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di Rowan Williams – arcivescovo anglicano e teologo britannico

Considero un grande onore l’invito a parlare di mons. Romero. Mi unisco alle preghiere affinché nel 2015 l’arcivescovo venga riconosciuto per quello che indubitabilmente è: uno dei più grandi doni degli ultimi decenni da parte del Signore all’intero popolo di Dio; un uomo la cui testimonianza e il cui insegnamento costituiscono un lascito per i cristiani in ogni parte del mondo.

È stato uno dei suoi amici e collaboratori, il grande teologo gesuita Jon Sobrino, a definire Romero “un evento teologico”. Cosa significa dire della vita e della morte di qualcuno, o addirittura della sua intera personalità, che questa costituisce un “evento teologico”? Sobrino ce lo spiega. Un evento teologico è un evento nel quale si assiste a una sorta di riavvicinamento tra la Parola di Dio e la parola, o talvolta il grido senza parole, della sofferenza. La Teologia, così lontana dall’essere una speculazione umana su Dio, raggiunge il suo più alto livello di autenticità quando diventa in un certo senso vera espressione di Dio. Non l’espressione di Dio che viene dall’alto, come molti teologi e vescovi vorrebbero che fosse, ma la Parola di Dio che si esprime con e attraverso chi condivide la sofferenza di Gesù Cristo e la sua gloria.

Sobrino scrive: «Il grido di un intero popolo è stato trasformato dall’arcivescovo Romero in preghiera offerta a Dio». E nell’ascoltare e dare voce a questo grido, alla presenza di Dio, Romero diviene un evento teologico: la Parola di Dio e il grido di chi soffre sono legati. (…).

Romero credeva che la parte più importante del suo ministero consistesse proprio nel dare voce a coloro che non hanno voce. Ma naturalmente il suo dare voce al grido dei poveri era qualcosa di più di una semplice questione di parole. Ha dato voce all’esperienza dei poveri correndo i loro stessi rischi. Ancora una volta, come nel caso di Gesù, fare proprio il grido dei sofferenti diventa esso stesso rischio e motivo di sofferenza. (…). Romero credeva che, se la Chiesa deve essere dove Dio è, deve essere con i poveri. E così scriveva nel dicembre del 1979 alla Vigilia di Natale: «Oggi è il momento di cercare questo bambino Gesù, ma non nelle belle immagini dei presepi, bensì tra i bambini che non mangiano a sufficienza, che stasera sono andati a letto senza aver cenato. Cerchiamolo tra i poveri ragazzi che vendono quotidiani e che dormono avvolti nella carta del giornale di oggi. Cerchiamolo nel piccolo lustrascarpe che forse oggi ha guadagnato abbastanza da comprare un regalino per sua madre. (…). Quanto è triste la storia di questi bambini. Eppure Gesù, questa notte, si fa carico di tutto questo».

Dov’è Dio? Dio è con il più debole. Questo dovrebbe essere un assioma per ogni cristiano e cristiana che legge la Bibbia. E questo, naturalmente, significa che l’unità della Chiesa, se è veramente unità con Gesù, vuol dire essere dove Gesù è. Per Romero l’unità della Chiesa è vincolata all’unione con Gesù attraverso la solidarietà con i poveri. La missione del credente è essere dove Gesù è e, come Gesù, dare voce al grido dei sofferenti e dei diseredati. Parlare con e per Gesù, parlare dal posto di Gesù, è parlare dal posto dei diseredati e degli emarginati. 

LA CHIESA È DOVE È CRISTO

Come è noto, il motto episcopale di mons. Romero era: “Sentire cum Ecclesia”, pensare o sentire con la Chiesa. Una frase che è stata a volte utilizzata in maniera sciocca per confermare qualsiasi cosa dica la Chiesa attraverso i suoi esponenti. Significava invece qualcosa di molto diverso per l’arcivescovo Romero. Sentire cum Ecclesia è pensare da e con la prospettiva dei diseredati. Pensare a partire da dove è Gesù. Per dirla con James Alison, prestigioso intellettuale cattolico contemporaneo, è imparare ad avere l’intelligenza della vittima. Imparare a leggere e a vedere il mondo dal punto di vista di coloro che non hanno potere, perché questa è la prospettiva di Cristo.

