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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 31, 31-34)

II Signore analizza la storia di Israele ed il presente, in ordine al compimento dell’Alleanza, e comunica, per mezzo del profeta Geremia, la sua amarezza e delusione, come quella di chi si sente defraudato. In effetti, il suo intervento è motivato dal fatto “che essi hanno infranto” l’alleanza, non ne hanno rispettato i termini né hanno avuto un comportamento corretto, conformemente alle esplicite indicazioni di essa.

Il riferimento riguarda l'alleanza stabilita sul Sinai, dopo la liberazione del popolo dalla schiavitù, “quando li presi per mano per farli uscire dalla terra di Egitto”. Non si capisce bene se quel “prenderli per la mano” indichi un segno di forza o di compagnia, ovvero un segno di resistenza o di accettazione fiduciosa.

Ho l’impressione che sia più corretta la prima ipotesi giacché si è propriamente trattato di una azione energica da parte di Dio, ossia colui che li ha fatti uscire dalla schiavitù. Ciò è convalidato dal fatto che, ad ogni difficoltà, il popolo rimpiange le “cipolle d’Egitto”, il passato, quando, per certi versi, si stava meglio; in tal caso sarebbe un’ammissione, da parte di Dio, di aver forzato la mano e anche per questo, adesso, non può piantarli in asso, nonostante la loro ripetuta infedeltà. In ogni caso la sua azione non ebbe la risposta sperata.

Ora il Signore rivolge il suo sguardo al futuro e promette: “Ecco, verranno giorni (…) nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova”. I termini di tale alleanza non saranno scritti sulle tavole, come accadde precedentemente, ossia su qualcosa di esterno alla persona, ma "porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò nel loro cuore”.

Il cuore è ritenuto, secondo la nostra cultura, il centro vitale della persona, sede dei sentimenti e dell’affetto. Pertanto l’Alleanza sarà un elemento costitutivo e profondo della persona stessa, impossibile da ignorare o da dimenticare; tuttavia, sarà possibile far sì che il cuore non lo prenda in considerazione e lo rifiuti, perché interessato e affascinato da altre proposte.

Questo intervento di Dio sarà l’ultimo a favore del popolo; se accolto, o per lo meno in chi lo accoglie, “Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo”. In un certo senso è come uno sposalizio definitivo per tutte e due le parti.

Perciò, stabilita questa condizione, “Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: Conoscete il Signore”, in virtù della comunione, della familiarità e amicizia che creano le condizioni della conoscenza ed offrono i mezzi per l’istruzione.

In effetti, per la bibbia, conoscere non è solo istruzione, acquisizione di conoscenze su come procedere e su cosa fare o non fare, ma è stabilire un rapporto qualitativo, in continuo consolidamento e approfondimento, ovvero entrare in un processo che non avrà mai fine. Infatti, se ognuno non conosce completamente se stesso, immaginarsi se questi può conoscere esaustivamente l’altro, gli altri che condividono la vita giornaliera e, più ancora, l’umanità di cui fa parte. Conoscere è un processo che non finisce mai.

La vera conoscenza impegna il cuore, coinvolge tutta la persona, la sua storia, il presente e, ancor più, il futuro, soprattutto nel suo elemento di sogno, di progetto e, a maggior ragione, di destino e meta. È il punto di partenza con il quale Dio incoraggia e motiva la persona, la comunità e l’umanità tutta verso la pienezza di senso dell’esistenza. Non è, quindi, semplicemente una conoscenza determinata dalla famosa frase del filosofo "Penso, dunque esisto”, ma va ben oltre: “Amo, dunque esisto”.

Questo secondo aspetto non discrimina nessuno, perché è alla portata di tutti, indistintamente. La sua comprensione ed esecuzione è immediata, giacché la nuova Alleanza Dio l’ha scritta nel cuore di ogni persona; infatti, dice il Signore, “tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande”.

La mediazione della conoscenza passa attraverso il perdono, “poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato”. In effetti, il perdono – il dono per te – genera la capacità di ascolto, accoglienza, trasparenza, comunione nella ricerca della verità, il camminare fianco a fianco nella pratica del diritto e della giustizia, lasciandosi alle spalle le esperienze negative, frustranti e dolorose.

