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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 15,1-6; 21,1-3)

Dio rassicura Abramo, turbato interiormente, per il mancato compimento della promessa del Signore riguardo alla nascita di un figlio che gli avrebbe garantito la discendenza. Sono passati molti anni e la promessa è rimasta semplicemente tale. Il Signore si rivolge a lui con parole confortanti: “Non temere, Abram” – e gli ricorda – "Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande”.

Sono parole che, garantendo la sua azione protettrice e il compimento della promessa, offrono la possibilità della serenità interiore, vincendo lo stato di preoccupazione e sconcerto proprio di chi si sente defraudato di ciò in cui ha investito tutta la sua esistenza e, specialmente, il futuro.

Con animo rasserenato, Abramo manifesta il suo pensiero provocatorio: "Signore Dio, che cosa mi darai?”, aggiungendo la logica conclusione nel caso la morte sopraggiunga prima della nascita dell’erede: “un mio domestico sarà mio erede”.

Il Signore lo conduce fuori della tenda e ordina: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”. Evidentemente il firmamento è di tale grandezza da rendere impossibile questa operazione. Ebbene, Il Signore aggiunge: “Tale sarà la tua discendenza”; quello che è impossibile alla condizione umana sarà compiuto dal Signore che, in tal modo, rinnova la sua promessa.

“Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia”. Commentando questa risposta san Paolo dirà: “Egli ebbe fede, sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli” (Rm 4,18). La conseguenza fu la nascita di Isacco – il compimento della promessa – dopo aver ospitato i tre misteriosi personaggi alle querce di Mamre (vedi Gen18, 1ss.).

La solidità della fiducia nella promessa del Signore ha consolidato in lui la speranza contro ogni logica umana; e fu proprio questa condizione che lo rese giusto davanti al Signore. Giustizia che si è estesa, ed ha raggiunto la sua completa realizzazione ed espressione nel comandamento dell’amore, quando accoglie i tre forestieri che arrivarono alle porte della sua tenda nel deserto.

Questo percorso è paradigmatico, è il modello del vero credente. È quello che il Signore si aspetta da ogni persona che si avvicina a Lui, con il proposito di instaurare un rapporto profondo, autentico e sincero, fino ad arrivare all’amicizia inscindibile.

È interessante percepire che tale processo non riguarda, semplicemente, il compimento della promessa riguardo alla nascita del figlio, come realizzazione di un sogno lungamente desiderato da una coppia sterile, ma abbraccia la discendenza numerosa, impossibile da contare come il numero delle stelle del cielo, o i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare.

Si crea così un legame universale fra le persone, che rende tutte loro partecipi, responsabili, solidali e fraterne nella comune vita, che ha la sua origine e il suo destino nel Signore. Il legame è sostenuto e alimentato dalla fede, speranza e carità, che costituiscono la realtà inesauribile e misteriosa del Signore. In tal modo, la persona comprende l’autenticità e la profondità di se stessa in virtù della qualità del rapporto con le persone vicine, associata al comune senso di responsabilità e solidarietà con tutta l’umanità.

Il progetto di Dio, iniziato con la peregrinazione di una coppia sterile, sostenuto dalla promessa che ha dell'impossibile dal punto di vista umano, prende forma e consistenza lungo il cammino e la peregrinazione, coinvolgendo persone, popoli e nazioni, ossia l’umanità intera.

La tradizione islamica racconta che, quando Abramo percepì il peso della responsabilità riguardo a tutta l’umanità e si fece carico di essa, sentì come un peso sulle spalle, in modo che la pianta dei suoi piedi lasciò l’impronta sulla roccia che essi venerano.

È questo che costituisce Abramo quale amico di Dio, per assumere e far parte della stessa vita e dello stesso progetto a favore dell’umanità. In tal modo, egli traccia il cammino di ogni credente, rendendo consistente il patrimonio di fede e di esperienza che il padre trasmette ai figli, di generazione in generazione.

Il suo cammino di fede è tracciato nella seconda lettura.

 

2a lettura (Eb 11,8.11-12.17-19)

Il testo è una sintesi dei momenti qualificanti del cammino di Abramo, iniziato, per la fiducia posta in Dio, nell’uscire dalla terra di origine e intraprendere – anziano lui e la moglie, e quest’ultima sterile – la peregrinazione verso una meta che gli sarà indicata cammino facendo, sostenuto dalla promessa di una discendenza numerosa, come le stelle e i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare.

Il testo non lo dice, ma solamente la percezione di un grande amore nei suoi confronti da parte di Dio può aver sostenuto la sua fiducia, ponendolo in condizione di aderire alla chiamata. Un amore che abbraccia non solo la sua persona, e il clan di appartenenza, ma l’intera umanità, perché il termine ultimo, il destino, riguarda una generazione incommensurabile.

Quel che gli ha dato spessore, senso e forza, è l’essere stato chiamato e investito di una responsabilità e solidarietà nell’amore riguardo alle generazioni future. Non solo per la promessa del figlio, e la corrispondente discendenza fisica, ma ancor più per la generazione, in ogni uomo, del singolare rapporto con Dio in virtù dalla fede, che diverrà modello di vita in lui e paradigma di cammino per ogni uomo.

Perciò, fede, carità e speranza, sono come i tre piedi del tavolo della solida esperienza in Dio. Sono come tre soggetti che, uniti per mano e sempre stretti fra loro, danzano nella festa della gioia senza fine. Nell’incessabile movimento e attenzione alle circostanze specifiche del momento, risalta un soggetto (la fede), poi si aggiunge un altro, e così di seguito (speranza e carità). Si tratta del gioco trinitario, affinché ogni persona abbia la vita in abbondanza e l’umanità divenga il luogo e l’espressione dove Dio regna. In effetti, nel regno di Dio, si manifesta il Dio del regno.

