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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Pr 9,1-6)

Il libro dei proverbi, fra tanti aspetti, è una grande presentazione e riflessione sulla sapienza di Dio. Ebbene, il testo presenta un'espressiva parte di essa: “La sapienza si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne”.

Essa ha la caratteristica di una costruzione invidiabile, propria di una casa ricca, con un cortile interno, le cui colonne – sette e ben lavorate – sono segno della perfezione assoluta. È un insieme, come una casa, che merita ammirazione, fiducia e fa sorgere il desiderio di abitare in essa.

Inoltre, per renderla ancora più attraente e gioiosa, la sapienza ha preparato dentro questa casa una festa; infatti, “Ha ucciso il suo bestiame, ha preparato il suo vino e ha imbandito la sua tavola”, offrendo il meglio che possiede; un motivo in più per lasciarsi attrarre. È il luogo della festa, alla quale la sapienza vuole invitare tutti indistintamente; e invia, a tale scopo, le “sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città” l’evento, in modo che nessuno, per il fatto di non esserne a conoscenza, rimanga escluso.

Entrare nella sapienza è partecipare della vita piena. Non si tratta solo di realizzare il sogno della felicità desiderata, ma di procedere verso nuovi orizzonti e mete ancor più gratificanti. La condizione è la fiducia, ossia lasciarsi prendere e guidare da essa.

Ecco, allora, i consigli per entrarvi: “Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza”. L’inesperienza si deve al fatto che, probabilmente, mai c’è stata condizione e opportunità per sperimentare ciò che ora è offerto, anche perché non si è compresa la portata e gli effetti della proposta. Quante volte succede che nella vita si perdono delle opportunità e, solo con il senno di poi, si comprende l’importanza e il loro benefico effetto?

Con l’invito, la sapienza propone un’opportunità “all’inesperto” e, addirittura, a chi è privo di senno; ella dice: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato”. Costoro, nonostante la loro limitazione, sono i destinatari dell’attenzione della sapienza. I meno favoriti non sono messi da parte, ovvero scartati perché ritenuti incapaci o indegni e verso i quali non vale la pena investire ma, al contrario, sono oggetto di attenzione e considerazione.

In tal modo la sapienza mostra se stessa carica di amore e di bontà verso tutti, indistintamente. Non chiede nulla in cambio; inoltre non agisce per necessità perché non deve svolgere un compito che gli è stato affidato, ma soltanto per il bene del destinatario, con gratuità e disinteresse – senza attendere alcun tornaconto personale – ; in altre parole, la sapienza agisce solo per autentico amore, nell’esercizio della carità.

In effetti, essa è emanazione di Dio verso la sua creazione e gli uomini, chiamati a partecipare della sua gioia e pienezza di vita. Avvicinarsi e immergersi in essa porta a raggiungere la meta dell’esistenza.

La condizione è quella suggerita alla fine della lettura: “andate diritti per la via dell’intelligenza”. Legare la vocazione alla pienezza di vita – meta e senso ultimo dell’esistenza – più volte delusa dai vari tentativi umani – nel cammino proposto dalla sapienza, e alimentarsi di tutta la scienza che essa offre, è seguire la via dell’intelligenza, ossia della capacità di unire gli elementi che essa mette a disposizione, in un quadro di senso e di iniziative che permettono di raggiungere la meta

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Intelligenza che confida e riflette su ciò che è donato e offerto dalla sapienza. In questo senso, l’intelligenza agisce come atto secondo, che impegna e prodiga le proprie risorse intellettuali e il raziocinio di cui dispone per declinare, nelle molteplici e diverse circostanze della vita, gli stimoli e i suggerimenti della sapienza stessa.

Non è così facile, come sembra, accettare a cuore aperto e fiducioso tale cammino, nonostante i presupposti e le promesse. Solo il riconoscimento del proprio limite – facendo verità su se stessi – permette di entrare nella casa della sapienza e sperimentare quello che promette.

È richiesta una forte dose di umiltà e di accortezza, come indica la seconda lettura.

