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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 20,1-17)

Il brano contiene i dieci comandamenti e da ragazzi, ridotto in dieci punti sintetici, lo imparammo a memoria per la prima comunione. I comandamenti sono presentati come guida per determinare la condizione o meno di peccatore. La trasgressione, in forma grave o leggera, di uno più di questi precetti costituisce la materia propria del peccato.

Essi sono Il segnale del patto, dell’Alleanza con Dio. La loro osservanza o meno qualifica il grado e la consistenza qualitativa dell’uomo giusto o, al contrario, dell’iniquo, dell’impuro, che sarà escluso dal regno di Dio con l’arrivo del Messia.

Essi furono dati sul monte Sinai, dopo il poderoso intervento di Dio che liberò il popolo dalla schiavitù dell’Egitto. Indicò agli ebrei il cammino nel deserto verso la terra promessa, metaforicamente “terra di latte e miele”, in modo che, liberati dall’oppressione, dalla schiavitù e dalla condizione disumana, lontani dalla terra della sofferenza e del male, possano vivere da persone libere, organizzando la convivenza fraterna, responsabile e solidale nella pratica del diritto e della giustizia.

L’evento della liberazione è il fondamento e la condizione per capire ed accogliere l’Alleanza: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile. Non avrai altri dei di fronte a me”. Il popolo non dovrà mai dimenticare quello che Dio ha fatto a suo favore in quella circostanza, sarebbe come togliere il fondamento della propria identità quale popolo eletto.

Dio ha scelto il suo popolo e ha operato in quel modo per amore gratuito, senza seconde intenzioni, in vista della salvezza definitiva e solida iniziata con la liberazione dall’Egitto. Il popolo da lui scelto non è che avesse caratteristiche speciali per essere eletto, al contrario, era un popolo piccolo e insignificante. Perciò risalta, con maggiore nitidezza, l’amore gratuito quale motivo di tutto ciò che Dio ha fatto. Fuori da tali riferimenti non si percepisce la portata e la profondità del senso dell’Alleanza.

Pertanto, l’esigenza posta da Dio: "Non avrai altri dèi fuori di me”, più che manifestazione di gelosia – anche se affermata, esplicitamente, “sono un Dio geloso” – è un richiamo per non dimenticare e abbandonare il fondamento del patto. Mai c’è stato, e mai ci sarà, un Dio che si è comportato e ha fatto quelle grandi cose in loro favore.

Viene insegnato che trasgredire i comandamenti – i termini dell’alleanza – è peccato e, conseguentemente, si diventa meritevoli dell’inferno. Nel caso contrario, ossia osservandoli, si insegna che avremo in premio il paradiso. Pertanto, fuori dall’ambito dell’amore, l’Alleanza è diventata una semplice norma di comportamento e un patto di scambio: io rispetto la tua volontà e tu mi retribuisci con il premio o, al contrario, con il castigo.

Cosicché tale dimenticanza, o la disattenzione, ha introdotto un elemento di grande fragilità nell’Alleanza stessa, per quanto riguarda gli uomini. Perché compiere per compiere, pur nell’attesa della ricompensa, non assicura con forza né motiva sufficientemente il rispetto dell’Alleanza, se non nei termini della convenienza o della paura del castigo; ma non per amore, come risposta all’amore di Dio per tutti.

È ciò che è successo lungo il cammino nel deserto e anche dopo l’entrata nella terra promessa. Tutto l’Antico Testamento racconta l’infedeltà del popolo e, al contrario, della fedeltà di Dio all’Alleanza. Cos’è che ha fatto la differenza?

Dio agisce per amore, perché è Amore, ed opera conformemente alla sua essenza; il popolo non ha capito, non crede, svalorizza o rimane indifferente a tale amore, pur essendone beneficiato. Non ritorna a Dio l’amore con il quale fu, e continua, ad essere amato.

E allora, come rapportarsi con i comandamenti? Ebbene, essi sono topici, punti di riferimento e di verifica dell’autenticità e della verità dell’amore verso chi per primo ci ha amato, e continua ad amarci; l’osservanza, o meno, manifesta la qualità dell’amore di chi crede. Tale risposta include allo stesso tempo Dio, le persone che incontriamo giornalmente e l’umanità intera.

Infatti, primi tre riguardano il rapporto con Dio e gli altri con il prossimo.