Mons. Romero fu chiaro: questo sentire, questo pensare con il povero, questa profonda solidarietà con i diseredati, è più di un semplice programma di parte. Fu, naturalmente, accusato durante la sua vita, come lo furono molti teologi della Liberazione, di non aver proclamato la Buona Novella a tutti. Se la Chiesa ha un’opzione per i poveri, sicuramente ciò significa che ha un’opzione contro i ricchi. Ebbe parecchio da dire a riguardo (…) e su come paradossalmente l’opzione per i poveri (…) fosse un modo per restaurare la perduta unità. Ecco cosa diceva a tal proposito nel novembre 1979: «L’altro giorno è stato chiesto a una persona che proclama la liberazione in un senso politico quale fosse il significato della Chiesa. Ha risposto in questo modo scandaloso: “Ci sono due Chiese, la Chiesa dei ricchi e la Chiesa dei poveri. Noi crediamo nella Chiesa dei poveri e non in quella dei ricchi”. Chiaramente questa è demagogia e io non ammetterò mai questa divisione della Chiesa. C’è solo una Chiesa, la Chiesa che Gesù ha predicato, la Chiesa alla quale dobbiamo dare tutto il nostro cuore, perché coloro che si dicono cattolici e idolatrano la ricchezza e non hanno alcun desiderio di distaccarsene, questi non sono cristiani. (…).».

L’implicazione è assai chiara: una buona novella per il povero è una buona novella per il ricco. Il ricco non sentirà mai una buona novella che non sia anche una buona novella per il povero. Pensiamo per un momento a quanto spesso diamo per scontato che una buona notizia sia sempre una buona notizia per noi. Mons. Romero ci sfida a riconoscere che ascoltare la buona novella di Dio è ascoltare una buona novella per tutti, per il nostro prossimo, per lo straniero, per il povero, per colui o colei che non condivide immediatamente il nostro punto di vista.

Allora, se l’opzione per i poveri non è solo un programma di parte, se non si tratta di una Chiesa per i poveri contrapposta a una Chiesa dei ricchi, quali sono le implicazioni? (…).

Torniamo al punto di partenza: la Chiesa è dove è Cristo. Una Chiesa unita è una Chiesa unita a Gesù e non c’è speranza di unità al di fuori di questo. Ma, per essere unita a Cristo, la sua buona novella deve essere per tutti. Non è forse ciò che i Vangeli e il resto del Nuovo Testamento ripetono? Non è il messaggio degli angeli ai pastori? E questo deve significare che una buona novella per i poveri è una buona novella per tutti. Una buona notizia per i poveri è una promessa di giustizia per tutti. Giustizia per il povero e giustizia per il ricco. (…).

E questo ci conduce a una seconda riflessione. Il ricco, come l’arcivescovo Romero dice più di una volta, nella misura in cui non è disposto a rinunciare ai propri privilegi, è imprigionato; ha bisogno di liberazione. La buona novella, per costoro, è quella che spazza via la paura, l’ansia e la violenza che accompagnano il possesso. E non c’è bisogno di un teologo per sapere che le profonde diseguaglianze di ricchezza e potere in qualsiasi società sono perenne fonte di paura, ansia e violenza. (…).

Una sicurezza vera e duratura in questo contesto non dipende dalla nostra illimitata capacità di difendere noi stessi e i nostri interessi, ma da una sorta di spoliazione, una specie di lasciar andare, come Dio dice nei vangeli: salviamo le nostre vite perdendole. E questo significa, nel contesto di molte delle cose che l’arcivescovo Romero ha detto, che la relazione ideale tra le persone in una società è quella in cui puoi, con fiducia, lasciare agli altri la responsabilità di te, così come tu ti fai carico di loro. Quando sai che gli altri sono appassionatamente preoccupati per i tuoi interessi come tu sei appassionatamente preoccupato per i loro, diventerai sempre più intollerante rispetto ai vari modi in cui viene scavato il fossato tra ricchi e poveri, sempre più intollerante rispetto al modo in cui noi, io, proteggiamo noi stessi, me stesso, dal rischio della vita (…).

Il Nuovo Testamento ci offre un modello di società umana in cui ognuno si fa carico dell’altro, e tutti si fanno carico di ciascuno. (…). Questa è la visione che ha animato la vita e la morte di mons. Romero.(…).

Imparando a lasciar andare, imparando a condividere la responsabilità di coloro che sono nel bisogno, il ricco e il potente sono evangelizzati e liberati. (…). Ascoltano la buona novella e sono liberi dalla loro prigione.

