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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Sam 7,1-5.8b-12.14a.16)

Davide “quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo su tutti i suoi nemici all’intorno” pensa togliere l’arca di Dio dalla tenda e costruire il tempio, la casa di Dio – una dimora fissa -, dopo la peregrinazione nel deserto e l’entrata nella terra promessa. Era animato da buone intenzioni e da cuore sincero, tanto che il profeta Natan approvò il progetto: “Và, fa quanto hai in cuore tuo, perché il Signore è con te”. Costruire una casa è segno di stabilità e di perennità, è porre un’abitazione che va oltre la durata della propria vita e rimane per lunghissimo tempo.

Per il popolo ebreo il termine casa ha anche il senso di casato, dinastia. Voler offrire a Dio una casa può significare anche voler dare a Dio permanenza e stabilità, ossia instaurare una sorta di dinastia, aspetto che non compete affatto al re e a nessun essere umano.

Ecco, allora, l’intervento di Dio attraverso il profeta: “Forse tu mi costruirai una casa perché io vi abiti?”; e ricorda a Davide gli interventi a suo favore, sempre per sua libera iniziativa: “Io ti ho preso dal pascolo (…), sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te”. Più ancora, promette successivi interventi: "renderò il tuo nome grande come quelli dei grandi sulla terra”. Insomma, stabilirà e proteggerà il popolo contro i nemici.

Perciò conclude il profeta: “Il Signore ti annuncia che farà a te una casa”; più precisamente, instaurerà il tuo casato lungo i secoli; infatti, “Io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, renderò stabile il tuo regno”. Sarà edificato il regno in modo stabile e solido come la casa che Davide progetta di costruire.

L’iniziativa è sempre di Dio e non gli può essere sottratta, anche quando la buona volontà e la retta disposizione degli uomini possono far pensare il contrario. Non è per mortificare le capacità, il genio e la creatività umana, ma per dargli un supporto. Infatti, tutta l’attività umana in sintonia con il progetto di Dio – la fedeltà all’Alleanza – posta in controluce davanti al mistero e all’amore di Dio, rivela in trasparenza la filigrana della sua presenza e azione. Pertanto, ricevono avvallo, sostegno e senso di grande importanza, insieme alla certezza della bontà e dell'approvazione da parte del Signore.

Più ancora. Il rapporto si fa così stretto e vincolante che, ritornando al caso specifico del re Davide, il discendente di cui sopra sarà per il Signore un figlio. E questi riconoscerà Dio come padre. Che abisso fra il proposito di Davide riguardo alla casa del Signore e il casato che il Signore vuole stabilire con la discendenza del re! Il Signore non si lascia vincere in sorpresa e generosità.

La singolare alleanza, unione, familiarità, riceve stabilità permanente: "La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre” e, con essa, la connotazione di sicurezza e di eternità che abbracciano il mistero dell’esistenza.

Cosicché ad ogni persona che s’immerge nel senso autentico e profondo della vita, sorge nel suo intimo il motivo per impegnarsi nella carità a favore dell’umanità di chi condivide il suo vissuto giornaliero, sfidando con successo l’aleatorio, il passeggero della condizione umana, soprattutto la morte, come inevitabile limite di ogni esistenza.

E’ innegabile l’importanza del messaggio, al di là della circostanza nella quale è stato formulato. C’è un legame fra il passeggero e l’eterno, fra il presente e il futuro, ossia, le condizioni e il cammino per andare oltre il contingente e l’effimero e affermarsi nell’ultimo e definitivo, che è esattamente il motivo e il senso dell’Avvento.

La discendenza cui fa riferimento il testo, tutti lo conosciamo, è Gesù, costituito come riferimento imprescindibile affinché la casa e il regno rimangano saldi per sempre.

La seconda lettura indica come aprirsi a questa realtà.

