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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Cr 36,14-16. 19-23)

Il testo è una lettura teologica retrospettiva della storia. Si tratta del giudizio globale sulla storia d’Israele, affinché i destinatari capiscano i motivi e il significato di quel che è successo ai loro padri e imparino a discernere quel che devono fare o evitare. È noto che l’esperienza analizzata e valutata è fonte di sapienza.

Nella prima parte del testo risalta l’infedeltà del popolo all’Alleanza: “… tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà”. Lo fecero coscientemente. “imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato a Gerusalemme” e, con determinazione e lucidità, “si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzando le sue parole e schernirono i suoi profeti”.

Cos’era successo? Non si conosce perché agirono in tal modo e quali fattori determinarono tale comportamento. Il testo riporta solamente che la cosa divenne insopportabile a Dio, “al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio”.

Il loro comportamento divenne ancora più sorprendente e inspiegabile per il fatto che Dio si prodigò, e fece l’impossibile, per convincere tutti loro a ritornare al rispetto dell’Alleanza; infatti, “mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora”. Ma tutto fu vano.

Il motivo di tanta insistenza e sollecitudine da parte di Dio è la compassione. Dio percepisce che il popolo e i suoi capi vanno incontro a conseguenze disastrose, ben lontane da ogni immaginazione, tanto si è rinchiuso nella propria auto-sufficienza e sicurezza.

Si comprende la sofferenza di Dio al riguardo. Essa è come quella di un padre di famiglia il cui figlio dà attenzione e rifiuta parole e consigli, tanto è determinato e sicuro nel proprio cammino che, inevitabilmente, lo porterà al precipizio.

La disgrazia del figlio è allo stesso tempo disgrazia del padre. Sicuramente il padre sarebbe disposto a farsi carico di essa, se ciò bastasse a evitare le conseguenze cui va incontro il figlio. Ecco, allora, il manifestarsi della compassione, sentimento proprio di chi soffre, come se le sue viscere si contorcessero.

Nel suo grande amore, Dio si mostra disposto a passar sopra alla disubbidienza, al menefreghismo e al non accogliere né rispettare le esigenze dell’Alleanza, ma le cose non cambiano più di tanto, poiché il popolo è testardo nel suo cammino. L’unica cosa che gli rimane da fare è manifestare la sua delusione e il rammarico per questa chiusura e non prestare attenzione all’imminente disgrazia, cosicché “l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio”.

Di conseguenza, l’abominio della desolazione si abbatté sul popolo con l’invasione di Nabucodonosor, con la distruzione di Gerusalemme, la profanazione del tempio e la deportazione del popolo in esilio a Babilonia.

Lo sconcerto del popolo e delle autorità fu enorme, devastante psicologicamente e religiosamente, ma ormai era troppo tardi per ravvedersi e porre rimedio.

La compassione di Dio diventa misericordia – il suo cuore s’inclina sul popolo sofferente per riscattarlo – e, dopo i settanta anni previsti dal profeta Geremia, essa si fa presente ed operante con l’ascesa al trono di Ciro, un re pagano che diventa mediatore della misericordia di Dio a loro favore, stabilendo la fine dell’esilio e il ritorno alla terra promessa.

È il secondo Esodo: “Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”. Purtroppo, tornato alla terra promessa, dopo poco tempo, il popolo e le autorità continueranno nella loro infedeltà all’alleanza. A nulla sembra valsa l’amara esperienza.

Dio interverrà in modo ancora più radicale con la vicenda del Figlio. San Paolo ne coglie gli effetti e l’importanza, non solo per se stesso ma per tutta l’umanità, come argomenta nella seconda lettura.

 

2a lettura (Ef 2,4-10)

 

“Ricco in misericordia” è uno degli attributi di Dio, aspetto tipico della carità. Essa attiva la sua azione e presenza riguardo al logoramento personale, alle pessime condizioni della vita umana, psicologica, morale, spirituale e sociale, derivanti dal peccato e causato dall’allontanamento irresponsabile alla pratica della nuova ed eterna Alleanza, stabilita con la morte e risurrezione di Gesù.

