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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 4,32-35)

Il testo è un riassunto sulla comunione dei beni fra i membri della comunità; infatti, “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti avevano un cuore solo e un’anima sola”. Conseguentemente, per tale affinità e sintonia, "nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune”.

Un "cuore solo e un’anima sola" indicano un vincolo di unione molto profondo, accompagnato dal sentimento di mutua appartenenza e condivisione dei beni di prima necessità, necessari per la vita fraterna e solidale. Tale vincolo ha il carattere di stabilità e permanenza, ossia è come un’alleanza della quale si ha piena coscienza e responsabilità.

La comunione è frutto ed espressione della comune adesione alla persona di Gesù Cristo. Chi appartiene alla comunità – “la moltitudine” – è affascinato e trasformato nella mente e nel cuore dagli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo. La coscienza della comunione con Lui, della mutua appartenenza e della rigenerazione del proprio mondo interiore, motiva e sostiene la condivisione dei beni, percependoli come patrimonio comune e non come possesso personale.

In tale contesto, gli apostoli assumono l’amministrazione della distribuzione dei beni; infatti il brano riporta: "portavano il ricavato di ciò che era venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli” Pertanto, la loro autorevolezza è motivo di assoluta fiducia e la trasformazione personale è accompagnata dalla ristrutturazione di un nuovo ordine sociale. La prima è la garanzia del corretto comportamento etico riguardo all’amministrazione dei beni e del convivio sociale, ossia l’esercizio della politica.

Gli effetti costituiscono la realizzazione di un sogno comune a ogni gruppo sociale che intesse e vuole mantenere autentici rapporti umani, di accoglienza e di trasparenza: “Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto (…) poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno”.

Pur considerando le prime comunità cristiane nell’imminente attesa del “ritorno” del Risorto e, con Lui, l’instaurazione definitiva del Regno di Dio, sorprende positivamente lo stile di vita abbracciato e l’aver stabilito un grado di comprensione e di sintonia così forte nella condivisione dei beni.

Fra l’altro, le prime comunità erano quantitativamente poco numerose. Pertanto, unendo l’entusiasmo della prima ora e l’attesa dell’imminente ritorno del Risorto, si crearono le condizioni ideali per vivere la condivisione di cui testimonia il testo.

L’attualità odierna è ben lontana dal realizzare quel modello. Essa è alla portata di alcuni gruppi ben integrati a livello di fede e particolarmente dedicati nel voler conseguire dei buoni risultati al riguardo. Normalmente sono gruppi religiosi specifici.

In ogni caso, il testo testimonia il legame fra un’autentica fede – il profondo coinvolgimento nel mistero dell’amore di Dio, manifestato in Gesù Cristo – e l’uso del denaro, così come la dimensione sociale della carità, declinata nella pratica della solidarietà, e della condivisione dei beni materiali in relazione alle necessità di ogni singola persona.

In questo senso, carità, solidarietà ed etica formano il fondamento della politica, dell’organizzazione e del vissuto della collettività, nel rispetto delle esigenze fondamentali di una vita degna, soddisfacendo i bisogni del vivere sociale. In effetti, o la politica è etica o non è politica. L’impero della ricchezza, frutto della speculazione finanziaria e altro con conseguenze molto gravi che tutti conosciamo, fa percepire la distanza tra la fede in Gesù Cristo e il vissuto quotidiano. Individualmente o da parte di alcuni gruppi si testimoniano generose forme di condivisione, ma resta la grande sfida dell’uso e della distribuzione dei beni e della ricchezza a livello sociale.

La dimensione sociale della carità nella politica è resa possibile per l’interiorizzazione e la pratica dei valori etici e spirituali, insegnati e resi evidenti dall’esempio di Cristo e trasmessi, nel profondo dell’animo delle persone, per gli effetti della sua morte e risurrezione.

A questo secondo aspetto si riferisce la seconda lettura.

 

2a lettura (1Gv 5,1-6)

 

Il credente è generato da Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo. Generare significa far sorgere una nuova realtà, dare una nuova vita che prima non esisteva: “chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio”.

In che consiste e che coscienza abbiamo di essa? Che risvolti ha sul vissuto personale e nei rapporti sociali? In primo luogo autorizza a vedere se stessi con gli occhi di Dio, come rigenerati, ossia riscattati dal peccato, liberati dalla schiavitù del male, ricostituiti nell’amicizia e familiarità con Dio e partecipi della vita divina in virtù della nuova ed eterna alleanza.

Ritengo, salvo eccezioni specifiche che, in generale, tale coscienza non va oltre la semplice informazione, senza una ricaduta efficiente sui criteri che sorreggono le scelte concrete della vita giornaliera. Forse ciò è dovuto anche alla costante sottolineatura delle condizioni di peccatore, vedi per esempio l’insistenza nella preghiera e dell’Ave Maria: “prega per noi peccatori” anche dopo la comunione.