 

2a lettura (Rm 16,25-27)

Considerando il grande mistero nel quale è stato immerso e avvolto, Paolo rivolge a Dio, "che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo”, la lode e la gloria che si protraggono nei secoli, fino alla fine dei tempi. Il mistero, “avvolto nel silenzio per secoli eterni”, si riferisce all’insondabile, e pertanto misteriosa, realtà di Dio, avvolta nel silenzio che costituisce non solo una specie d’involucro del contenuto, ma la fonte dalla quale esso emerge perché parte costitutiva di esso.

L’accesso al mistero richiede, inevitabilmente, di entrare nel silenzio, perché il mistero è mantenuto, sostenuto e alimentato da esso. La sapienza di Dio, di cui sopra, sgorga dal silenzio che accompagna i secoli. Nella sua libera autodeterminazione di rendere possibile l’accesso al credente, di auto manifestarsi, non lo elimina, al contrario lo esige.

Il silenzio è la prima condizione per l’efficace ascolto. È dall’ascolto che Paolo fa emergere la sua parola umana, "che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero (…) ora manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio”. Pertanto, afferma che Dio “ha il potere di confermarvi nel mio vangelo”. Il mio vangelo si riferisce all’evento della morte e risurrezione di Gesù, essendo esso stesso mistero per realizzare, in forma misteriosa, la salvezza di tutti e della creazione. In forma misteriosa, perché è attuata la trasformazione della quale non si percepisce né si ha sentore per mezzo delle facoltà umane che gestiscono il vissuto di tutti i giorni.

In effetti, l’evento immerge tutto e tutti nell’amore di Dio. È l’amore, o meglio, la carità, esercitata da Gesù durante tutta la sua missione, e siglata con l’evento pasquale, che conferisce a ogni persona la trasformazione e la condizione di nuova creatura, pur percependo niente di tutto ciò, come detto sopra.

Questo è “annunciato a tutte le genti, perché giungano all’obbedienza della fede”, ossia trasmesso in forma pubblica e solenne in modo tale che gli uditori giungano all’assenso fiducioso del cuore, nella certezza di non essere ingannati ne defraudati.

Così nella Messa, dopo la consacrazione, Il celebrante annuncia l’attualizzazione del "mistero della fede”, per rilevare che in quel momento il farsi dell’amore, della carità, di Dio nei confronti dei partecipanti e di tutta la creazione, è il farsi del mistero.

Esso si realizza in forma misteriosa, per quanto detto sopra. L’accesso, la percezione e l’esperienza sono possibili solo per il voto di fiducia, per l’assenso di chi si lascia coinvolgere. In altre parole, fa sua la misteriosa trasformazione, rinnovamento, rigenerazione offerta gratuitamente, perché Gesù si è costituito, davanti al Padre, come rappresentante di tutti gli uomini di tutti i tempi.

Accettare il dono di essere presentato come giusto davanti al Padre, perché il Figlio l’ha reso tale, e riammesso alla comunione con Lui, è realizzare “l’obbedienza della fede”. La risposta dell’assemblea – "Annunciamo (…), Proclamiamo (…), Vieni Signore Gesù” – sgorga dalla coscienza di aver preso atto della trasformazione e dell’efficacia dell’evento.

Il tutto si realizza "per ordine dell’eterno Dio”, per la sua presenza permanente e per l’immensità, la grandezza, la profondità e l’inesauribilità del suo amore, giacché in Lui non c’è passato né futuro in senso cronologico, ma solo presente. Per fare un esempio, è come un costante sottofondo di musica e danze: una festa permanente! Nella nostra esperienza il tempo cronologico è il trascorrere del passato ed il presente verso il futuro, ma porta con sé la dimensione qualitativa di ogni istante.

Questo singolare processo ha come attore principale e unico Gesù, la cui entrata nel mondo è descritta nel vangelo.

 

Vangelo (Lc 1, 26-38)

Il testo è molto conosciuto e commentato, soprattutto per la figura di Maria, il suo modo di porsi nell’evento e la sua disponibilità nel collaborare positivamente con l’invito alla maternità. In lei è rappresentata tutta l’umanità che interpellata, chiamata, a fare di se stessa il luogo della salvezza, coscientemente vi aderisce.