Si ripete l’esilio e il dramma cui si riferisce la prima lettura, nel senso della perdita o impoverimento della propria identità personale e sociale, con conseguenze devastanti e drammatiche a livello personale e sociale.

La misericordia è donata gratuitamente e il suo effetto è la salvezza; infatti Paolo scrive: “per grazia siete salvati!”. È un’affermazione categorica che riguarda la nuova condizione di chi accoglie, con fiducia, gli effetti della morte e risurrezione di Gesù a suo favore. L’efficacia dell’accogliere con fede è correlato al percepirsi “crocefisso con Cristo” (Gal 2,19), che sulla croce fa saltare ogni sistema – semplice o complesso che sia -, ogni organizzazione individuale o sociale, ogni metodo o modo di procedere incapace di indicare cammini di speranza e di vita (Ger 29,11).

Pertanto, l’effetto della salvezza parte dal percepire che in Cristo, crocifissi con lui, Dio “ci ha risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli". Sorprendentemente, e con stupore, i credenti sono già con Cristo nella gloria del Padre; l’accettazione, e la fiducia, nell’effetto del dono realizzano con Cristo, e in Cristo, un’unione intima e profonda, come quella che lega l’amante e l’amata uniti nell’amore.

Ecco, allora, “il grande amore con il quale ci ha amato”, non solo per aver consegnato il Figlio, ma ancor più per la radicale gratuità del dono concesso a noi, "morti che eravamo per le colpe”. Pertanto, autorità e popolo non avevano la minima condizione per comprendere e apprezzare quel che stava accadendo, in loro, con la consegna del Figlio. Paradossalmente, Dio stava accogliendo loro come giusti, nello stesso momento e con lo stesso atto del loro ripudio radicale nei confronti di Gesù. Così Dio agisce e completa il suo progetto di amore.

L’aver accolto, e creduto, nella portata del dono, ha suscitato nei credenti una trasformazione radicale, facendoli passare dal considerare Gesù "maledetto da Dio" – così era ritenuto ogni crocefisso – a "salvatore dell’umanità" “e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio”.

Il dono è per tutti indistintamente. È riconosciuto come tale, e diviene efficace, quando è accolto nel cuore e nella mente di ogni persona alla ricerca della verità, umilmente cosciente dei propri limiti e del retto comportamento con se stesso, con gli altri e l’ambiente. Il dono prende forma, consistenza e solidità nell’impegno per la causa del regno, per una società più giusta e umana, a favore della vita in abbondanza per tutti.

Conseguentemente, la sua efficacia rivela un doppio movimento: da un lato l’azione di Dio e dall’altro l’accoglienza e il consenso del destinatario. La fede rende coscienti di questo doppio movimento, in virtù del quale si fa presente la salvezza. Il risultato è la trasformazione interiore, e Paolo dà testimonianza di essa quando afferma di se stesso: “E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nel Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal2,20).

In tal modo si rende evidente che la salvezza “non viene dalle opere”, non è il premio dovuto per il corretto comportamento in conformità alle esigenze dell’alleanza, fra l’altro impossibile da sostenere integralmente e permanentemente; se così fosse, sarebbe frutto delle nostre mani e susciterebbe l’orgoglio dal quale Paolo mette in guardia, “perché nessuno possa vantarsene”.

Accolto, il dono ha una forza rigeneratrice della persona. La rigenerazione è come una seconda e definitiva nascita, in virtù della quale Paolo afferma: “Siamo infatti opera sua, creati in Gesù Cristo”. La nuova nascita in Cristo, il camminare con Cristo, abilita e rende capaci di compiere le opere conseguenti. Pertanto, le opere sono, per fare un esempio, come la cartina di tornasole che manifesta il grado del farsi della salvezza. Non è per le opere buone che siamo salvi, ma la salvezza si manifesta, comunque, nelle buone opere.

Più la salvezza è vissuta profondamente, più le opere sono in sintonia con le esigenze della nuova ed eterna alleanza. Il punto più alto di essa si manifesta nel fare il bene a quelli che ci odiano o, addirittura, nell’amore per i nemici, perché "per le opere buone Dio ha preparato perché in essa camminassimo”.

Il vangelo riprende lo stesso tema.