Si tratta della volontà di ricominciare mettendo una pietra sul passato. Evidentemente, le esperienze negative restano nella memoria, ma sono come ferite cicatrizzate: la persona le guarda, ma non fanno più male, semplicemente appartengono al passato e là restano.

Il perdono è rigenerazione per la persona che lo dona e per quella che lo riceve: un nuovo essere ed un futuro pieno di speranza nasce in essi ed è accompagnato dalla volontà di ridisegnare i rapporti e la vita stessa, approfittando anche delle esperienze negative del passato, in nome di una verità che va oltre i limiti, gli errori e la debolezza dei rapporti umani.

La verità sempre interpella, motiva e incoraggia a non rimanere fermi, come bloccati e demotivati. Al contrario, spinge a riprendere e ricominciare.

La forza della verità è scritta nel cuore di ogni persona, in virtù dell’Alleanza.

È la stessa forza che sostiene Gesù nel momento più drammatico della sua vita, ed alla quale fa riferimento la seconda lettura.

 

2a lettura (Eb 5,7-9)

 

Il testo, di grandissima importanza, si riferisce a Gesù, “nei giorni della sua vita terrena”. Non so se si riferisca solo al momento culminante nell’orto degli ulivi, il giovedì santo, o anche ad altri momenti della sua attività pastorale. Quest’ultima ipotesi potrebbe essere suffragata dal fatto che Gesù fa riferimento al proprio martirio in diversi momenti della sua missione; infatti, dal battesimo nel Giordano in poi, era chiaro il destino cui andava incontro.

Certamente l’imminenza aumenta la carica di ansietà e di angoscia, al punto che il vangelo di Luca riferisce che l’angustia fu tale da fargli sudare sangue, assieme alla nota preghiera “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”(Lc 22,42).

Il momento manifesta, con sconcertante crudezza, lo stato d’animo di Gesù; infatti “offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo dalla morte”. Può darsi che qualcuno resti sorpreso da quest’atteggiamento di Gesù, in considerazione del fatto che, essendo Figlio di Dio, già avrebbe dovuto sapere quello che sarebbe accaduto. Per di più, liberamente aveva scelto ed accettato la missione per la quale era venuto al mondo.

Anche così, la reazione mostra come l’essersi caricato il peccato del popolo e delle autorità – la sfiducia, l’indifferenza, il disinteresse, l’opposizione e il rigetto di ciò che proponeva come volontà di Dio e cammino per la scoperta del Regno – costituisce un’esperienza tanto sconcertante e drammatica, come quella che sta vivendo.

Si può intuire la drammaticità dall’effetto del peccato – che porta su di sé, pur non essendo peccatore, questa condizione; pertanto, si acuisce ancora di più il dramma che lo allontana sia dagli uomini, essendo considerato peccatore e bestemmiatore, sia da Dio, per rappresentare davanti al Padre l’umanità peccatrice, ed il cui effetto, appunto, è l’allontanamento. In effetti, il doppio allontanamento assume l’aspetto drammatico descritto, come si può ben intuire. Si comprende bene, anche, la tragedia che il peccato (che poi si declina in comportamenti anti-etici, contrari ai comandamenti) porta con sé.

“Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì”. Quel che patì derivò dall’amore al Padre e all’umanità, per testimoniare il vero cammino della vita, nella nuova legge impiantata con la sua parola e la sua azione. Soffrì per obbedire all’amore, e per amore. In effetti, è l’amore che espia il peccato, non il castigo, la sofferenza o la morte. Il sacrificio del Figlio deriva dalla fermezza e determinazione di rimanere nel cammino della Verità, a qualsiasi costo.

"… per il suo abbandono a lui, venne esaudito”. La supplica, le forti grida e lacrime, in un primo momento, con la morte sembrano disattese. Invece, avendo Gesù accolto la dimensione divina dell’amore del Padre e dello Spirito – la sofferenza di Gesù è anche la loro, in virtù della comune passione per la verità – la potenza dell’amore divinizzò l’umanità massacrata di Gesù; è in virtù di tale amore che “venne esaudito”.

Cristo, quindi, fu “reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”. La vittoria, per non essersi piegato al peccato, è la vittoria di tutti coloro che accettano di essere rappresentati da lui. Fu esaudito perché l’amore è la forza della risurrezione contenuta nella carne (J. Moltmann). Se prima poteva morire, adesso non morirà più.

A questa singolare unione fa riferimento il vangelo.

