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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 1,1-11)

 

L’autore del libro degli Atti è l’evangelista Luca. Per questo motivo inizia dicendo “Nel mio primo libro”, perché il libro degli Atti è continuazione del vangelo e racconta l’azione dello Spirito Santo nella diffusione dell’annuncio evangelico e il sorgere delle prime comunità nel mondo allora conosciuto.

Nel periodo che va dalla risurrezione all’ascensione (40 giorni è un numero simbolico e sta ad indicare un tempo prolungato) Gesù parlò ai discepoli “delle cose riguardanti il regno di Dio”. Non accenna alle sue vicende personali, all’ingiustizia che ha subito, alle sofferenze, all’abbandono dei discepoli, al tradimento e rinnegamento di Giuda e di Pietro, ma solo della finalità della sua missione: il regno di Dio.

Non c’è parola di critica, lamento o rimprovero rispetto all’ingratitudine del popolo e dei discepoli. La sua preoccupazione è che questi capiscano la dinamica del farsi del regno di Dio. È ammirevole il distacco da se stesso dal punto di vista umano, e si rivolge ai discepoli come se niente di speciale fosse accaduto, nonostante il trattamento ricevuto. Non è alterato il suo rapporto con i discepoli né con il popolo e la sua missione sta arrivando al punto finale, per quanto riguarda la sua presenza fisica nel mondo.

Il regno è il motivo centrale della missione di Gesù e costituisce l’attrazione per la quale i discepoli lo seguirono. Ma quel che loro – i discepoli – aspettavano non coincide con l’azione del Maestro, e allora gli pongono la seguente domanda: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele?”. Probabilmente si aspettavano che l’agire di Cristo fosse in sintonia con la predicazione del Battista e della tradizione religiosa e che, pertanto, annunciasse la purificazione del popolo e l’instaurazione di un nuovo regno con l'esclusione dei romani.

Gli apostoli non avevano compreso la predicazione di Gesù al riguardo. Anche se la presenza del Risorto li lascia stupefatti e sconcertati, il legame con il Regno di Dio rimane oscuro. Gesù non si sorprende, e spiega loro qualcosa di più specifico al riguardo; sa che non hanno la capacità di comprendere – lo capiranno solo con l’invio dello Spirito Santo – e risponde loro con molta semplicità: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato al suo potere”, pertanto tutto è strettamente legato alla volontà e al potere del Padre.

Nonostante ciò, li rassicura che l’evento del regno crea un rapporto con loro per mezzo dello Spirito: “ma riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”.

Lo Spirito farà di loro dei testimoni, e costituiranno l’opportunità, per chi ascolterà la loro parola e imiterà il loro esempio, di scoprire la presenza del regno di Dio nel vissuto personale e nei rinnovati rapporti sociali, in sintonia con l’insegnamento di Gesù Cristo da loro trasmesso .

“Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. Il risorto entra nella gloria, realtà sottratta ai loro occhi. Per il momento non possono percepire più di tanto, lo comprenderanno più avanti, con lo svolgimento della missione. L’urgenza e la determinazione di essa risiede nel commento dei due personaggi in bianche vesti: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?”.

Perché costoro non li chiamano apostoli, discepoli, seguaci, o altro che avesse rapporto con Gesù Cristo, ma fanno solo riferimento alla loro terra d’origine? Forse per porre l’accento sul fatto che, con l’evento di Cristo ed con l’essere chiamati a testimoniarlo, nulla è perso di quello che era, ma tutto è rinnovato e assunto nella nuova realtà che fa dell’amore, che Gesù ha insegnato, l’elemento di trasformazione e rigenerazione delle proprie origini.

Il testo prosegue con le parole dei due uomini: “Gesù che è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo". Lo videro “elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. La nube che lo sottrasse è lo Spirito Santo. Pertanto, sarà per l’azione dello stesso Spirito che, nell’evento ultimo e definitivo, rivelerà la sua presenza, il suo “ritorno” come Risorto. Un "ritorno" per modo di dire perché la presenza dello Spirito di Cristo accompagna i discepoli, come promesso dal Risorto.

