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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Sm 3,3b-10.19)

Samuele dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio”. L'episodio si svolge nella casa del Signore la cui presenza è garantita dall’arca dell’Alleanza. Sono chiamati in causa Eli e Samuele, che coltivano intimità e familiarità con il Signore per il fatto di stare al suo servizio. I due sono identificati con la vita e la tradizione del popolo d’Israele.

Dio, per sua libera iniziativa, chiama il giovane Samuele con lo stesso timbro di voce del profeta Eli, al punto che la chiamata si ripete altre due volte prima che Eli capisca il significato e l’importanza del fatto: “allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane”. Di fatto, “Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore”, ma non così per Eli, data la sua condizione di profeta.

Da un lato, Eli rimase sorpreso che Dio si manifestasse con il timbro della sua stessa voce, ma dall’altro lato, fu proprio questo dettaglio che gli permise di capire ciò che stava succedendo: era la sua voce, ma non era lui che parlava. Può essere letto come un segno della sintonia del profeta con il suo Signore.

Il comportamento e le parole di Samuele – "Mi hai chiamato, eccomi!” – permisero all'intelligenza di Eli di comprendere ciò che stava succedendo. I due abitavano assieme e Samuele, che coltivava pronta e sincera devozione per Eli, era sempre disponibile alla sua chiamata.

La chiamata del Signore sorge nella situazione molto ben definita in termini d’inserzione nella realtà del popolo, in sintonia con la Sua presenza e nel rispetto dei termini dell’Alleanza. L’Arca era il segnale della presenza e la testimonianza visibile dell’Alleanza del Sinai; essa accompagnò il cammino del popolo verso la terra promessa per cui era un elemento fondamentale della memoria e della tradizione del popolo d’Israele.

Stare nella casa del Signore, vedere e partecipare della vita della stessa, sono un aspetto importante e imprescindibile per il salto qualitativo della propria esistenza. Non è casuale e senza significato che Dio si manifesti con la stessa voce di Eli. Essa è il segno di speciale sintonia di Dio con la missione del profeta, preludio al passaggio di consegne e allo stesso di continuità, come se fosse lo stesso Eli a chiamare Samuele. Allo stesso tempo, rappresenta anche il momento di apertura verso nuovi orizzonti che il proprio Eli ignora, giacché competono solo a Dio.

Eli capisce che “il Signore chiamava il giovane” e comprende che il cambio della guardia sta avvenendo. Consiglia Samuele con queste parole: “se ti chiamerà, dirai: parla Signore, perché il tuo servo ascolta”. Compie il suo ultimo atto, termina il suo servizio, esce dalla scena della storia e, al suo posto, subentra Samuele.

È un’uscita umile e silenziosa. Il modo di procedere di Dio deve aver riempito il cuore di consolazione e di soddisfazione, nel comprensibile stato d’animo di chi si sente messo da parte, ma con la coscienza di aver compiuto quello che doveva davanti al Signore. Da quel momento in avanti Eli, compiuta la sua missione, lascia il palco della storia ed entra Samuele: Dio e Samuele orienteranno la vita d’Israele e cammineranno assieme.

Il primo atteggiamento del profeta è l’ascolto. È ciò che Samuele fa alla terza chiamata del Signore: “Parla, perché il tuo servo ascolta”.

Ascoltare è molto più che udire; udire è solo il primo momento, segue poi il coinvolgimento della persona, la sua adesione e la trasformazione a proposito della missione.

Samuele crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole”. Camminare con il Signore comporta l'entrare in un processo di crescita, giacché la missione non è solo un bene per i destinatari, ma anche per il profeta stesso. Condizione essenziale è assumerla con l’atteggiamento dello stesso Samuele, ossia con determinazione e dedicazione totale, che coinvolga tutta la persona e per tutta la vita.

La seconda lettura indica i caratteri precipui di un reale coinvolgimento.

 

2a lettura (1Cor 6,13c-15a.17-20)

 

La conversione di Paolo, o meglio gli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo in lui, operò una trasformazione radicale riguardo alla coscienza di sé con se stesso. Si è sentito come se fosse un’altra persona che partecipa di un crescendo che va prendendo sempre più forza e consistenza, capace di dominare e vincere il “Paolo di prima” che, d’altro canto, non tralascia di far sentire le sue esigenze mondane, e stimolarlo a lasciare il nuovo cammino per ritornare a quello di prima.

Sullo sfondo di questa esperienza scrive alla comunità: “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito”. La parola “spirito” evoca sempre una realtà immateriale, invisibile, astratta, che sfugge al dominio e al potere umano, al contrario del corpo, inteso come materia, del quale la persona ha coscienza e possibilità di disporre entro certi limiti, ovviamente, e che governa secondo propri criteri.

Pertanto, dire che chi crede diventa con il Signore "un solo spirito” sembra qualcosa di aleatorio, vago, inconsistente e di difficile comprensione. Per rafforzare tale convinzione e renderla più accessibile Paolo aggiunge: “Non sapete che i vostri corpi sono tempio dello Spirito?”. Come la spugna è inzuppata dall’acqua, o come il ferro è arroventato dal fuoco, così è l’azione dello Spirito.

Formare con Lui un solo spirito significa raggiungere un grado di sintonia, d’intimità e d’identificazione molto consistente ed espressiva, da permettere a Paolo di affermare: "non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

Tale realtà è percepita come informazione che riguarda Paolo. Non è presa in seria considerazione dai membri della comunità (e neanche dai cristiani di oggi) in considerazione dei limiti, delle debolezze e del peccato. Si ritiene incolmabile la distanza fra la realtà personale di Gesù, di Paolo, e quella dei membri della comunità e anche la nostra di oggi.

Perciò Paolo invita a porre l’attenzione sul fondamento e la causa dell’identificazione.

Essa è precedente al comportamento morale, ed è dovuta al fatto che “siete stati comprati a caro prezzo”. Si riferisce al riscatto generato alla morte di croce e al prezzo dell’amore che non ha distolto Gesù dal cammino e dalla finalità della missione, nonostante l’immensa dovuta alla solitudine (l’abbandono di tutti, del Padre e il silenzio dello Spirito), oltre a quella fisica, sino allo spargimento di sangue.

Se Lui ci ha comprato, o meglio riscattato, logicamente non apparteniamo a noi stessi, incluso il corpo; infatti, “Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi”. Gli apparteniamo, non per passare da una schiavitù all’altra (sarebbe cadere dalla padella alla brace), ma per partecipare di una realtà completamente nuova; infatti “Cristo ci ha liberati per la libertà. State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5,1). Infine, liberi e riscattati per amare.

Accettare il dono del riscatto vuol dire fare spazio allo Spirito Santo. Sembra che alla comunità a cui si rivolge sfugga l’importanza e la conseguenza: “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio”. Con il riscatto, Cristo ci ha guadagnato l’adozione di figli adottivi e, allo stesso tempo, lo Spirito Santo è inviato alle persone e stabilisce in esse la sua casa, la sua presenza permanente.

Ecco la conseguente esortazione: “glorificate dunque Dio nel vostro corpo!”. Si tratta di valorizzare il corpo perché membro della nuova umanità riscattata, in considerazione del fatto che "i vostri corpi sono membra di Cristo”.

Pertanto occorre fuggire dall’impurità: “il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo”. In effetti, ogni dominio della passione schiavizza e distrugge il corpo, o meglio, tutta la persona. E’ doverosa l’intelligente amministrazione di essa, con il controllo e dominio sugli impulsi aggressivi e travolgenti di ogni tipo.

Con il termine “impurità” Paolo intende il dominio della passione che perverte il cuore. Pertanto esorta: “State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo, ma chi si dà all’impurità, pecca contra il proprio corpo”. In sostanza, per impurità intende quel sentimento che nasce dal cuore e impone un comportamento contrario alla pratica dell’amore, o meglio della carità, chiude la persona su se stessa stimolando e rafforzando l’egocentrismo che la rende incapace di amare.

Bellissima l’affermazione “il Signore è per il corpo”. Lascia capire che il corretto esercizio della passione e del linguaggio sessuale porta la persona, nella sua interezza, all’esperienza del Signore, all’entrata nella gloria di Dio. E’ assodato che la finalità dell’azione del Signore è la valorizzazione del corpo, poi confermata con la risurrezione. Cos’è essa se non la valorizzazione del corpo?

Gesù chiama la persona, anima, spirito e corpo, come racconta il vangelo.

 

Vangelo (Gv 1,35-42)

 

Erano circa le quattro del pomeriggio”. E’ particolarmente indicativo che l’evangelista ricordi l’ora del primo incontro con Gesù. In effetti, il primo incontro non si dimentica, non solo perché è la prima volta ma, soprattutto, per la portata e il significato di quello che verrà poi per l’umanità intera e la creazione.