 

2a lettura (Ef 5,15-20)

 

Paolo raccomanda ai destinatari della lettera di porre “attenzione al vostro modo di vivere”, affinché non ci sia scollamento o contrapposizione fra la sapienza di Dio, manifestata nella persona, nella pratica pastorale, dalla consegna di Gesù Cristo e le loro scelte che determinano lo stile di vita giornaliero. In effetti, tra la fede e l’etica c’è un nesso inscindibile che garantisce l’autenticità e la verità dell’esistenza, orientata in modo adeguato e corretto alla pienezza di vita.

È un aspetto attuale anche per la pratica pastorale odierna. L’aver ridotto la fede ad alcune pratiche religiose, molte volte tradizionali e abitudinarie, slegate da un serio impegno di vita – che si traduce in comportamento audace e coraggioso in difesa del povero, dell’indigente, di ogni essere per un futuro più umano, nell’impiantare il diritto e la giustizia – oltre a banalizzare la religione motiva il comportamento individualista e un’anti-etica personale che sostiene il più forte a svantaggio del debole.

C’è un modo di vivere da stolti o da saggi; la scelta è alla portata di tutti e richiede la motivazione e la determinazione nel perseguire l’obiettivo proposto. Nel caso dell’obiettivo cristiano, Paolo avverte che “i giorni sono difficili”, riferendosi alle condizioni sociali e culturali che costituiscono un forte ostacolo alla comprensione e all'accoglimento dell’annuncio. Pertanto, sappia il saggio, che determina di procedere nel cammino del Signore, che non incontrerà facile appoggio o aiuto.

Per acquisire e mantenere la saggezza è necessario fare buon uso del tempo, intrattenendosi “con salmi, inni, canti ispirati, cantando e inneggiando al Signore con il vostro cuore”. Si tratta di attivare nella vita personale, e della comunità, gli elementi che permettono lo sviluppo e la crescita dell’unione, la conoscenza e la familiarità con il Signore, in modo che il rapporto non venga meno, né si indebolisca per le prove e difficoltà della circostanza.

La comunità tutta, e ogni singola persona, avranno la condizione, da un lato di non cadere nella sconsideratezza, dovuta all’ignoranza, al non avere criteri per discernere, alla superficialità o all’indifferenza, e dall’altro lato potranno dirimere correttamente e comprendere con determinazione “qual è la volontà del Signore”.

Essi sapranno, creativamente, con audacia e coraggio, offrire indicazioni di salvezza, nelle molteplici e svariate situazioni sociali e personali, a chi è coinvolto con passione nella dinamica suscitata da essa. Tale coinvolgimento si ripercuoterà positivamente su loro stessi, perché l’autentico bene per il prossimo è, allo stesso tempo, bene anche per se stessi.

Mantenersi in tale condizione afferma la vittoria sul male e sulla tentazione; pertanto sorge spontaneo lodare Dio, “rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo”. L’unione con Cristo permette di comprendere la volontà del Signore e di interpretare gli avvenimenti e la storia con lo stesso criterio di Dio. Il rendimento di grazie è ovvio, per crescere nella comunione e familiarità con il Signore, vincendo la seduzione di proposte contrarie. In tal modo la salvezza si fa presente negli eventi giornalieri più comuni.

Nonostante tutto, il male e la tentazione continueranno, esercitando la loro forza e potere di seduzione, per cui è facile lasciarsi andare a momenti di delusione, scoraggiamento, isolamento e sofferenza, all’ubriachezza, alla perdita del controllo di sé – alla condotta da stolto -, se non si assumono gli opportuni provvedimenti indicati dall’apostolo.

Pertanto, Paolo esorta: “Non ubriacatevi di vino, che fa perdere il controllo di sé”, per il conseguente grave danno che si arreca a se stessi e a chi vive accanto. La resistenza e la tenacia nella prova non s’improvvisa, è frutto di un lavoro paziente e costante nell’esercizio della fiducia nel Signore, superando ostacoli come quelli indicati nel vangelo.

 

Vangelo (Gv 6,51-58)

 

Il testo è la continuazione del discorso nella sinagoga di Cafàrnao. In esso Gesù afferma: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Con la precedente espressione “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo” suscita mormorazioni tra i Giudei, giacché si presenta come la salvezza che ogni uomo aspira con l’avvento del regno di Dio.

