Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Agosto: 2019
L M M G V S D
« Lug    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728293031  

Login

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Re 19,4-8)

Dopo l’evento del monte Carmelo – quando Elia smascherò i falsi profeti di corte sostenuti dalla regina e determinò la morte di tutti loro – il popolo rimase tiepido rispetto alle attese del profeta, e questi rimase deluso. La regina giurò immediata vendetta determinando la morte di Elia che non ebbe altra scelta che fuggire nel deserto con l’intento di raggiungere l’Oreb, dove tutta la vicenda d’Israele aveva avuto inizio.

L’animo di Elia soffrì un duro colpo, come chi, dopo essersi dedicato con coraggio e competenza alla causa del Signore e al bene del popolo ingannato dai falsi profeti, percepisce che tutto è stato inutile e, peggio ancora, è a rischio finanche la propria vita. La prima reazione è quella di dare un taglio a tutto; infatti, scoraggiato e deluso chiede: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché non sono migliore dei miei padri”.

Gli antenati, come Elia, ebbero motivo di rammarico per le prove e difficoltà da affrontare, cosa che generò in loro la sfiducia nella presenza e nella promessa del Signore. Come loro, anche Elia sente venir meno quella fede che, magari, credeva incrollabile e perciò, nello sconcerto della prova, desidera che il Signore dia un taglio a tutto, lasciandolo morire.

Fuggendo nel deserto all’ira della regina, Elia decide di dirigersi verso il monte Oreb. Vuole tornare al punto dove tutto è cominciato, dove fu stabilito il patto – l’Alleanza -, per incontrarsi con Dio e capire quello che sta succedendo al popolo e a lui. È come un ritorno alle origini per verificare la propria vocazione e il corretto svolgimento di essa.

Nel cammino, esausto dalla stanchezza, incontra il sostegno e l’aiuto di un angelo, il messaggero di Dio. Per due volte, intervallato da un periodo di riposo, gli è offerto l’alimento: “Alzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino”. È un segnale di approvazione da parte di Dio dell’andare verso Lui; è un incentivo a non scoraggiarsi e continuare a camminare, garantendo, per mezzo dell’angelo, che non gli mancherà il necessario per arrivare alla meta.

È anche un segnale dell’attenzione benevola di Dio. Elia può intuire che Dio non l’ha abbandonato e può continuare il cammino, pur con il carico dello sconcerto e della sofferenza; È il segnale che in lui, dopo lo smarrimento, sta ritornando la speranza riguardo l’opportunità del viaggio. Infatti, Elia “Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb”. Non mise da parte il suo proposito e, con l’aiuto di Dio, giunse alla meta.

Nella vicenda di Elia non è difficile percepire il valore paradigmatico. Ogni persona che, sinceramente e con determinazione, svolge la missione che Dio gli ha affidato, attraversa esperienze di delusione, molte difficoltà di vario tipo, addirittura il rigetto che mai avrebbe pensato d’incontrare, inclusa la tentazione forte di abbandonare tutto, o addirittura di morire per la sensazione di non senso, di vuoto, inutilità e fallimento.

Pertanto, l’insegnamento che viene da questo brano è quello di non sorprendersi che ciò possa accadere, ma di prendere in seria considerazione che, in un modo o nell’altro, succederà. È un’allerta a ogni evenienza. Ciò non vuol dire che non si proverà sconcerto, sofferenza e la conseguente tentazione di mollare tutto, ma permette solo di non restare paralizzato e non affrontare le difficoltà.

Elia indica anche il modo di affrontare e vivere questi momenti: ritornare al punto d’inizio, dove tutto cominciò. Riappropriarsi dei punti fondanti e della motivazione che sostennero la scelta e la determinazione di seguire il Signore nella missione. È il momento della crisi che rivela l’autenticità o meno della scelta originale; se fu corretta, la crisi sarà un momento di crescita, anzi costituirà l’opportunità per ripensare e rivedere il proprio cammino e procedere per la corretta via.

