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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 24,1-4.12-16)

“La sapienza fa il proprio elogio”. Essa parla di se stessa come fosse una persona, evidenziando, quindi, che non è semplicemente una facoltà astratta di un soggetto particolarmente dotato. Più chiaramente, risiede in ogni persona in modo che possa costituire con esso un insieme inseparabile. In effetti, chi non desidera la sapienza? E cos’è una sapienza che non ha attinenza né relazione con la persona, centro della creazione?

Essa, “in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al popolo proclama la sua gloria”. La sapienza fa da ponte fra il divino e l’umano. Da un lato è co-eterna con Dio; infatti, “Prima dei secoli, fin dal principio, (…) per tutta l’eternità non verrà meno”; dall’altro afferma di se stessa che è stata creata da “colui che mi ha creato (…) fin dal principio, egli mi ha creato”. Una realtà creata che partecipa, allo stesso tempo, dell’eternità di Dio! Mi viene da pensare che sia il cuore, il luogo dove percepire la profondità e lo stupore dell’incontro, perché in esso c’è l’insieme, il confine e, allo stesso tempo, la comunicazione dell’umano e del divino.

Per il nostro modo di pensare, tempo ed eternità sono contrapposti ed escludenti: dov’è l’uno non c’è l’altro. Ma, per un cuore non solo umano, ma intriso dalla sapienza di Dio, tempo ed eternità convivono assieme: non si escludono ma s’integrano uno nell’altro. Il grande teologo Raimon Panikkar, di cultura indiana e catalana, al riguardo parla esplicitamente di “tempiterno”, ossia, l’eternità non è l’assenza del tempo ma la caratteristica divina di esso, nella quale siamo introdotti per l’esercizio costante della carità.

La sapienza riceve dal Creatore un ordine: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele (…) Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere”. Essa s’inserisce nel popolo, per fare di esso espressione della gloria di Dio che ha ricevuto in dono. Nel libro dei Proverbi la sapienza si presenta come artefice dell’azione creatrice di Dio: “io – la sapienza – ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno” (8,30).

In effetti, bisogna considerare che l’azione creatrice di Dio non è semplicemente puntuale, ossia determinata da un momento specifico, ma permanente. Essa è relazione, è rapporto degli esseri creati con il proprio Creatore, il quale, per mezzo di essa, li plasma e li ricrea costantemente. La sapienza è la collaboratrice nell’orizzonte della delizia e del gioco: “ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Pr 8,30-31).

Bellissima la figura del gioco, perché non dovuto né obbligato e, ancor meno, necessario. Pertanto s’instaura nell’ordine della pura gratuità, della non utilità, che è il vero orizzonte dell’amore, fonte della delizia. Aiuta a comprendere questo realtà il guardare il rapporto fra due o tre bambini, di pochi anni, che giocano tra loro. Vivono il presente nella totale gratuità non perché devono giocare, meno ancora perché obbligati o spinti da una necessità. Giocano, ossia, fruiscono dello spazio, del tempo, della situazione e delle persone.

La finalità del gioco è coinvolgere altri e renderli partecipi della stessa dinamica, “ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”. Ecco allora che essa, la sapienza, "affonda le tue radici tra i miei eletti (…) posto le radici in mezzo a un popolo (…) nell’assemblea (…) ha preso dimora”. Pertanto, costituisce e qualifica il popolo come “glorioso” e l’assemblea come “santa”.

Tutto ciò avrà buon esito se gli eletti – il popolo – accetteranno la condizione e vivranno la dinamica della sapienza.

Essa deve essere desiderata e richiesta. Al riguardo è bellissima la preghiera attribuita a Salomone, famoso per la sua saggezza, che recita: “dammi la sapienza, che sieda accanto al tuo trono (…) Con te è la sapienza (…) lei sa quel che piace ai tuoi occhi e ciò che è conforme ai tuoi decreti (…) Inviala dai cieli santi, mandala dal tuo trono glorioso” (Sap 9, 4.9-10).

E’ immediata l’intuizione che questa sapienza ha preso forma umana in Gesù e si è manifestata, in tutta la sua sconcertante profondità, nell’evento della Pasqua. E’ il tema della seconda lettura.

 

2a lettura (Ef 1,3-6.15-18)

Il testo si compone di due parti. La prima, fino al versetto sei, è parte dell’inno di ringraziamento a Dio: “Benedetto Dio (…) che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo” (la sottolineatura ed il grassetto è mia). In tutto l’inno si ripete con insistenza questo “in”. Ritengo di capitale importanza la percezione che ebbe Paolo del passaggio dal Dio “per noi” e “con noi”, al Dio in noi. E’ ciò che lui attesta con l’evento alla porta di Damasco, riguardo agli effetti della morte e risurrezione in lui. Sono sue le famose parole: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,19-20).

L’orizzonte di comprensione del mistero di Dio, che gli si presenta, è semplicemente sorprendente e impensabile all’intelligenza umana. Eccone alcuni aspetti: In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo”. Come può scegliere quello che ancora non esiste nello spazio e tempo della creazione? S. Giovanni, nel prologo del vangelo, afferma: “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste” (1,3). Ritengo voglia dire che il vero esistente è Lui. Pertanto, l’essenza e l’esistenza di Dio trovano in lui, nel Gesù di Nazaret Risorto – Gesù Cristo -, l’adeguata espressione di ogni persona umana, e la sua manifestazione nell’ambito della creazione.