 

Vangelo (Gv 12,20-33)

 

Alcuni greci – ossia pagani – dissero a Filippo: “vogliamo vedere Gesù”. Quello che potrebbe essere il semplice interesse di incontrare una persona molto nota, o una mera curiosità, diventa per Gesù un’opportunità per indicare la sua realtà profonda, che va molto oltre la semplice esperienza umana del vedere con i propri occhi.

Si tratta di vederlo nell’orizzonte della glorificazione ormai prossima, nella quale il Figlio dell’uomo – lui stesso – è, e sarà, glorificato. La voce del Padre, in risposta all’invocazione di Gesù – “Padre, glorifica il tuo nome. Venne allora una voce dal cielo: ‘L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!'” -, fa capire che la santità di Dio è già presente in Gesù, per quello che sta svolgendo, ed avrà una manifestazione ed un’espressione ancora maggiore.

In che cosa consiste la glorificazione? Nell’immersione della realtà umana di Gesù nella gloria di Dio, in modo che “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). La glorificazione è la manifestazione della salvezza di tutti gli uomini, di tutta l’umanità e del creato; essa avrà la sua piena manifestazione alla fine dei tempi, quando Dio si rivelerà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Attraverso la salvezza Gesù redime il mondo. Essa è già presente ed operante, per la sua parola e le azioni che manifestano la gloria di Dio. Nonostante tutto, per la forza e tenacia del peccato, Gesù sta per manifestare, nella sua umanità, un salto qualitativo, una glorificazione più radicale e sorprendente. In poche parole, questo evento indica il processo, le condizioni, il dramma personale e l’effetto sociale.

Il processo: consiste nel il camminare mantenendosi fermo e determinato fino alla morte, ormai imminente e umanamente prematura, cosciente che “se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. La morte non è la conclusione di un logorio naturale del corpo né un incidente di percorso e, meno ancora, l’ultima tappa dell’esistenza, ma l’epilogo della resistenza attiva di chi non si piega al male ed al peccato, così come della resistenza passiva di chi ne soffre le conseguenze, in termini di rifiuto, disprezzo e rigetto radicale, per mantenersi nello stile di vita, nella filosofia e organizzazione propria della comunione con Dio.

Le condizioni: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”. Si tratta di acquisire la coscienza di se stesso, come persona rinnovata e trasformata dalla glorificazione, per credere e agire nello stesso stile di vita di Gesù. L’effetto è quella santa indifferenza nei confronti della vita e della morte, intese come realtà semplicemente umane, per il sopravvento della fedeltà alla causa di Cristo – che viene intimamente fatta propria – anche a costo della morte prima del tempo.

Questa condizione è la manifestazione dell’onore del Padre, infatti, “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà”. Servo e padrone sono associati nella stessa morte e risurrezione, a motivo del rimanere ancorati alla verità, e diviene già disposizione alla nuova glorificazione da parte del Padre.

Il dramma personale: È imminente la morte e Gesù sente la portata sconcertante dell’evento: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora!”. L’aver accettato e svolto coerentemente, con piena coscienza delle conseguenze, la missione, non esime dal drammatico turbamento di cui parla la seconda lettura. Nonostante tutto, Gesù chiede che prevalga il nome del Padre: “Padre, glorifica il tuo nome”. Il nome è la manifestazione della profondità, ampiezza, grandezza ed efficacia del suo amore, giacché Dio è amore. Il tutto converge nella risurrezione.

L’effetto sociale: Il mondo, inteso non come realtà geografica, ma come modo di essere e di vivere, distante o contrario a quello proposto da Gesù. Con la sua morte e risurrezione Gesù manifesterà la sua vittoria sul mondo: “Ora è il giudizio di questo mondo, ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori”. Alla trasformazione personale è legata quella sociale e viceversa; nonostante tutto, l’inevitabile scontro con il "principe di questo mondo” – l’organizzazione socio-politica corrotta, la cultura d’ingiustizia e oppressione che genera esclusione e morte prima del tempo (espulsa dalla porta, incontrerà ampie e comode finestre per rientrare).

Così, la croce, la sconfitta umana, è il luogo del servo: “dove sono io, là sarà anche il mio servitore”; “E io, quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” e con essa ci sarà la risurrezione, la vita per sempre nella gloria di Dio, nella profondità infinita dell’amore.

 

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