Elia arriva davanti a Dio, sostenuto da quello che, metaforicamente, potrebbero significare il pane e l’acqua: l’alimento della promessa e l’acqua dello Spirito Santo. In effetti, è lo Spirito – la forza di Dio – che muove e sostiene tutto e tutti, come si può rilevare nella seconda lettura.

 

2a lettura (Ef 4,30-5,2)

 

Paolo ricorda ai cristiani la loro singolare condizione di persone segnate dallo Spirito Santo ricordando che essi appartengono a Dio e sono strettamente legati a Lui, in virtù dell’evento pasquale.

Accogliere per la fede gli effetti di tale evento – la liberazione e il perdono dei peccati, il ristabilimento della nuova ed eterna Alleanza nel sangue di Gesù e l’immersione nella vita eterna, anticipo e partecipazione della gloria di Dio alla fine dei tempi – porta Paolo a esortare: “non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione”.

Il segno dell’azione dello Spirito non è percepibile dal punto di vista dell’esperienza umana, perché la grazia non sostituisce la natura ma la integra e la conduce alla pienezza, ossia fa spazio nella mente e nel cuore al dono di Gesù Cristo e, con esso, trasmette alla persona la coscienza di essere un soggetto rinato, rigenerato e trasformato. Solo da ciò si deduce l’efficacia del segno dello Spirito.

Nonostante tutto, può accadere che l’azione dello Spirito sia resa inefficace dalla sfiducia, superficialità e disinteresse della persona riguardo alla nuova condizione e all'incapacità di vivere in sintonia con essa. Questa evenienza costituisce il timore di Paolo. Di qui l’esortazione: “non vogliate rattristare le Spirito Santo di Dio”.

Per evitare di cadere in questo pericolo, l'apostolo consiglia: “camminate nella carità, nel modo in cui Cristo ci ha amato e dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore”. Il modo di esercitare la carità è lo stesso di Cristo nei loro riguardi; lo stesso amore e attenzione deve improntare i rapporti interpersonali, sociali ed il rapporto con il creato, in modo da beneficiare tutti e tutto. Ciò è gradito a Dio ed equivale al sacrificio che si offriva in passato, con il fumo della vittima sacrificale che saliva dal braciere dell’altare come preghiera: “sacrificio di soave odore”.

La vita del cristiano non può essere slegata da quest’amore, o meglio, dall’esercizio della carità. Solo così sarà possibile che l’amore sia, contemporaneamente, benefico per chi lo dona e per chi lo riceve. Pertanto, da esso derivano i pensieri e gli atteggiamenti appropriati e convenienti che l’apostolo indica.

In primo luogo la chiara coscienza di ritornare a Dio il bene ricevuto, come espressione di spontanea e sincera gratitudine per i benefici ottenuti, imitando lo stesso comportamento di Dio: “Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi”. In effetti Dio, nella persona di Gesù, non trattiene nulla per se stesso, ma lo dona per il bene dell’umanità, al punto da consegnare il proprio unico Figlio.

Conseguentemente, “Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità”. Si tratta, in virtù del dono ricevuto, di mantenere il cuore libero e vittorioso da tutto quel che impedisce che da esso sgorghi lo stesso amore con il quale è stato trasformato, rigenerato e purificato. È mantenere e vivere la vera libertà che non è tanto la libertà di scelta, quanto libertà per amare, che costituisce la sua forma eccelsa.

Ecco, allora, emergere dal profondo dell’essere gli stessi sentimenti di Cristo: “Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo”.

Particolarmente importante è l’aspetto del perdono: la sua realizzazione compiuta non è frutto della volontà, della determinazione personale – molti fallimenti lo testimoniano – ma della consistenza e profondità dello spostamento verso l’orizzonte del perdono realizzato da Cristo. Dall’esperienza di tale perdono, sorge la condizione e la forza di perdonare.

Credere nel perdono di Cristo esige la stessa fede che Cristo chiede agli uditori nel vangelo di oggi, continuazione di quello di domenica scorsa.