I tre elementi – fede, speranza, carità – consolidano, lungo il cammino della vita, la struttura della personalità di Abramo, al punto da manifestare la dedicazione radicale a Dio, quando gli viene chiesto il sacrificio del figlio: “Per la fede, Abramo messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio”.

Il testo commenta la prova, e rivela la convinzione interiore di Abramo, in virtù della quale è stato capace di sostenerla e portarla a buon fine: “Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche i morti: per questo lo riebbe anche come simbolo”.

Ciò avvalla l’aspetto centrale della fede di ogni credente riguardo alla risurrezione propria e dell’umanità intera. Non si tratta di un super-miracolo, ossia di un fattore esterno al vissuto della persona grazie all’intervento sorprendente del potere di Gesù Cristo e dello Spirito Santo; non è una prova inconfutabile che umilia la capacità e la presunzione umana. Se così fosse, sarebbe stato sufficiente che Gesù scendesse dalla croce, che si presentasse vivo davanti a Caifa e Pilato, o avesse ceduto alle tre tentazioni nel deserto.

La risurrezione è legata al processo (la danza trinitaria e gioiosa), in questa vita, per la fede, speranza e carità, fino al raggiungimento della meta. In altre parole, la realtà di Dio, agendo nell’intimo della persona nel graduale e costante coinvolgimento, modella il credente che obbedisce, o meglio si lascia condurre dallo e nello Spirito del Risorto, nella pratica di vita con se stesso, con gli altri, con l’umanità e la creazione.

Il processo è interminabile; non ha fine, e ha la virtù di consolidare e far crescere, per determinazione della Trinità, la vittoria su ogni morte in questa vita – la disumanità e l’indifferenza per gli altri; il vuoto interiore e il non senso della vita; la condotta malvagia e perversa; ogni forma di discriminazione sociale – e, infine, anche quella fisica.

Ecco tracciata la missione della famiglia.

 

Vangelo (Lc 2,22.39-40 – forma breve)

I genitori di Gesù, nel rispetto delle norme della legge mosaica, presentano il bambino al Signore nel tempio di Gerusalemme. Lo inseriscono a tutti gli effetti nella tradizione del popolo eletto che riconosce in Abramo il capostipite. In tal modo diviene ufficialmente un membro di questo popolo.

L’evangelista annota che, quando la famiglia ritorna nella propria terra in Galilea, con il passare degli anni “il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”. Non indica particolari mediazioni di tale processo, né fatti ritenuti soprannaturali che manifestassero un intervento diretto di Dio per mezzo dello Spirito. Tutto si svolge nella normalità della vita della piccola comunità, nello svolgimento giornaliero dell’attività quotidiana, comprese le pratiche religiose abituali.

Il messaggio che ne discende è, che nella ripetizione abituale della vita ordinaria, nell’accoglienza e attenzione agli elementi fondanti della tradizione, ci sono contenuti di sapienza, espressione del dono di Dio. Tocca all’ambito familiare, particolarmente ai genitori, gestire il processo per il quale, da un lato tali valori vengono proposti e, dall’altro, attualizzati nello svolgersi del vissuto personale e sociale in continua evoluzione.

I genitori sono pastori nella conduzione del processo. Pertanto devono spiegare, e soprattutto motivare e giustificare, il senso profondo della tradizione a proposito del mantenimento e accrescimento dell’identità, quale realtà in continua evoluzione. Cosicché, la vera tradizione non è semplice ripetizione di norme e regole del passato, ma l’attività creativa, audace e coraggiosa che Gesù stesso segnala: “il discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt13,52”).

Evidentemente, lo svolgimento di tale missione fondamentale è particolarmente urgente nell’attualità e richiede, da parte dei genitori, approfondimento e aggiornamento riguardo la cultura laica e religiosa in costante evoluzione. A tal fine, occorre stabilire priorità fra le molte attività proposte dal vissuto sociale, in modo da disporre il tempo conveniente per pensare, riflettere, e confrontarsi con gli altri.

Molte persone, pur riconoscendo queste necessità, si lamentano per la mancanza di tempo e lo stress causato dai ritmi di vita. Ma, come dicevamo in Brasile, non si tratta di questione di tempo bensì di preferenza, di priorità. Il rischio è di dedicarsi a troppe iniziative e attività, facendo venir meno ciò che aiuta ad interiorizzare il senso e i perché di quel che succede nella vita personale e sociale, nell’acquisire, allo stesso tempo, buona capacità di analisi e critica positiva del vissuto nel quale si è coinvolti.

Di fatto Gesù, in Nazareth, ha acquisito le condizioni per svolgere, successivamente, con audacia creativa, coraggio e profondo senso critico costruttivo, quello che ha caratterizzato la sua missione.

Ritengo sia errato attribuire la sua singolare capacità alla condizione divina. San Paolo ricorda che, nel farsi uomo, il Verbo eterno divino si è svuotato di tale condizione per mettersi allo stesso livello degli uomini.

La particolare sapienza e dono di Dio è anche frutto del suo vissuto, in sintonia con la tradizione del suo popolo che riteneva “il timore di Dio principio della sapienza”. Timore e fede che, sicuramente, gli sono stati trasmessi e che Lui ha appreso dai genitori, nei quali è sempre attiva l’azione dello Spirito Santo.

 

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