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a cura di P. Luigi Consonni

 

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1a lettura (Is 9,1-6)

La notte di Natale è un momento di forte unione familiare, di unione fraterna, di sentimenti di pace e di festa. Cadono come un meteorite la parole “… come nel giorno di Màdian. Ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco”. Il riferimento al giorno di Màdian, ricorda la grande e sconcertante vittoria di un pugno di uomini contro un esercito ritenuto invincibile e che avrebbe distrutto Israele.

Il rimbombare del passo di pochi uomini, sostenuti dalla promessa del Signore, trasmette l'immagine di persone determinate che procedono con sicurezza, incuranti dell'enorme sproporzione di forze. I mantelli intrisi di sangue manifestano l'intensità della lotta e la grande violenza, oltre ogni previsione. Un quadro tutt'altro che natalizio. Un quadro totalmente diverso da quello che ci si aspetta. Ma fa capire la missione e il destino del bambino che nascerà a Betlemme.

Calzature e mantelli pieni sangue “…saranno bruciati, dati in pasto al fuoco..,”, come se non dovesse rimaner segno dell'accaduto, come se il fuoco dovesse inghiottire per sempre la violenza e la guerra, come se il male dovesse sparire per sempre dalla faccia della terra.

Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti. In Màdian, per mezzo di un pugno di uomini. Più avanti lo stesso zelo motiverà la venuta di una persona molto speciale: un bambino, del quale è annunciata la nascita “…un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio…”, assieme alla drammatica missione ed alla sua tragica conclusione per la liberazione e salvezza del popolo.

Il dramma dell'oppressione e della schiavitù del popolo è inteso come immersione nelle tenebre del male “Il popolo che camminava nelle tenebre (…) che abitava in terra tenebrosa”. Sul popolo ridotto in tali condizioni, rifulse “una grande luce”: la liberazione e, con essa, la condizione per riscattare alla dignità l'umanità indebolita e umiliata.

Anche costui dovrà affrontare la lotta per spezzare il dominio dell'ingiustizia e l'ostacolo costituito dalla distorsione dell'Alleanza a vantaggio dei potenti e capi del popolo, per impiantare il diritto, la giustizia e l'avvento del regno di Dio, distruggendo e bruciando il giogo del peccato. La lotta estrema si svolgerà sulla croce nella quale lo stesso bambino, ormai adulto, sarà intriso del suo stesso sangue.

“Sulle sue spalle è il potere…”, quello di offrire se stesso come riscatto dalla schiavitù e liberazione del dominio del male, in un gesto di radicalità che solo Dio è in condizione di realizzare. E' il potere della verità e il diritto e la giustizia, in una parola onnicomprensiva, dell'amore, per il quale Dio opera la missione di salvezza per tutti gli uomini. E allora “…la sua pace non avrà fine sul trono di Davide e il suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre”.

In questa prospettiva sono attributi del bambino appena nato le qualità di “Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”. Egli sarà una guida sicura ed efficace per impiantare e consolidare rapporti autentici fra le persone in modo tale che, il dono di se per il bene dell'altro, costituisca, allo stesso tempo, la realizzazione piena di se stesso.

In effetti, il rispetto e la solidarietà nella diversità di culture e popoli, nell'orizzonte della fraternità universale testimonia il compiersi coraggioso, continuamente creativo e innovativo, della giustizia e del diritto.

In altre parole, il farsi del Regno di Dio: una spirale che abbraccia tutto e tutti nella dinamica che sarà impiantata per la morte e risurrezione del bambino, la dinamica dell'amore di Dio nel vissuto della condizione umana.

Ecco allora il continuo passaggio dalle tenebre alla grande luce e i suoi effetti “Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la delizia”.

Il moltiplicare e l'aumentare indicano un processo in continua espansione, che non avrà mai fine, giacché la gloria di Dio, più che qualcosa di statico come l'arrivo alla meta, è come una spirale che si espande, dinamicamente, sempre più e non finisce mai.

“Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda”. E' la soddisfazione di chi raccoglie e partecipa del frutto finale del comportamento e del vissuto. Come chi constata che è valsa la pena seguire le orme, l'insegnamento e, soprattutto, il dono offerto da questo bambino, ormai adulto, con la sua morte e risurrezione.

A quest'ultimo aspetto fa riferimento la seconda lettura.

2a lettura (Tt 2,11-14)

“Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio”. La grazia è la persona di Gesù, la sua missione e, soprattutto, gli effetti della sua morte e risurrezione. “E' apparsa” nel senso che si è manifestata nel mondo, prendendo forma nel bambino nato a Betlemme. Gesù – dono gratuito, grazia – offerto indistintamente a ogni persona è colui “ che porta salvezza a tutti gli uomini”.

La salvezza ha il suo inizio nel profondo dell'essere della persona, nel percepire se stessa come un nuovo soggetto, trasformato, rigenerato . Questo inizio costituisce l'atto di fede, per il quale in essa – la persona – si compiono, simultaneamente, due atti di fede: il primo, la fiducia nella bontà di quello che è offerto, il secondo, nella sua efficacia.

In tal modo sorge nella persona la coscienza del formarsi di un nuovo soggetto. L'essere, ossia, il livello più profondo e intimo della persona, è modellato – come fa il vasaio con la creta – come un soggetto al quale sono perdonati i peccati e reso giusto davanti a Dio Padre; è ristabilita l'alleanza che si era spezzata a causa del peccato: è fatto partecipe della vita di Dio, della vita eterna, come anticipo della pienezza della gloria che si manifesterà alla fine dei tempi.

In altri termini, la persona è immersa nel mistero di Dio, giacché la fede riproduce in essa la vittoria di Gesù Cristo sul male e la distruzione del peccato. Nonostante tutto, il male e il peccato continueranno a esercitare la loro tentazione e seduzione, ma l'adesione del cuore, il consolidamento del dono per mezzo della parola di Dio e i sacramenti, specialmente l'Eucaristia, rendono possibile il permanere in Lui, ossia il compiersi, ogni giorno, della salvezza, della comunione con Dio e la vittoria sul male e sul peccato.

L'immersione nel dono, nel mistero di Dio, ha una dimensione propedeutica “…ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà”, ovvero ci permette di non cadere nella tentazione dell'incredulità e della schiavitù delle passioni che distruggono l'integrità della persona.

A questo punto, il peccato non è invincibile, come pensano molti.

Certo, non basta la sola forza della volontà, pur necessaria, ma occorre sintonizzare ed accogliere il dono che in ogni istante è offerto in diversi modi, che hanno in comune la memoria attualizzante dell'evento della morte e risurrezione di Gesù.

In positivo, lo stesso evento insegna “…a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà”, tre aspetti del comportamento che manifestano il grado e la profondità della comunione con il Signore e che costituiscono la verifica della consistenza di tale comunione, che va oltre la volontà, il sentimento e la semplice emozione e ne garantisce l'autenticità.

Fra l'altro, il vissuto etico sostiene e consolida la certezza delle venuta del Signore alla fine di tempi. Esso è strettamente legato all'attesa “della beata speranza della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore nostro Gesù Cristo”. Se tale vissuto è manifestazione della carità, e Dio è carità, aumenta la certezza di partecipare della sua stessa vita e, quindi, della gloria che si manifesterà pienamente con la venuta del Risorto.

Etica e gloria sono le due facce della stessa moneta: la partecipazione al mistero dei Dio. Questa verità offre il senso ultimo dell'esistenza, motiva ad assumere lo stile di vita di Gesù e la fedeltà alla missione in quanto suoi discepoli.

Nello svolgimento di essa si ripete quello che il Signore ha fatto per noi “Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo e di buone opere”. Ritornando a Lui il dono da Lui ricevuto, si manifesta la pienezza della comunione con il Signore, l'avvento del regno di Dio.

