretti ad affrontare situazioni che esprimono per lo più rabbia e producono violenza per quanto prima non si è fatto. Si cerca allora il capro espiatorio nelle persone di ceti più deboli, lì dove invece la responsabilità è da condividere tra chi deve governare e chi vive una “cittadinanza passiva” e silenziosa che delega senza vigilare e promuovere.

Ciò che è accaduto a Tor Sapienza e all’Infernetto (Roma) è segno evidente di questo scollamento tra chi governa e chi vive nella situazione di periferia. È motivo di grande sconcerto accorgersi come si abbia avuto cura di abbellire il centro storico, ben ammirato dalle finestre del Palazzo, ma allo stesso tempo si stiano trascurando, abbandonandole al loro degrado, le parti della stessa città che si chiamano periferia! Eppure decisioni sconcertanti vengono prese dal centro senza consultare le periferie quando si tratta di sgomberi senza alternativa adeguata alla dignità delle persone: sgomberi di sfrattati, sgomberi di rifugi alloggiativi, sgomberi di roulotte abitate da persone anziane e malate accompagnate semplicemente sulla strada. Perché non aprire Tavoli di confronto e di condivisione di quei problemi tra il Centro che governa da lontano e le realtà locali delle periferie che quei problemi ogni giorno li vive?

Dalla distanza di chi governa e dall’indifferenza di chi fa finta di non vedere ciò che accade a due passi da sé si innesca spesso il dispositivo  di decisioni affrettate e per di più imposte, in nome di una legalità spesso “non legittima”: esplosioni di rabbia che sfociano in assurde violenze ne sono la naturale conseguenza. I tentativi che le realtà locali, che gruppi e associazioni compiono organizzando eventi per porre all’attenzione della cittadinanza i problemi reali e concreti del territorio vengono spesso resi vani dall’assenza degli amministratori. È soltanto avvicinandosi e guardando in volto le persone e conoscendone le storie  che noi possiamo sconfiggere la cultura dello “scarto” e della massificazione dei cervelli che porta a creare categorie comunque da combattere e da escludere. Le parole di don Luigi Di Liegro, che per Roma fu un profeta scomodo, sono ancora di grande attualità e di grande forza: «Non si può amare (cfr. governare) a distanza, restando fuori dalla mischia, senza sporcarsi le mani, ma soprattutto non si può amare (cfr. governare) senza condividere».

Fonte: ADISTA Segni Nuovi – n. 43/2014

 

 

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