 

Vangelo (Gv 3,14-21)

 

Gesù fa riferimento al serpente di bronzo infisso sull’asta nel deserto per ordine di Mosè. Dopo la morsicatura di serpenti velenosi, chi rivolge lo sguardo al serpente di bronzo è salvo. È nel deserto, luogo di tentazioni e di prove ardue, che il popolo fu provato nella fede, ritenendo che Dio lo avesse abbandonato.

Questo dubbio divenne sfiducia sulla sua presenza riguardo al camminare con loro e li fece dubitare del compimento della promessa. Nella considerazione generale del popolo fu come se tutto fosse stato un inganno per farli morire nel deserto: si sentì abbandonato in mezzo al deserto, senza futuro, senza speranza e senza mezzi di sopravvivenza. Il destino fu percepito come morte certa.

Gesù, riprendendo il fatto, disse: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque creda in lui abbia la vita eterna”. Tutti noi, per diversi motivi e circostanze, attraversiamo momenti molto difficili nei quali non c’è niente che vada per il verso giusto; si configura nel mondo interiore la sensazione di essere come nel deserto e nella solitudine, isolati da tutto e da tutti.

Ecco allora il morso velenoso della sfiducia e si ripropone il dramma di allora. È il morso che suscita scoraggiamento e demotivazione; trasmette il vuoto, il non senso e la coscienza di camminare senza alcuna meta chiara e precisa. Non potendo uscire da questa situazione, tutto si oscura, al punto da abbandonare l’Alleanza e sì è preda, addirittura, di pratiche auto distruttrici.

L’uscita, il siero antiveleno, consiste nel rivolgere lo sguardo a Gesù Crocefisso. Non si tratta di guardare per guardare, ma di considerare che la croce è il punto alto e la forma più radicale dell’esperienza, nella quale tutti siamo coinvolti.

Gesù è come nel deserto, giacché tutti l’hanno abbandonato. Il popolo è assente, nonostante i benefici, miracoli e segni sorprendenti. Dei discepoli, uno lo tradì, l’altro lo rinnegò e tutti fuggirono. Addirittura, la presenza del Padre venne meno per la forza e il potere del peccato assunto da Gesù sulle proprie spalle, il cui effetto fu l’allontanamento dal Padre per un verso, e il renderlo completamente irriconoscibile agli occhi di lo aveva seguito. Infatti, “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi (…) come uno davanti al quale ci si copre la faccia” (Is 53,2-3).

In queste condizioni, umanamente pesantissime, sull’orlo della disperazione, Gesù ebbe un comportamento esemplare sotto tutti i punti di vista: credette in se stesso, nella sua identità e nella sua missione. Possiamo dire che bevve dal proprio pozzo, il pozzo dell’amore all’umanità, che fa sgorgare “dal suo grembo fiumi di acqua viva” (Gv 7,37).

Non ebbe sfiducia nella promessa del Padre, nella certezza che, in ogni caso, in un modo o nell’altro si sarebbe compiuta. Abbandonato dal Padre e dall’umanità, ma non separato da essi, l’amore gli diede forza e perseveranza, sino alla fine, e costituisce l'efficace scelta che vince la morte.

Con la sua morte sulla croce Gesù rivela il paradosso della vita eterna e la gloria di Dio, e pone l’antidoto al veleno nel cuore e nell’intelligenza di ogni essere umano, per essere Lui stesso uno di loro. Tale antidoto diventa efficace per credere nella sua forza, condizione che esige il tenere “fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2).

Ecco, allora, ciò che fa la differenza: “Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già condannato”. Il motivo per cui non si crede è per operare il male e perseverare in esso, giacché costoro “hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce”.

Al contrario, “chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono fatte da Dio”. La verità non è un concetto, ossia la corrispondenza fra l’idea e l’oggetto, ma qualcosa che vive; in altre parole, sono le opere di giustizia e la pratica del diritto, che traducono nella circostanza concreta l’amore di Dio e, più ancora, esse stesse si manifestano come opera di Dio.

Ciò è dovuto alla singolare unione con Cristo, prodotta dalla fede negli effetti della sua morte e risurrezione, che diventa azione luminosa del cammino e porta sempre più profondamente alla comunione con Dio.

 

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