In conclusione, il testo di Paolo svela il senso ultimo della nascita del bambino in Betlemme, descritta dal vangelo.

Vangelo (Lc 2,1-14)

Maria “diede alla luce il suo figlio primogenito”. Se non fosse per la risurrezione, questa nascita sarebbe passata inosservata. L'evento pasquale e la Pentecoste orientarono i riflettori dell'umanità su di Lui. Fu allora che i discepoli compresero chi era effettivamente.

L'umano e il divino in Gesù apre nella persona l'orizzonte di una nuova comprensione di se stessa (e di tutta la creazione). In essa si stabilisce una simbiosi, nel senso che il profondamente umano è divino e viceversa.

All'inizio del mondo Dio crea l'uomo a sua immagine e somiglianza. Nella seconda creazione, con la risurrezione, accade il contrario: Dio ricrea la persona somigliante a Lui, per assumere pienamente la maniera umana di essere “tutto in tutti” (1Cor 15,28) nel nuovo mondo.

Più esattamente, il processo di divinizzazione della persona e di umanizzazione di Dio inizia nella persona fin dal momento della nascita, per l'effetto della morte e risurrezione di Gesù e va crescendo gradualmente, nella misura in cui la persona risponde positivamente con a pratica di vita corrispondente.

Ritengo che questo processo non avrà mai fine, neanche con la venuta del Risorto alla fine dei tempi, perché Dio e la persona vivranno per sempre. In altre parole, quel momento segnerà nella persona la sua costituzione ultima e definitiva (e per Dio sarà un momento di crescita, dal punto di vista della sua umanità) senza pericolo di ritorno alla condizione precedente e di essere fuorviati da essa.

Mi chiedo se non è questa “la gloria del Signore“ che gli angeli cantano e che “avvolse di luce” i pastori di allora (considerati, dalla teologia e morale del tempo, esclusi dal regno perché pascolavano le bestie in terreni non loro) e avvolge quelli di oggi.

Certo, una proposta così sconvolgente genera grande timore in coloro che si sentono esclusi o marginalizzati dall'istituzione ecclesiale per non essersi uniformati alle norme vigenti “Essi furono presi da grande timore”. E non era per meno: da esclusi e condannati, divenivano inclusi e integrati al massimo livello, senza rendersi conto del perché e del come.

Come per Maria, l'angelo interviene: “Non temete (…) è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. Notare che non dice: l'uomo Gesù, figlio di Maria, ma Cristo Signore, ossia, usa il titolo proprio del Risorto. Malgrado la sorpresa e il timore, i pastori si dirigono accompagnati dall'angelo al luogo dell'evento “… oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore”.

Avvicinandosi al Salvatore, malgrado la loro coscienza di essere considerati pubblici peccatori, il grande timore si converte in un incontro umanissimo, pieno di familiarità e tenerezza “… un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”: il profondamente umano (i pastori, pur nella loro condizione di peccato e di esclusione) e il profondamente divino sono uno di fronte all'altro: ed ecco che “… subito apparve con l'angelo la moltitudine dell'esercito celeste, che lodava a Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”.

Si tratta di una rivelazione inaspettata e improvvisa, che fa svanire il timore nei pastori, perché coinvolti nella percezione che gli uomini sono amati da Dio. Ed in primo luogo proprio loro, gli esclusi dalla comunione da parte della teologia ufficiale, e tutti indistintamente, affinché comprendendo il grande amore di Dio si avvicinino al Salvatore e si lascino trasformare dagli effetti della sua morte e risurrezione.

In tal modo la gloria di Dio nei più alto dei cieli e la pace sulla terra, le due facce della stessa moneta, si concretizzano nella nuova creazione per la pratica dell'amore, ritornando a Dio il dono che ci ha fatto: “… che vi amiate gli uni gli altri,come io ho amato voi”(Gv 15,12).

Buon Natale!

 

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