Tutto ha inizio con un annuncio incredibile e sconcertante: “il Signore è con te”. Questa presenza è motivo di allegria, segno del dono di Dio nei suoi riguardi. Una notizia così sorprendente da provocare una sensazione simile a quella che si proverebbe se venisse a mancare la terra sotto i piedi. Maria, a tale riguardo, è rassicurata; infatti, “L’angelo le disse: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio”. Tutto si equilibra per il dono gratuito – la grazia – di Dio.

Questa specifica condizione si attualizza in ogni cristiano cosciente dell’effetto della morte e risurrezione di Cristo – la grazia – che stabilisce, per l’efficacia dello Spirito Santo, la presenza del Signore nella profondità dell’essere.

Solo allora potrà scaturire la missione: “Ed ecco, concepirai un figlio(…) e il suo regno non avrà fine”. Essa consiste nel mettersi a disposizione del grande progetto di Dio per la salvezza dell’umanità, per quello che Dio stesso ha determinato come possibile e conveniente per le caratteristiche della persona chiamata. Nel caso di Maria, concepire umanamente il Verbo di Dio che rappresenterà le persone di tutti i tempi davanti al Padre.

L’evento è impossibile per le sole condizioni umane, e pertanto suscita l’inevitabile domanda di Maria: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”. La risposta dell’angelo mette in gioco lo Spirito Santo e la volontà del Padre: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra (…) nulla è impossibile a Dio”.

Allora il cerchio si può chiudere. Se Maria accoglie, nel profondo del suo essere, la presenza del Signore annunciata dall’angelo e se crede, nel suo cuore, di aver “trovato grazia presso Dio”, la perplessità è vinta dalla certezza che Dio non la lascerà sola, ma sarà presente e l’accompagnerà, con l’azione dello Spirito, a compiere ciò che è espressamente voluto da Lui stesso, motivo per il quale la coinvolge nel proprio disegno.

Nell'atteggiamento di Maria non si rilevano domande di carattere personale, familiare e sociale che, normalmente, in situazioni come queste sorgerebbero spontaneamente. In effetti, quando interviene nella vita personale un evento di tale forza e coinvolgimento, da cambiare radicalmente il vissuto ordinario, è ovvio che sorgano molte domande sulle ripercussioni a tutti i livelli.

Evidentemente, sarebbe interessante conoscere i pensieri di Maria al riguardo, ma il testo non ne fa menzione. L’importante è che tutte le possibili domande, di cui sopra, in un certo senso sono state inglobate ed elaborate, dal percepirsi come “la serva del Signore”.

L’annuncio e la manifestazione del progetto di Dio erano tali da rendere evidente che gli era stato richiesto un servizio che, solo nella totale dedicazione e fiducia, poteva essere assolto convenientemente: “Ecco la serva”.

L’"Ecco” mostra il raggiungimento da parte di Maria di tale coscienza, che si è venuta formando in seguito al dialogo con l’angelo. Il manifestarsi di Dio crea in lei tale condizione, e questa percezione la mette in singolare rapporto con il Signore, nella fattispecie di serva. Posizione che deve averla affascinata, stupita e coinvolta in modo tale da aderirvi, senza riserve.

La Parola e lo Spirito Santo hanno trasformato Maria, da donna comune in serva del Signore. Si può pensare che la Parola e lo Spirito hanno operato il lei la concezione per la quale si è percepita in primo luogo come serva, in virtù della quale, con atto immediatamente successivo, il disporsi per dare alla luce il “Figlio dell’Altissimo”. È quello che si può constatare anche riguardo ai grandi personaggi della storia d’Israele: la base di ogni autentica vocazione, in ogni tempo e luogo.

Perciò, “avvenga in me secondo la tua parola”, è la conclusione coerente con tutto il processo: generata dalla Parola e dallo Spirito – le due mani di Dio – darà la propria carne alla Parola e donerà tutta la sua vita per essa.

La sua esperienza è, o dovrebbe essere, quella di ogni cristiano, con la differenza che, se Maria generò il Verbo nella carne, i cristiani lo generano nel cuore.

 

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