È per lo Spirito di Cristo in mezzo a loro che svolgeranno la missione in suo nome. In essa, lo Spirito sarà il loro maestro interiore che illuminerà, darà forza e sostegno all’azione audace, creativa e coraggiosa nel testimoniare la presenza del regno.

È ciò che risalta nella seconda lettura.

 

2a lettura (Ef 4,1-13)

 

Paolo si autodefinisce “prigioniero a motivo del Signore”, in virtù della conversione avvenuta alle porte di Damasco e, conseguentemente, alla determinazione di seguire Gesù Cristo “che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal2,20). Stabilisce con il Signore un vincolo molto stretto e indissolubile di amore e, con esso, la coscienza di appartenersi reciprocamente.

Pertanto, indica alcuni topici che descrivono la sua percezione del mistero di Dio: “un solo Spirito (…) un solo Signore (…). Un solo Dio e Padre di tutti”, e dell’azione trinitaria a favore dell’umanità. Essa motiva la speranza, suscita la fede e manifesta la volontà del Padre, “che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”.

Il rapporto con Dio di ogni credente si consolida e si fortifica in virtù della consapevole esperienza di appartenersi mutuamente, alla stregua dell’amore scambievole che lega l’amante con l’amato. Tale coscienza diventa percezione del vincolo indissolubile, così solido da costituire la pietra fondante del proprio essere ed agire.

Riguardo agli effetti del rapporto, Paolo constata come “A ciascuno di noi, è data la grazia secondo la misura del dono di Cristo”. La gratuità del dono è la caratteristica che impone ed esige la condivisione di esso, attraverso il servizio e l’edificazione della comunità e del nuovo ordine sociale, quale manifestazione del farsi del regno di Dio, che la dinamica dell’amore rivela già presente e operante.

Mai un dono ha la sola finalità di gratificare la persona; esso deve essere trasmesso perché non si vanifichi o marcisca, danneggiando la stessa persona che lo ha ricevuto. Infatti, esso è “per preparare i fratelli a compiere il ministero,allo scopo di edificare il corpo di Cristo”.

Purtroppo tale finalità non fa parte della coscienza cristiana attuale. Molti pensano che non hanno specifici obblighi verso il prossimo, se non il rispetto e la buona vicinanza, senza assumere preoccupazioni di maggior impegno. Altri si ritengono incapaci, o molto occupati, per dedicarsi all’annuncio della “buona novella”. Avendo fatto del dono il semplice possesso di un bene, o peggio ancora, di considerarlo come premio dell’impegno e capacità propria, non c’è motivo per alcun sentimento specifico o della necessità di parteciparlo, se non nel sussulto spontaneo di generosità.

Per questo motivo la missione, l’azione pastorale, è molto debole e inconsistente. Manca il fascino, lo stupore della pienezza di vita che l’effetto del dono trasmette e, con esso, la coscienza che, non solo per conservarlo ma per immergersi più profondamente mantenendolo vivo ed efficace, si deve trasmetterlo, in modo da far partecipi altri nel coinvolgimento della sua dinamica.

In tal modo si edifica il corpo di Cristo – la comunità – e “arriviamo tutti nell’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio". Per tutti, l’unità della fede non è affermare la condivisione e sintonia con principi, dogmi, riferimenti riguardo alla persona di Gesù, ma l’esperienza della sua presenza, la speranza che essa suscita per la comunione di vita e di destino, per partecipare già oggi del Regno, della vita eterna, orientati verso la gloria nella quale entreranno pienamente quando la storia arriverà al suo punto finale, in cui Dio sarà “tutti in tutti” (1Cor 15,28).

È un tendere “fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo”, per l’amore che ha trasmesso e insegnato, coinvolgendo nella salvezza del Regno tutti e tutto. Ecco, allora, l’esortazione: “comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà (…) per mezzo del vincolo della pace”; il vincolo dell’armonia nelle diversità, come strumenti dell’orchestra nella melodia di Dio: la gioia senza fine.

Prende forma e si consolida l’essere testimoni del Risorto, secondo la volontà del Signore e la finalità per la quale si è inviati in tutte le nazioni, come afferma il vangelo.

 

Vangelo (Mc 16,15-20)

 

“Gesù apparve agli Undici”- agli apostoli – per farli uscire dal turbamento, dallo sconcerto e dalla paura, per donare la pace e dare loro la responsabilità della missione: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura (…). Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio”.

L'ascensione di Gesù universalizza la missione. Egli arriverà fino ai confini della terra per mezzo dell’azione missionaria dei discepoli, che si estenderà ovunque e avrà il suo momento finale con il “ritorno” dello stesso Signore, alla fine dei tempi. Con loro, Cristo si farà presente a ogni uomo, in tutti i luoghi, nelle diverse culture, etnie, religioni e lingue. Di certo non si tratterà di sostituire una religione con un’altra ritenuta superiore, ma di indicare il cammino e le condizioni, in modo da suscitare la fiducia nei suoi riguardi in persone straniere, non appartenenti a Israele, senza richiedere che si rinneghi la loro origine e la loro religione.

È quello che Gesù fece, rimanendo stupito per aver trovato più fede in alcuni "pagani" che in Israele. D'altro lato, lo scombussolamento che suscitò nelle autorità gli procurò molti problemi, opposizione e conflitti che lo portarono alla croce.

Ora, nei discepoli, l’esperienza di averlo incontrato come Risorto è la prova del nove della verità e della bontà della sua proposta. Ed è proprio questa proposta, che contiene gli apparenti paradossi dell’esistenza di Gesù, che i testimoni devono trasmettere. A tal fine sono inviati.

L’evangelizzazione odierna richiede di assumere gli stessi parametri nel trasmettere la verità e la natura dell’evento di Gesù Cristo, centrato nel comandamento dell’amore di uni verso gli altri come lui ha insegnato fedelmente fino alla consegna di se stesso, in modo che possano trovare tale esperienza di salvezza in sintonia con il meglio della propria cultura e religione, talvolta purificandola da ciò che le avvilisce.

Per l’evangelizzatore e la chiesa è il modo di servire l’avvento del Regno di Dio. Per il destinatario è entrare nel Regno, aderire all’evento Gesù Cristo nel pieno rispetto del suo patrimonio sociale, culturale e religioso. “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato”; il battesimo, nella realtà e significato profondo, è l’immersione e il coinvolgimento nell’amore che Lui ci ha insegnato e nel quale siamo immersi, da trasmettere con l’insegnamento, la parola e i fatti intimamente connessi.

L’aver fatto dell’annuncio una religione comporta il metterla in contrapposizione e rivalità con le altre, suscitando quelle disgrazie ben note e ostacolando l'avvento del regno di Dio. Credere e praticare il Vangelo è manifestare l'immersione negli effetti della morte e risurrezione di Gesù: è stabilire il vincolo di appartenenza mutua che sostiene quanto detto sopra.

Cosicché, “i segni che accompagneranno quelli che credono”, ritengo siano metafore per indicare gli effetti della nuova realtà, del nuovo stile di vita, della vittoria sul male e sul peccato, in virtù della forza rigeneratrice e trasformatrice della pratica di Gesù.

“Allora essi partirono e predicarono dappertutto”. Non c’è nel testo il richiamo a dubbi, timori o perplessità negli apostoli che potessero indurli a giustificare un rimando al compimento dell’ordine di Gesù. Può darsi che ne abbiano parlato fra loro, ma la volontà del Signore prevale. Nell’esercizio della missione, “Il Signore agiva insieme a loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”, sperimentando la verità e la forza della promessa.

 

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