Tutto ciò per spiegare cosa significa il fatto che la Chiesa è una se è unita a Cristo, il Cristo bisognoso e vulnerabile, e che c’è una buona novella per tutto il popolo di Dio. (…). E, per Romero, l’unità sacramentale della Chiesa, una Chiesa riunita presso l’altare, era sia il segno di questa assunzione di responsabilità che fonte di grazia e forza per perseguire questa visione di società umana. Perché alla Messa veniamo tutti come affamati e bisognosi e il nostro bisogno è soddisfatto insieme, e abbiamo tutti nell’eucarestia la libertà e la capacità di alimentare l’altro e di assumerci la responsabilità dell’altro.

Nel marzo del 1979, Romero scriveva: «Quando arriviamo a Messa la domenica, adempiamo all’alleanza che Dio ha stabilito. Ogni Messa è la realizzazione del patto che ci conduce a fare esperienza di Dio come dell’unico vero Dio. Prima di ciò dobbiamo distruggere tutti gli idoli che vogliono prendere il suo posto, idoli che si vogliono radicare nei nostri cuori o nei cuori degli altri: l’idolo del potere, della ricchezza e dell’opulenza, l’idolo del possesso di qualcosa che ci aliena da Dio. La domenica deve essere per noi occasione per rinnovare il nostro patto con Dio».

Così l’eucarestia è sia segno che strumento dell’unità. L’eucarestia diventa sia il segno della nostra speranza, il simbolo della nostra speranza, che lo strumento, la forza, grazie a cui la realizziamo.

LE IMPLICAZIONI PER L’ECUMENISMO

Così, a partire da questa prospettiva dell’unità della Chiesa (…), cosa possiamo dire del futuro ecumenico?

Mons. Romero ha detto ben poco a riguardo: aveva ben altro in testa! Ma ci sono implicazioni reali in tutto ciò per il modo in cui ci poniamo di fronte alla missione, alla preghiera e alla visione ecumeniche. Romero ci mette di fronte a una domanda profondamente impegnativa e stimolante sull’ecumenismo: possiamo concepire di nuovo la nostra visione dell’unità alla luce della sua concezione dell’unità con Cristo? Cerchiamo solo l’unità delle Chiese, una qualche fusione di vari tipi di vita istituzionale, o l’unità con Cristo?

La visione ecumenica sembra e suona assai diversa se cominciamo dicendo che preghiamo e speriamo di essere uniti a Gesù Cristo. E con ciò, e attraverso ciò, di essere uniti uno all’altro. E di essere uniti con Cristo nel suo proclamare e incarnare la buona novella per i poveri. Chiaramente ciò può essere frainteso. Potrebbe far pensare, per esempio, che l’ecumenismo inteso in questo senso significhi che le chiese dovrebbero riunirsi intorno a progetti sociali e politici, anziché intorno a formule dottrinali. Ma vorrebbe dire solo sostituire un tipo di formalità con un’altra. 

È possibile capire di più al riguardo se guardiamo all’esperienza e alla testimonianza della Chiesa attuale in contesti di profonda ingiustizia o di sofferenza e terrore. Nella nostra epoca, in cui immagini terribili di dolore e di ingiustizia sono così vivide e così quotidiane, per così tanti fratelli e sorelle cristiani/e nel mondo (…), abbiamo bisogno di guardare a cosa l’unità della Chiesa significa in Iraq o in Colombia, in Nigeria o in Sud Sudan. Di guardare a come queste Chiese scoprono cosa significa essere le une con le altre così come sono con il più debole. Di parlare con e per il debole. Di essere la sola voce di Cristo con e per il sofferente. In questo modo dichiarando la voce di Cristo come voce del povero, e pronunciando anche una parola di giudizio sulla tirannia, l’ingiustizia e la brutalità. 

Alla fine di luglio ho avuto il privilegio di visitare il Sud Sudan a nome di Christian Aid. E (…) quando ho ascoltato la voce dei pastori, che, in una tavola rotonda a Juba, parlavano della loro missione, mi è diventato chiaro che stavano scoprendo l’unità nel senso indicato dall’arcivescovo Romero. Non una coalizione intorno a un programma politico o dottrinale, ma l’unità della passione per il benessere di tutti coloro che soffrono così atrocemente in questa guerra civile che ha provocato la morte di migliaia e migliaia di persone negli ultimi 12 mesi. (…). Sapevano che nessun altro gruppo si sarebbe assunto la responsabilità di coloro che non hanno voce, dei più deboli. Sapevano (…) che non avevano altra possibilità che parlare assieme, uniti dalla passione per i più deboli. E sapevano che questo era quello che avrebbero dovuto dire ai negoziati in stallo tra le fazioni in guerra. Si stavano assumendo la responsabilità. (…). Stavano riconoscendo di aver scoperto l’unità nell’essere dove Cristo è, con le persone più vulnerabili (…).