Con il senno di poi, quel primo incontro è indimenticabile al punto da ricordarne esattamente tutte le circostanze, persino l'ora! Il discepolo ricorda che fu il Battista a indicargli Gesù. Non fu un momento pianificato e previsto, accadde tutto in modo casuale e spontaneo. Giovanni Battista “stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava” indicò ai due: “Ecco l’Agnello di Dio!” , in modo tale da suscitare in loro la scelta di seguirlo.

Perché il Battista non fu con loro? Probabilmente era cosciente che la sua missione stava per terminare, come aveva lasciato capire da affermazioni anteriori. In tal caso volle rimanere al suo posto.

Per i due discepoli incomincia un nuovo cammino: ebbero fiducia nella parola di Giovanni. La speranza di incontrare l’atteso dei tempi, il coraggio di separarsi da una situazione per entrare in un’altra, carica di significato e di sviluppo, in sintonia con quello che li motivò a seguire Giovanni, si traduce in determinazione per verificare la correttezza dell’indicazione.

Gesù, percependo l’avvicinarsi dei due discepoli, domanda: “Che cosa cercate?”. Essi rispondono, riconoscendogli la condizione di maestro, e chiedendo: “dove abiti?”. Curiosamente, perché non chiedono direttamente chi è, e se è vera l’indicazione di Giovanni?

Era opinione comune che il Messia dovesse apparire la notte di Pasqua nel tempio di Gerusalemme, per dare inizio al processo di purificazione del popolo e impiantare il Regno di Dio. Se avesse abitato nel tempio, o in un luogo che avesse rapporto con esso, sarebbe stato un buon segnale.

Gesù, invece, non indica nessun luogo, ma li invita a seguirlo: “Venite e vedrete. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui". Non vi è indicazione sull’abitazione e neanche accenno a che cosa videro, ma viene riferito solo il fatto che “quel giorno rimasero con lui” e, con il senno di poi, decisero di rimanervi e di seguirlo.

Tutto sta a indicare che il luogo dell’incontro è Gesù stesso, ossia, la sua persona e la missione da svolgere. Il risultato fu molto positivo, al punto da non dimenticare e mantenere viva la memoria, anche dopo molti anni, dei dettagli di quel momento. Lo stare con Gesù, la conversazione e, soprattutto, la persona, devono aver esercitato un fascino notevole.

L’accesso odierno alla stessa esperienza è offerto dalle Scritture, ossia dalla testimonianza di coloro che Lo accompagnarono e vissero con Lui, dalle parole e dalle azioni di Gesù registrate nel vangelo e, soprattutto, dal maestro interiore: lo Spirito Santo. Questo patrimonio è a disposizione di ogni persona e, attraverso di esso, è possibile entusiasmarsi e rivivere quello che questi primi due discepoli hanno provato.

L’entusiasmo, e la convinzione di Giovanni e Andrea, sono comunicati immediatamente al fratello di quest’ultimo, Pietro, manifestando senza dubbio alcuno che “Abbiamo trovato il Messia”. Confermano che il Battista aveva ragione, e Pietro acconsentì che il fratello lo conducesse a Gesù.

L’atteggiamento dei due, e la sequenza stessa, manifestano il processo, il cammino, e la finalità del cristiano: avvicinarsi a Gesù, lasciarsi coinvolgere e trasmettere agli altri la buona notizia che porta con sé, l’invito, la motivazione per avvicinarsi a Lui e, a sua volta, coinvolgere gli altri.

Passo successivo è il singolare incontro di Pietro con Gesù. Il Maestro fissò “lo sguardo su di lui”. Che cosa significasse o cosa cercasse non si sa. Cosa vide in lui non è indicato, e nemmeno il motivo per il quale lo indica come roccia. Solamente lo designa. Avrà percepito il temperamento, la determinazione, l’autenticità, il limite e la debolezza che poi si manifesteranno? Non si sa.

Rimane solo la testimonianza che la vita di queste persone cambiò profondamente, per quello che dopo si manifesterà e la storia registrerà. Il racconto è la testimonianza dell’incontro che orienta fermamente la loro esistenza verso la salvezza, e genera nella loro vita una realtà soddisfacente e piena di senso, orientata e dedicata al bene degli altri e dell’umanità intera, mostrando la realtà del regno di Dio nel presente, e la sua tensione verso l’evento ultimo d definitivo.

 

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