Certamente la generazione non è riconducibile semplicemente a un momento specifico – una volta per sempre – come quello dell’autentica conversione. Essa è costantemente riattualizzata, ossia, è una rigenerazione costantemente donata per la debolezza umana e per l’esposizione permanente alla seduzione del male e la caduta in esso.

Tutto ciò è difficilmente preso in giusta considerazione per l’enorme distanza tra la grandezza immeritata del dono e la concezione umana della virtù dell’amore. C’è l’ostacolo di ritenere un amore autenticamente impossibile, davanti alla pertinacia del peccato. Il risvolto, dall’altro lato, è la banalizzazione del peccato in chi afferma che, succeda quel che succeda, Dio perdona sempre.

Evidentemente, a questo punto non c’è nessuna condizione per una ricaduta della condizione di rigenerato nell’ambito dei rapporti sociali, per cui si afferma, con rassegnazione, che una cosa è la chiesa, la fede, e altro il vissuto sociale ambiguo e pieno di contraddizioni.

Quest’ultimo aspetto – il vissuto sociale- si riferisce alla realtà del “mondo”, indicato dall’apostolo: “Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; è questa è la vittoria che la vinto il mondo: la nostra fede”. Per “mondo” l’apostolo intende quel modo di pensare, e soprattutto di azione e organizzazione sociale, che allontana dalla comunione con Dio e con gli uomini.

Vi è quindi una lotta permanente tra il credente e il mondo. In essa, il primo può avvalersi della presenza e forza dello Spirito, che sostiene gli stessi atteggiamenti e coraggio che furono di Cristo, al punto che san Paolo dirà: "sono stato crocifisso con Cristo” (Gal 2,19b).

In tali condizioni, per il credente è possibile vincere la lotta: “E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?”. Per il comune senso di appartenenza del credente con Cristo e viceversa, il primo partecipa pienamente della vita e dell’esperienza del secondo: “Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo”.

Acqua e sangue indicano la vita che, dall’inizio alla fine – dal battesimo nel Giordano fino alla croce, il sangue – è totalmente donata, come mezzo per far comprendere e testimoniare il cammino della salvezza nella vita giornaliera, quale partecipazione e anticipazione di quella definitiva alla fine dei tempi.

La vittoria nella lotta manifesta la la continua “generazione”, o meglio, rigenerazione, giacché chiunque crede “è stato generato da Dio”; è reso figlio nel Figlio, immerso e profondamente legato nella vita di Dio. La realtà e la coscienza di tale evento hanno una loro specifica verifica: “e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”.

In altri termini, il credente che sinceramente ama Dio, perché cosciente del dono della generazione, ama anche chi Dio generò alla stessa maniera, ossia chi è stato reso partecipe dello stesso dono e della stessa realtà (per estensione l’intera umanità e tutto il creato nel suo complesso).

Per la morte e risurrezione di Gesù Cristo, e per l’attuazione dei suoi effetti nell’eucaristia, oggettivamente tutta l’umanità è generata come figlio e figlia. Pertanto, guardando con gli occhi di Dio, si attivano nuovi sentimenti e la pratica della carità per tutti, indistintamente, includendo i nemici e quelli che manifestano odio, come Gesù dirà nel vangelo.

L’apostolo specifica: “In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti”. L’amore a Dio consiste nel ritornare il dono con cui ci ha amato. Tale ritorno, che coinvolge e si rivolge a tutti gli uomini – già oggettivamente redenti per l’azione di Gesù Cristo – fortifica e fa crescere l’amore stesso in una dinamica di coinvolgimento qualitativo e di espansione quantitativa che non finisce mai.

I comandamenti di Dio sono mediazioni dell’amore. Al riguardo il testo chiarisce un possibile fraintendimento: “In questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi”. Non lo sono perché l’amore attrae l’amore, come la calamita attrae la limatura del ferro. Senza amore tutto diventa pesante, il fare è un obbligo, un dovere, uno scambio di favori o qualcosa imposto dall’esterno, che non riguarda il vissuto e la necessità di amare e di essere amato.

L’amore e la corrispondente pratica della carità sono impiantati nel cuore del cristiano come dono della pratica di Gesù, autenticato nella sua intrinseca divinità dalla risurrezione, come testimonia il vangelo.