Possiamo trovare altri esempi drammatici in molte parti del mondo. Non solo in Sud Sudan ma in Medio Oriente e in molte altre zone dell’Africa. Sappiamo anche, ma in maniera molto più prosaica, che, nelle nostre città, parlare con una voce al fianco/ per/con i deboli è uno dei principali fattori di rinnovamento della visione cristiana. (…).

Siamo molto, molto lontani dai rischi che si trovò a fronteggiare Romero o dai rischi che corrono i pastori in Sud Sudan. Tutto ciò che rischiamo è qualche editoriale ostile sui giornali, o qualche osservazione sprezzante da parte del Parlamento. E questo è niente come martirio! Ma la questione resta la stessa: la scoperta del Cristo che esorta e che grida, del Cristo che fa propria la voce dei senza voce. Nella scoperta di questo Cristo scopriamo l’unità. Scopriamo dove dobbiamo essere, come essere uniti con Cristo, cosa questo significa per noi in pratica. 

E in qualsiasi contesto ci troviamo, dobbiamo sempre ricordare che ciò di cui stiamo parlando è la giustizia per tutti. (…). Non stiamo parlando di rovesciare la piramide in modo che qualcun altro stia in cima. Stiamo parlando di quella profonda, difficile reciprocità che io chiamo fiducia che gli altri siano lì per te. Che tu sia lì per loro. E questo è un promemoria per ricordarci che la parola “giustizia” nella Bibbia significa qualcosa di più che assicurarsi che tutti abbiano ciò che meritano (…). Giustizia nella Bibbia non è punizione o ribaltamento, ma relazione sanata e giusto allineamento. È essere in sintonia con (…) gli scopi di Dio. È la restaurazione di quella pace attiva che nelle Scritture fa coppia fissa con la giustizia.

Giustizia per tutti è una questione di relazione, e quindi riguarda quella mutua responsabilità di cui ho parlato. Giustizia per tutti è giusto riallineamento di tutti, così che ognuno sia lanciato lungo la linea della volontà di Dio, e la volontà di Dio è sempre per il bene del prossimo. Cosicché, quando il ricco e il potente rifiutano la giustizia per i poveri, ciò che rifiutano è la vita per se stessi. Coloro che cercano di proteggere se stessi dalle rivendicazioni delle persone più vulnerabili stanno dicendo no alla vita che porta con sé la relazione sanata e il giusto riallineamento. E questo ci potrebbe suggerire che, nella misura in cui noi come comunità cristiane rifiutiamo le occasioni di unità che ci si presentano, anche noi corriamo il rischio di rifiutare la vita.

Ed è per questo che guardo a mons. Romero non solo come a un maestro e a un martire, un testimone della giustizia per i poveri, ma come a un maestro che ha avuto qualcosa di cruciale, di vitale da dirci su cosa e chi siamo come Chiesa, come Chiese che cercano di essere più pienamente unite. E la questione che ci pone di fronte è: se siamo veramente uniti solo quando siamo più profondamente uniti con Gesù, allora c’è un solo posto da cui iniziare il nostro cammino verso l’unità, e questo consiste nell’imparare a essere uniti alla sofferenza, al bisogno e a quanti si trovano maggiormente in pericolo e in caso andare e condividere i rischi che corrono.

Niente di tutto questo vuol dire che dobbiamo cancellare ogni nostro interesse e ogni nostra preoccupazione per la dottrina, per i sacramenti e per la disciplina e andare semplicemente alla ricerca di buone cause da sostenere insieme. Perché niente di tutto questo avrebbe senso senza i nostri impegni dottrinali e sacramentali. Il Cristo che è lì con e nel povero non è solo un grande maestro umano, ma il Figlio incarnato di Dio, il Signore Onnipotente, che si ammanta della nostra povertà così che noi possiamo essere ammantati della sua divina ricchezza. (…). E se Gesù fosse solo un grande uomo buono, allora l’eucarestia non avrebbe senso, se non come una vagamente malinconica commemorazione di una delle innumerevoli tragedie della storia (…).

L’eucarestia, in quanto luogo in cui la vera vita del Figlio incarnato di Dio ci è donata, è il luogo in cui la nostra responsabilità per l’altro è rinnovata e approfondita, e fondata su basi nuove. Questo è ciò che dà senso agli impegni che prendiamo. Questi impegni sono il fondamento dell’intera visione e sono teologicamente importanti perché sono base e ispirazione della visione di solidarietà con il povero.