La sintesi di tutti i comandamenti è in quella traduzione ebraica cui ho fatto vari riferimenti nel passato: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutto il tuo essere, e lo amerai per il tuo prossimo come per te stesso”

Preso atto della debolezza e dell’inconsistenza del popolo nel rispetto all’Alleanza, per i motivi detti sopra, Dio opta per l’intervento radicale, ultimo e definitivo, al quale si riferisce Paolo nella seconda lettura.

 

2a lettura (1Cor 1,22-25)

 

Nel Nuovo testamento l’Alleanza è stabilita sulla croce. “Sangue della nuova ed eterna Alleanza” recita il sacerdote durante la consacrazione del calice, e il segno è l’amore incondizionato che si consegna nella radicale solitudine e nell’incomprensione di tutti. Per l’evento pasquale la liberazione e la salvezza sono ottenute, mediante la fede, nell’avvenimento della croce, cui la risurrezione è intimamente e indissolubilmente legata. Per la croce si entra nel cuore, nel mistero di Dio e si fa esperienza della sua sapienza.

In virtù di tale evento, “Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio” e, come tale, è presentato nella predicazione di Paolo. Qui l'apostolo si scontra con la comprensione degli uditori riguardo al potere e alla sapienza di Dio, ben diversa dalla sua. Infatti costoro pensano al potere divino in termini di miracoli, di gesti ammirevoli e sorprendenti; in altre parole, Dio può tutto, quindi può fare tutto, guarire e risolvere situazioni e casi impossibili. La sapienza riguarda, invece, la facoltà dell’intelligenza che penetra profondamente il mistero della vita, conduce all’esperienza del rapporto personale con il Signore e i fratelli, così profonda da lasciare sorpresi e stupiti.

Poiché sono attribuite a Dio l’onnipotenza e l’onniscienza, gli uomini proiettano su di lui le proprie attese, affinché manifesti la sua presenza e la sua azione nel fare miracoli e nella conoscenza. Infatti, Paolo afferma: “i Giudei chiedono segni – miracoli – e i Greci cercano sapienza”. Per loro sono segnali inconfondibili e irrefutabili del potere e della condizione divina di chi si presenti come tale.

Paolo propone, invece, una terza via, che sorpassa le altre due: "noi invece annunciamo Cristo crocefisso”. Sa benissimo che per i Giudei è una bestemmia e per i Greci un assurdo – "scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” -. Nonostante tutto, si mantiene ben fermo e argomenterà con intelligenza fuori del comune, come dimostra nei suoi scritti, e in alcuni casi manifesterà il potere nella concordanza fra parola e azione.

In Cristo, il potere di Dio – la sua divinità -, si manifesta nell’accogliere ogni essere umano, indipendentemente dalla sua condizione di peccato, di persona corrotta, sviata, frammentata, divisa, ecc. La sapienza consiste nel trasmettergli l’opportunità e le condizioni per rialzarsi, per uscire dal vicolo cieco e per ricominciare una nuova vita, totalmente rigenerata.

Si tratta del potere e della sapienza dell’amore, o meglio dell’esercizio della carità. In Cristo si attualizzano questi due aspetti e Paolo ne fece esperienza diretta, nella sorprendente conversione alle porte della città di Damasco, che innescò in lui un processo di comprensione, di crescita, di dedicazione e di lotta molto audace e coraggioso. Restò così scosso e frastornato che, per tre giorni, rimase senza capire niente, fino a che fu battezzato da Anania e capì di entrare in un nuovo ambito, totalmente trasformato nelle sue convinzioni su Dio.

Sorge in lui una nuova coscienza, come un nuovo essere, in virtù della quale afferma con fermezza, audacia e senso di ironia: “ciò che è stoltezza di Dio è più forte e sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”.

Conseguentemente, il divino va ricercato nell’amore/carità in cui egli si sente amato e continua ad amare (Gal 2,20), non nei miracoli e nella singolarissima intelligenza e capacità argomentativa della sua persona (anche se questi due aspetti non sono da escludere) e, di fatto, sono integrati nell’insieme della realtà dell’amore rigenerativo.

Gesù stesso aveva messo in risalto tale pericolo quando affermò: “In quel giorno molti mi diranno ‘Signore, Signore, non abbiamo forse profetato in tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demoni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?’. Ma allora io dichiarerò loro: ‘Non vi ho conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità” ( Mt 7,22-23).

Ritornare al Gesù dei miracoli, ricercare in Lui una sapienza fuori dal contesto della specifica missione del regno di Dio a Lui affidata, comporta il ridurre l’evento nello schema delle attese dei giudei e dei greci, ovvero significa non avere capito o, coscientemente voler distorcere, la sua vera identità e missione.