 

Vangelo (Gv 20,19-31)

 

Nessuno si aspettava che Gesù apparisse. Fu una sorpresa sconcertante, al punto che Tommaso non crede quando gli riferiscono l’accaduto: “venne Gesù, stette in mezzo e disse loro "Pace a voi!" e, “Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco”, non solo per farsi identificare come il crocifisso del venerdì precedente, ma per manifestare la vittoria sul potere del male e del peccato nella sua persona, le ferite mortali persero il loro potere e la loro forza. Ora gli apostoli partecipano di una vita sorprendente che mai avevano pensato potesse esistere, cosa che, sicuramente, li lascia ancor più sconcertati, sebbene “gioirono al vedere il Signore”. In effetti erano pieni di paura e fortemente scossi.

Con la sua presenza e saluto Gesù offre loro armonia, fiducia e speranza, senza il minimo riferimento al loro comportamento durante la passione. L’evento della risurrezione si deve all’amore che sostiene e motiva la consegna, “fino alla fine” (Gv 13,1). In effetti, l’amore che motiva la consegna è lo stesso che risuscita, perché esso è la risurrezione contenuta nella carne. In tal modo è evidente il legame tra presente e futuro, intimamente uniti.

La risurrezione non è un super miracolo, ma il trionfo dell’amore, giacché l’amore che dona senso alla vita è lo stesso che riscatta il corpo dalla morte.

In questo sfondo, ecco le sorprendenti parole di Gesù dirette agli apostoli dopo la “figuraccia” del venerdì santo: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Il rapporto Padre-Figlio nell’ambito trinitario è modello del rapporto di Gesù con i discepoli. Esso sarà possibile per l’azione dello Spirito Santo; infatti, “Detto questo, soffiò e disse loro: ‘Ricevete lo Spirito Santo’”. Il soffio ricorda l’inizio della creazione, significando che la risurrezione è l’inizio della nuova creazione; ed è l’ultima e definitiva della persona, dell’umanità, della creazione e dell’universo, che si fa presente nella persona di Gesù, con la risurrezione.

Con tale evento si manifesta l’installazione del regno di Dio e la finalità della missione di Gesù. In primo luogo il regno si stabilisce nell’umanità di Gesù, e poi in ogni discepolo e nelle comunità, nella misura della loro fedeltà alla dinamica d’amore propria del regno.

L’anticipazione del regno, che si manifesterà pienamente con il “ritorno” del Risorto, è il perdono dei peccati: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati".

La parola “perdono” si può leggere come dono-per-te. Il perdono è il dono della misericordia di Dio per te e porta l’effetto di una nuova nascita, di una nuova creazione. L’efficacia del dono è tale se, una volta accolto, è restituito a Dio stesso. Questo singolare movimento costituisce la dinamica di tre diversi aspetti intimamente legati fra di loro:

Perdonare se stesso. La rigenerazione della persona è realizzata, per la fede, negli effetti della morte e risurrezione attivata dalla presenza dello Spirito Santo. La fede è prendere coscienza e aderire a tale rigenerazione. Gesù dirà in diverse circostanze alle persone da lui guarite “la tua fede ti ha salvato”, ossia, siete guariti per aver creduto ciò che la mia parola ha operato in voi. Tale coscienza e adesione diventano forza e realtà di perdono riguardo al peccato della persona stessa. In questo senso il perdono è il dono-per-te, generato dalla parola del Signore.

Perdonare l’“altro”. Il primo aspetto permette guardare l’“altro”, dal quale si sono ricevuti torti e offese, con gli stessi occhi di Dio, ossia con amore, offrendo il riscatto – la gratuità della giustificazione – la nuova alleanza e un futuro pieno di speranza nella ricostruzione del rapporto. Lo stesso che ha fatto per te il Signore, tu lo fai per chi ti ha offeso. Si può arrivare al punto da perdonare chi ti odia e ti è nemico, come afferma Gesù stesso.

Perdonare Dio. Per la morte tragica di un bambino; per non essere intervenuto a impedire il massacro di migliaia, o milioni, di persone; per aver “permesso” che il male continui a seminare violenza e ingiustizie, ecc. In tal modo si ritorna a Dio il dono che lui stesso ci ha dato, con i suoi stessi sentimenti. Ritornare il dono – caricando su se stessi le sue “mancanze” – ristabilisce il rapporto, fortifica l’alleanza e sostiene la speranza di un futuro pieno di vita.

È Dio che ci rende capaci di amarlo come lui ama, incluso il sentimento che nutriamo nei suoi riguardi. È doveroso ritornare a Lui il dono, con gli stessi atteggiamenti con i quali è venuto al nostro incontro.

Cosicché il sogno – “sareste come Dio” (Gen 3,5) – che sedusse Eva, si fa realtà: l’uomo diventa il modo umano di Dio di stare nel mondo e, la comunità, il corpo di Cristo per l’azione dello Spirito Santo.

 

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