UNA SOLA CHIESA

Questo è il punto: dobbiamo riscoprire molti dei nostri impegni teologici e delle nostre preoccupazioni teologiche attraverso quest’esperienza di identificazione con il povero e di solidarietà con il bisognoso. (…). Se diciamo che questa o quella convinzione ha importanza, dobbiamo capire perché ha importanza esattamente in relazione a come si impara a essere uniti a Gesù, e a come si impara a essere dove Cristo è. (…). Per trovare insieme il modo in cui le nostre convinzioni e i nostri impegni teologici possano costituire la forza motrice in grado di condurci più vicino a dove Gesù è (…). Di ogni pratica, di ogni dottrina, dobbiamo chiederci se ci unisce o meno a Gesù (…). Le nostre discussioni sulle diverse discipline teologiche devono portarci a chiederci come questo o quell’aspetto della nostra teologia serve e chiarisce la nostra risposta al compito di essere con Gesù in solidarietà con il debole.

E infine questo può aiutarci a comprendere cosa significa dire che Dio ci chiama a combattere la povertà e allo stesso tempo ci chiama alla povertà di spirito. Mons. Romero scriveva nel febbraio del 1980: «La povertà è un atteggiamento cristiano, una spiritualità, l’apertura dell’anima a Dio. È per questo motivo che Puebla ha stabilito che i poveri sono la speranza dell’America Latina. Sono la speranza dell’America Latina perché sono i più aperti a ricevere i doni di Dio. Gesù lo ha detto con grande emozione: «Beati i poveri perché loro è il Regno dei Cieli». Voi siete i più capaci a comprendere ciò che non capiscono quanti si inginocchiano davanti ai falsi idoli. Voi, che non avete questi idoli, voi che non riponete in questi falsi idoli la vostra fiducia, perché non avete né denaro né potere, voi che siete stati spogliati di tutto, voi sapete che più poveri si è e più il Regno dei Cieli sarà vostro (…). La povertà che Gesù santifica non è una semplice povertà materiale, non è il non avere nulla (…). È una povertà che risveglia la coscienza, una povertà che accetta la croce e il sacrificio, ma non per accondiscendenza, bensì perché sa che è la volontà di Dio. Quindi diventiamo santi nella misura in cui facciamo della povertà una parte della nostra spiritualità e nella misura in cui ci consegniamo al Signore e mostriamo la nostra apertura a Dio».

Parlare di chiamata alla povertà spirituale nella Chiesa si è spesso e tristemente tradotto in un elogio della passività e nell’accettazione dello status quo. Romero porta tutto questo a un livello molto diverso. Essere spiritualmente poveri è essere liberi dall’idolatria. E pensiamo a quante volte torna su questo tema. Essere spiritualmente poveri è essere liberi dall’idolatria (…). Quando, per circostanze fortuite o per nostra scelta, arriviamo a un punto in cui non ci sono più idoli, allora la trasformazione ha inizio. È allora che qualcosa ci rende capaci, come mai prima, di assumerci la responsabilità dell’altro, di essere lì per il nostro prossimo.

Così il futuro ecumenico alla luce della vita e della morte dell’arcivescovo Romero, delle sue preghiere e della sua testimonianza, diventa un futuro in cui (…) cerchiamo di aiutarci a vicenda verso l’unità con Gesù nella convinzione che è in quel momento che iniziamo il viaggio degli uni verso gli altri.

L’arcivescovo Romero credeva fermamente, come abbiamo visto, che c’è una sola Chiesa; la Chiesa di coloro che sono dove Gesù è, di coloro che parlano con la sua voce. E quando tendiamo a essere ansiosi o cinici, finanche a disperare, rispetto alla possibilità che le Chiese possano mai essere una, è di aiuto ricordare che Gesù è già ed eternamente uno, che il suo corpo è uno, che la sua buona novella è una, e che siamo in cammino, zoppicanti, verso ciò che è già realtà in lui.

Perché, ciò che conta nella Chiesa, e ogni santo e martire concorderebbe, non è ciò che otteniamo ma ciò che Dio ha dato, dà e darà. E a quel Dio che ha dato, dà e darà grande grazia attraverso la vita e la morte di Oscar Romero, noi rendiamo grazie. 

Fonte: Adista Documenti n. 4/2015

 

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