 

Vangelo (Gv 6,41-51)

L’affermazione di Gesù – “Io sono il pane disceso dal cielo” – suscita la mormorazione dei giudei giacché conoscono il padre e la madre, per cui come potrebbe fare un’affermazione del genere? Dal punto di vista dell’immediatezza le mormorazioni sono comprensibili e giustificate. Chi, al loro posto, non avrebbe fatto lo stesso?

Gesù, cosciente della loro difficoltà, sposta il discorso su un versante a lui familiare, ma per loro ancora più sorprendente, giacché mette in campo il suo rapporto con il Padre, la sua familiarità e origine in Dio stesso: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato”.

L’avere fiducia in Lui è lasciarsi attirare dal Padre che l’ha inviato; e rafforzando questa sconcertante affermazione aggiunge: “ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno”, garantendo nella sua persona la pienezza di vita nel giorno dell’ultimo e definitivo intervento di Dio.

Appellandosi alla scrittura, Gesù aggiunge: “E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me”. Specifica che tutti, indistintamente, saranno istruiti da Dio L’istruzione consiste nel fare di se stesso, della propria vita, un dono a favore del prossimo e della società, in sintonia con l’avvento del regno di Dio. Essa è accessibile a ogni persona, a qualsiasi religione appartenga, perché propria del DNA di ognuno. Con ciò il Padre attira a sé coloro che, dopo aver ascoltato l’autenticità del cuore, riscontrano la partecipazione alla vita del Figlio da lui stesso inviato nel mondo.

Per quanto riguarda gli interlocutori del testo odierno, Dio ha stabilito l’Alleanza e la promessa di camminare con il suo popolo, avendo inviato i profeti e promesso il Messia; è, quindi, doveroso il riferimento a tutta la storia d’Israele e agli interventi di Dio per motivare la fiducia in Gesù.

Ascoltare e imparare dal Padre non significa averlo visto. Quest’ultimo aspetto è proprio dell’esperienza fra persone, e del Figlio, giacché “solo colui che viene da Dio ha visto il Padre”, e, così, riafferma di nuovo il suo specifico rapporto. Per la fiducia in lui “chi crede ha la vita eterna”, ossia partecipa della vita eterna del Padre.

Gesù non risponde alla domanda dei giudei sul come è disceso dal cielo né fa cenno alla sua concezione per opera dello Spirito Santo; sa che non risolverebbe niente, anzi, complicherebbe tutto ancora di più. Preferisce argomentare sulla sua unione con il Padre e sugli effetti che tale fiducia produce in quelli che credono nella sua persona e nella sua parola. Pertanto insiste su quanto già detto prima: “questo è il pane disceso dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”; insomma, mostra il motivo ed i benefici per i quali avere fiducia in lui.

C’è di più. Dopo aver affermato nuovamente: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”, aggiunge qualcosa di ancora più sorprendente: “e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Lascia tutti non solo più sconcertati ma anche scandalizzati! Evidentemente non si aspettavano minimamente affermazioni del genere, dato che lo interpretano come un caso di antropofagia. (Le reazioni saranno il tema del vangelo di domenica prossima).

Gesù conosce bene la portata delle sue affermazioni e la difficoltà degli uditori di accettarle. C’è da chiedersi: perché le fa? Dove vuole arrivare con esse?

Una risposta è la finalità della missione.

L’obiettivo di essa è impossibile da raggiungere con i criteri e la razionalità umana. Esso richiede uno stravolgimento paragonabile a quello di accettare e credere nelle sue parole, in ciò che propone. Sono criteri di verità che trascendono l’esperienza e l’intelligenza umana e richiedono la fiducia nella persona di Gesù e nell’autorevolezza che egli manifesta per la sua intimità con il Padre.

In tal modo la persona è completamente spiazzata. Solo il riconoscimento umile dei propri limiti, in contrapposizione all’autorità divina di Gesù, permette una via d’uscita coronata da successo. È quello che Gesù offre loro con la migliore argomentazione possibile, e a noi, oggi, nel mistero della celebrazione eucaristica.

Le stesse difficoltà dei giudei sono anche le nostre.

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento