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di Felice Scalia – Gesuita

Quando queste righe saranno sotto gli occhi dei lettori, il cumulo delle parole sulla tragedia nel Canale di Sicilia del 19 aprile – quando oltre 800 migranti sono morti nell’ennesimo naufragio e affondamento di un barcone partito dall’Africa –avrà ottenuto una tale saturazione mediatica da renderci ancora più anestetizzati di fronte al dolore dei prossimi condannati all’annegamento. E tuttavia rimane il problema: era evitabile la tragedia? Siamo proprio decisi ad evitare quelle che già si annunziano?   

«Bisogna fare di più», dice il nostro presidente della Repubblica. Segno che una colpa dell’Europa c’è; sta in quel “meno” di cui ci siamo contentati. Da oltre Oceano risponde Obama: niente cilici, cari europei, tutto è lotta tribale e guerra di religione. Noi non c’entriamo.

Tra questi due estremi si collocano i nostri politici, le cui fantasiose “soluzioni” sembrano riguardare solo il modo come tenere lontane queste persone importune dai nostri confini. La sola parola “soluzione” ci fa paura. Affiorano reminiscenze naziste. «Quando chi sta in alto parla di pace, la gente comune – scrive Bertolt Brecht – sa che ci sarà la guerra». E quando viene fuori la parola “soluzione” dai discorsi ufficiali, noi sappiamo che c’è la decisione di non risolvere niente. Si fa però di tutto  per nascondere all’opinione pubblica una provata constatazione: a causare questi esodi, a provocare queste morti, fondamentalmente, è l’Occidente. Pur coscienti della complessità raggiunta oggi dalla immane sventura dei poveri, resa evidente da questo biblico flusso di popoli disperati, possiamo dire che dalla Libia salpano gli scafisti killer, ma i veri mandanti dei massacri in mare siamo noi.

È tempo di gridarla anche “nel deserto” questa verità, così come cerca di fare l’inascoltato papa Francesco. Il nemico del “profugo” africano o medio-orientale, è l’assetto economico e politico che l’Occidente si è dato. A rendere un inferno inabitabile la terra di intere popolazioni, siamo noi. Come siamo noi che spingiamo i disperati a scegliere tra morte sicura se restano in patria, e morte probabile partendo. Ad imporci come padroni del mondo siamo noi, bianchi, occidentali, cristiani. A suscitare guerre per gli interessi delle multinazionali minerarie, energetiche, agroalimentari, ecc., siamo noi. Ad assicurarci il monopolio dell’acqua, siamo noi. A fare delle decine di guerre dimenticate nel Pianeta il più grande affare economico, quindi a lucrare sulle “belle distruzioni” e sulla morte, siamo noi. 

Fa male scrivere queste cose. Ma non si può per sempre sopportare questo fermarsi dei Potenti ai fatti giudicandoli “danni” dolorosi ma inevitabili, senza accorgersi che le tragedie sono la password per comprendere chi siamo e verso dove sta andando questa presunta civiltà nostrana. La verità orribile è che questi annegati, questi flussi migratori inarrestabili ci fanno capire che è tempo della resa dei conti, della nostra Apocalisse, dello “svelamento” di ciò che siamo. Siamo membri di una società sacrificale. Siamo, in vari modi, assassini. 

Assassini impauriti, terrorizzati, ma assassini, perché decisi ad “infernalizzare” la Terra. Non si vede all’orizzonte un barlume di progetto di cambiare politiche. Non vogliamo renderci conto di avere sbagliato pretendendo che a decidere sul giusto e l’ingiusto, il disumano e l’umano, fosse il mercato con le sue leggi.

Abbiamo paura di perdere ciò che siamo abituati ad accumulare. Intuiamo che così non si può andare avanti, ma non riusciamo a vederci meno consumisti, meno pronti ad ostentare la nostra superiorità attraverso l’inutile, l’eccessivo che possediamo. Comprendiamo le paure dell’uomo della strada, gli sconforti, la ricerca di sicurezze. Ci rendiamo conto che non abbiamo politici in grado di affrontare l’immane fatica di pensare un mondo “altro”. Ma saremmo fuori dalla civiltà e dalla stessa fede, se stabilissimo che è “naturale” far pagare agli “ultimi” la nostra voglia di vivere e la smodata presunzione di essere “superiori” ai comuni mortali.

L’Occidente è ad un bivio. O smette di dirsi umano e cristiano, dato che si ritiene ineluttabile e “di natura” la supremazia dei forti sui deboli; oppure “condivide” ciò che è ed ha: cultura, tradizione umanistica, diritti umani, fino a questa terra che è di Dio, e dunque di tutti, questo pane che la terra ancora ci dona. 

Nessuno pensa che sia cosa da poco, ovvia e di immediata attuazione. Ma non è follia, è l’unica saggezza possibile: scegliere una direzione di speranza oggi, scegliere subito è fondamentale non solo per una esistenza libera dalla paura, ma per il permanere della vita sul Pianeta.

Per quanto mi riguarda io la mia scelta l’ho fatta. Sto con quel pescatore che, ammonito dalla Guardia costiera di non raccogliere naufraghi per non essere accusato di favoreggiamento di immigrazione clandestina, osò rispondere: «Nella mia vita non ho mai lasciato nessun uomo in mare!». Gente come lui è il solo “sale della terra”, la speranza che l’essere umano possa ancora prevalere sulla violenza, il cinismo e l’ottusità delle bestie sazie.

Fonte: Adista Segni Nuovi n. 17/2015

 

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