L’accettare, per la morte e risurrezione, il dono di stare e, soprattutto, rimanere in lui, significa entrare nella dinamica che porta alla vita in abbondanza, motivo per la quale il Figlio di Dio si è fatto uomo: “io sono venuto perché abbiano vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo”, Evidentemente si tratta di tutti gli uomini, indistintamente. Questi percepiscono la scelta con il senno di poi, quando si coinvolgono sinceramente, con determinazione e profonda convinzione, nel dono offerto da lui. Ecco, allora, emergere la sapienza cui alludevo sopra: l’offerta del “gioco” non dovuto, non obbligato e non utilitaristico, ossia, il puro amore.

La dinamica del “gioco” porta gli uomini ad "essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. In effetti, lo stare e il rimanere in questo intimo rapporto, rende capaci di vivere e amare come lui ha vissuto e amato, il che fa intravedere il destino cui porta, quello di “essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo secondo il disegno della sua volontà”.

Il tutto “a lode e splendore della sua grazia, che ci ha gratificati nel Figlio amato”. Lo splendore del dono si manifesta nel ritornarlo a Dio, attraverso la carità verso il prossimo. E’ la dinamica a spirale che non finisce mai; nella misura in cui essa cresce e si sviluppa, la vita, l’esistenza, si fa sempre più conforme alla lode che spetta a Dio per il dono del Figlio.

Nella seconda parte del testo Paolo, “avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi (si riferisce ai membri della comunità, non a quel che s’intende comunemente per santo)”, percependo l'opera del dono di cui sopra nella comunità e nelle persone, oltre a rendere grazie a Dio, le ricorda nella preghiera, “affinché Dio (…) vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi”.

E' notevole il constatare che la preghiera dell’apostolo è finalizzata a fare in modo che il dono della sapienza, e la connessa rivelazione, sia costantemente elargita per consolidare la mente e il cuore dei credenti nel processo di crescita nella carità.

Quest’ultima passerà per il vaglio di prove e difficoltà, necessario per la purificazione, perché ogni realtà umana è ambigua, e la grazia della sapienza esercita e sostiene tale processo, in modo che il credente diventi sempre più immagine nitida di chi lo ha creato e continua ricrearlo, fino al termine della vita.

La Sapienza, che ha preso la forma umana in Gesù Cristo, e il vangelo, offrono una chiara percezione di essa.

 

Vangelo (Gv 1,1-18)

Con l’avvento “del Verbo fatto carne” in Betlemme, e la sua morte e risurrezione, ha inizio il processo che trasformerà la vecchia creazione in nuova creazione. Pur nel dramma umano che accompagna tutti i tempi, compreso l’attuale, per i quali "Era nel mondo e il mondo fu fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne tra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto”, il processo è irreversibile e inarrestabile.

Esso continua e si sviluppa per la testimonianza dei discepoli: “Noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”. Essi attestano di aver contemplato, con stupore, il mistero di Dio ed essere sorpresi dal coinvolgimento che li immerge in esso, nella gloria del Signore.

In virtù di ciò affermano: “Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia e grazia”. L’espressione è densissima e di grande importanza; dalla pienezza, dalla gloria di Gesù Cristo realizzata e manifestata con la sua morte e risurrezione, noi tutti – l’umanità intera – abbiamo ricevuto, gratuitamente, il dono della pienezza di vita e la verità riguardo al senso ultimo e profondo della vita. Si tratta della redenzione oggettiva, realizzata una volta e per sempre, attualizzata per la fede e celebrata nei sacramenti. Tale dono – la grazia – è continuamente dispensato e a disposizione di tutti e in ogni momento.

Per la fede, la grazia è assunta e vissuta nella persona, e diventa soggettiva, ossia patrimonio personale. Pertanto la fede è grazia, è dono, che agisce come una spirale in continua espansione. Essa approfondisce e sviluppa ulteriormente il dono – la grazia – in una dinamica che non finisce mai, coinvolgendo sempre più persone e situazioni. In questo processo di coinvolgimento e di offerta del dono, esso stesso si rinnova e si fa più profondo e più vero. Rinnova chi lo trasmette e chi lo riceve, anche se a livelli diversi, evidentemente. Ossia, la grazia non è semplicemente un momento puntuale, ma la dinamica che, gradualmente e continuamente, introduce sempre più profondamente nel Mistero e nella comunione con Dio.

Per questa specifica dinamica si è generati, alimentati e sostenuti nel processo che sfocerà nella nuova nascita, realizzata “non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo”, ma da Dio che, continuamente, mette a disposizione del credente “grazia su grazia”, come puntualizza il testo.

La nuova creazione, incluse le persone ovviamente, giungerà al punto finale, in cui “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28). Accogliendo la grazia, la cui dinamica ha in sé il potere e la forza di portare e generare nel credente la pienezza della condizione di “figli di Dio”, facendo in modo che l’immagine di Dio, di cui è portatrice, diventa sempre più somigliante a Lui. Per fare un esempio, è come passare da un’immagine sfuocata a una sempre più lucida e nitida.

Siano nati alla vita per la volontà di Dio, per essere continuamente ri-generati da Lui stesso nel mistero della morte e risurrezione, in modo che alla fine dei tempi, come già detto, “Dio sarà tutto in tutti”, nella manifestazione della gloria ultima e definitiva, partecipando del gioco e della delizia di Dio e nella manifestazione della Sua sapienza.

 

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