L’asserzione “e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” è particolarmente sorprendente, sconcertante, e merita molta attenzione. Dirà Giovanni: “Il Verbo si è fatto carne”(1,14). Per carne intende la persona corrotta al livello infimo; il Verbo l’assume, pur non avendo niente a che vedere con essa. Lo fa perché necessario al processo di liberazione e di redenzione della persona e dell’umanità.

Questa stessa carne, motivo di lotta interiore perché ha tentato sempre di farLo conformare ai suoi dettami, lo porterà alla croce, per non essersi mai piegato alle sue esigenze. Infatti, gli uomini aspettavano un Messia ben diverso da quello che Gesù era. Anzi, peggio, lo ritennero blasfemo e ateo e, pertanto, meritevole di morte. Con la sua resistenza Gesù non permise che il potere della carne – del peccato – prendesse il sopravvento sulla sua persona e fallisse la missione.

“Io darò la mia carne” si riferisce a quest’azione sacrificale “per la vita del mondo”. Anche il termine mondo indica tutto quello che, in virtù dell’allontanamento e della sfiducia nella promessa di Dio, si è separato e messo in contrapposizione al Signore stesso. Per questo motivo la realtà umana, e la creazione in generale, si trovano in uno stato deplorevole.

Come Gesù rappresenta tutta l’umanità, la crocifissione della carne in lui – la sua crocifissione – è la vittoria sul peccato di tutti gli uomini, dell’umanità e della creazione. Ecco, allora, l’evento di liberazione e rigenerazione per mezzo del quale Dio rende giusti tutti gli uomini. Dalla fedeltà di Dio alla promessa proviene la fiducia – la fede – degli uomini nell’accettare tale dono, sentirsi liberati dalla sfiducia, dal disinteresse, dalla superficialità, e rigenerati a nuova vita.

Il pane è l’alimento della vita. “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”. Mangiare di questo pane è fare memoria e con esso “nutrirsi” dell’evento della sua morte e risurrezione, attualizzato nell’Eucaristia.

Immediatamente dopo la consacrazione si professa: “Annunciamo la tua morte, proclamiamo la tua risurrezione, vieni Signore Gesù!”.

Valorizzare, approfondire e credere nell’efficacia dell’evento è partecipare della vita eterna, che la morte non può distruggere.

L’affermazione – “Chi mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” suscita negli uditori una reazione di sconcerto maggiore delle precedenti, data la portata e la novità; “Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: Come può costui darci la sua carne da mangiare?”.

Gesù non spiega il come, pur consapevole delle enormi difficoltà di ordine umano e religioso per la comprensione e accettazione di questa affermazione. Nonostante tutto, ripete quanto detto, con energia e determinazione, specificando l’enorme differenza fra chi non mangia e beve coscientemente (per la fede) la sconcertante realtà del suo corpo e sangue: “se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”, da chi, invece, mangia: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

Quello che Gesù chiede è la fiducia, e garantisce la verità delle sue affermazioni in virtù dell’unione con il Padre dal quale è inviato: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”.

Elenca gli effetti di tale fiducia: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno (…) rimane un me e io in lui (…) vivrà per me”.

È fondamentale il riferimento agli effetti della morte e risurrezione nella celebrazione della messa. Credere in essi, in termini di perdono dei peccati, di ristabilimento dell’alleanza e di partecipazione alla vita eterna, ossia di trasformazione e rigenerazione della persona, esige la stessa fede che è necessaria nel credere alla trasformazione del pane e vino in corpo e sangue di Cristo.

Purtroppo siamo abituati a porre l’attenzione sul secondo aspetto – la presenza reale di Cristo nel pane e nel vino -, trascurando del tutto il primo. È uno scollamento che si paga a caro prezzo. Esso è causa di tante “comunioni” che vanno a vuoto. Infatti l’evento della morte e risurrezione viene svuotato di senso; non è un evento che tocca, oggi, la struttura intima della persona, ma è ridotto a una semplice informazione su ciò che è avvenuto, in passato, nella persona di Gesù. Così si toglie l’efficacia di vita eterna al pane, anche se oggettivamente – alla luce della fede – è il Corpo di Cristo.

 

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