Il vangelo mette in guardia da tale pericolo.

 

Vangelo (Gv 2,13-25)

 

“Quando poi fu risuscitato dai morti, i discepoli si ricordarono che aveva detto…”. È il ragionamento con il senno di poi, illuminato dall’evento centrale della vita di Gesù, che permette di capire quello che era incomprensibile, come il gesto che il vangelo riporta.

Gesù stesso deve aver richiamato la frase della Scrittura, nel dare una spiegazione per ciò che aveva appena fatto: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”. Lo zelo è l’attenzione, la sollecitudine e la dedizione nel compiere autenticamente la missione. La casa, in questo frangente, si riferisce non solo al tempio ma al popolo di Dio. In effetti, il popolo è la casa di Dio, lo spazio in cui dimora per la pratica del diritto e della giustizia, manifestazione dell’amore e dell’attenzione di Dio per la sua opera.

Per Gesù, l’aver percepito l’ambiguità nel fare “della casa del Padre mio un mercato” era qualcosa di insopportabile. Ritengo che si riferisse non solo al commercio di animali, necessario per il culto, e il cambio della moneta per offrire la decima (dato che il denaro straniero era considerato impuro), ma anche all’impostazione della teologia del merito in ordine alla salvezza, caratterizzata nello scambio: compio rigorosamente la precettistica della legge e, in cambio, acquisisco meriti che garantiscono la salvezza.

Così oggi, fare dell’umanità – la casa di Dio – il luogo del commercio corrotto, sfruttatore, oggetto della speculazione finanziaria da parte di persone e lobby senza scrupoli per l’avidità del denaro, deve essere sempre più insopportabile a Dio stesso. Il Papa ha stigmatizzato con lucidità questo comportamento, affermando che questa economia uccide.

Sorge la domanda: In che consisterebbe l’equivalente al gesto di Gesù? Chi avrebbe l’autorità, la determinazione e la forza di un gesto così traumatico e sorprendente come quello di dire: “Basta, così non può continuare!”? È possibile rovesciare i tavoli dell’economia omicida, della prepotenza e arroganza politica, delle discriminazioni culturali, sociali e religiose?

Purtroppo, nella pastorale ordinaria si è tornati, da un lato, alla pratica religiosa segnata dalla ricerca del miracolo e alle devozioni; dall’altro lato, alle colti disquisizioni teologiche, ma si è quasi spento il profetismo, soprattutto da parte di chi dovrebbe sostenerlo, ossia i vescovi e la gerarchia in generale. Il Papa sta dando una scossa in tale direzione, ma da chi sarà accolto e imitato tale “zelo per la casa” del Signore, oltre alle scontate parole di consenso?

L’azione e l’ardire sconcertante di Gesù suscitarono, e non poteva essere altrimenti, una forte reazione, giacché solo il Messia, l’inviato da Dio, ha l’autorità di compiere simili gesti; infatti, “Allora i Giudei presero la parola e gli dissero ‘Quale segno ci mostri per fare queste cose?’”.

La risposta non fu per niente convincente, anzi li lasciò ancora più sconcertati: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Avranno pensato che fosse un pazzo, e anche gli apostoli non capirono; infatti l’evangelista riferisce che “Quando fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”.

L’affermazione di Gesù è radicale sino all’estremo. In un passaggio dei vangeli, affermando che, dalla distruzione del tempio non sarebbe rimasta pietra su pietra, intende dire che la separazione di una pietra dall’altra sarà talmente radicale che non sarà possibile ricomporre quel che c’era prima, ossia, tornare indietro.

Così l’evento pasquale è un punto di non ritorno, non tanto per Dio che sempre fu, è e sarà fedele, ma per coloro che, per mezzo della fede, sperimentano gli effetti della morte e risurrezione. “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5), ossia, le cose antiche restano nel passato. Il cristiano ha il punto di partenza e la sua identità negli effetti del dono, e l’arrivo nella pienezza di vita insita nello stesso dono.

Perciò Gesù, pur continuando a fare prodigi per manifestare autorità e competenza rispetto a quello che insegnava e proponeva, tiene in poca considerazione coloro che "… vedendo i segni che compiva, credettero nel suo nome”. Non si fidava di loro perché “Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo”.

Solo la conversione generata dalla legge dell’amore – sintesi del decalogo – fino al dono della vita, come Lui stesso stava dimostrando con la sua persona, ed il coinvolgimento nei suoi effetti, potranno produrre la fermezza e la consistenza che i miracoli mai potranno trasmettere.

 

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