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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gs 24, 1-2a.15-17.18b)

Finito il tragitto nel deserto e attraversato il fiume Giordano, il popolo d’Israele entra nella terra promessa. Mette piede nel paese che Dio gli consegnerà quale compimento della promessa fatta all’uscita dall’Egitto. In quel luogo il popolo eletto, liberato dalla schiavitù, stabilirà la nuova società, darà consistenza e stabilità al nuovo popolo di Dio, rispettoso delle norme dell’Alleanza sul monte Sinai basate sulla giustizia e sul diritto, in modo di essere riferimento e modello per tutti i popoli della terra.

Nel prenderne possesso, Giosuè raduna tutte le tribù d’Israele a Sichem, convoca gli anziani, e propone a tutto il popolo: “Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il fiume oppure gli dei degli Amorrei, nel cui territorio abitate

La terra nella quale stanno per entrare è abitata dagli Amorrei, che eserciteranno il loro fascino e la loro attrazione sul popolo d’Israele. Per questo motivo, cosciente della debolezza e dell’inconsistenza della fiducia del popolo nel Signore dell’Alleanza, vistosamente rilevate durante la traversata nel deserto, Giosuè vuole che di nuovo, e solennemente, il popolo e gli anziani rinnovino il loro impegno, in modo cosciente e libero.

Vuol capire se l’esperienza del deserto, e l’arrivo nella terra promessa, ha consolidato e dato fermezza alla fiducia nel Signore. Egli anticipa che, da parte sua, non ci saranno dubbi né tentennamenti: “Quanto a me e alla mia casa serviremo il Signore”.

Il popolo manifesta volontà e determinazione: “Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri déi!”. Il motivo di questa scelta è la lettura degli eventi storici nei quali ha sperimentato l’azione del Signore a suo favore. Ha constatato che il Signore ha camminato al suo fianco: “ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d’Egitto (…) ha compiuto quei grandi segni (…) ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso”.

Il popolo dà testimonianza di Dio presente nella storia e operante nel cammino giornaliero; interpreta tutti gli avvenimenti alla luce dell’Alleanza e della promessa del Signore e conclude: “ Perciò anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio”.

Cosicché, fare memoria di Dio è raccontare gli eventi storici che hanno manifestato il suo agire, con braccio teso e mano forte. Non si tratta, in primo luogo, di concetti, di idee o di speculazioni intellettuali sulla realtà di Dio, atte a determinarne le sue caratteristiche personali e penetrare nel mistero della sua essenza, ma di azioni, che per la loro efficacia, manifestano la sua bontà e amore.

Infatti, il credo del popolo eletto è una successione di eventi storici, mentre il credo cristiano, quello recitato durante la Messa, è una serie di concetti intellettuali frutto della riflessione e speculazione di grandi teologi. Esso riguarda una serie di affermazioni relative alla Trinità ed alla Chiesa, espresse con termini la cui comprensione richiede una conoscenza specifica di ordine filosofico e teologico e, pertanto, non alla portata di tutti.

Questa differenza ha fatto sì che la teologia sia ritenuta attività di persone specializzate e con grandi capacità intellettuali; di conseguenza il popolo, evidentemente, resta lontano da essa perché si ritiene impreparato e incapace di formarsi un’idea certa sull’azione di Dio nella storia e sugli avvenimenti che accadono.

Gesù rimuove questo ostacolo quando, con determinazione, esorta la gente comune che accoglie il suo insegnamento e l’annuncio dell’avvento del Regno a discernere nella storia e negli avvenimenti i segni dei tempi: “Diceva alle folle: ‘Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Arriva la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Farà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12,54-57).

Si tratta di giudicare la storia personale e sociale in sintonia con la filosofia dell’amore – chiave interpretativa dell’avvento del Regno – di cui il Signore è maestro e testimone.

Evidentemente è anche il criterio per giudicare il rapporto uomo – donna della seconda lettura, come germe autentico della terra promessa.

 

2a lettura (Ef 5,21-32)

 

Paolo tratta del rapporto moglie – marito avendo come sfondo il “timore di Cristo”; scrive a chi ha compreso la filosofia, lo stile di vita, l’attività pastorale e la consegna che Cristo fa di se stesso per il fine della missione alla quale è stato inviato.

La conversione personale, e la corretta comprensione dell’evento, suscitano nel credente un timore reverenziale, proprio di chi, per l’adesione al dono offerto da Cristo e per la gratitudine dei suoi benefici effetti, si preoccupa – ecco il timore – di agire in totale sintonia con l’insegnamento di Cristo, evitando anche la minima inosservanza. È la stessa preoccupazione dell’amante con l’amata, nell’intento di non compiere azioni che le sono sgradite, con attenzione anche ai dettagli.

In questo quadro Paolo afferma: “siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore”. Alla sensibilità odierna il termine “sottomessi” non suona bene: troppi abusi hanno trovato in questo termine giustificazione o appoggio. Abusi che non hanno niente a che vedere con il timore di Cristo, come ad esempio la violenza, l’arroganza, la prepotenza e altro, ossia, il contrario del timore di Cristo.

L’impressione negativa del termine sottomesso, pur applicato al rapporto Cristo-Chiesa, sul parallelismo marito-moglie, è dissolta dalla consapevolezza che si tratta di sottomissione nell’amore, ossia sottostare alla legge dell’amore, il cui effetto è opposto all’abuso di cui sopra.

Infatti, continua l’apostolo: “E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”, il cui effetto è “renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga (…), ma santa e immacolata”. La sottomissione nel timore di Dio produce tale effetto, per l’azione e l’efficacia della parola che attiva nel credente il processo di santificazione, purificazione e glorificazione.

Centrale, quindi, è la sottomissione dei due alla parola: “Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”. Dal punto di vista del sacramento, nel momento in cui gli sposi pronunciano la formula di rito, gli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo fanno si che “muoia” il(la) figlio(a) e, immediatamente, “risusciti” lo(la) sposo(a), in virtù dell’amore di Gesù Cristo che potenzia quello umano degli sposi per sintonizzarli con la realtà del Regno, nell’esercizio della fedeltà. Ecco, allora, il carattere di indissolubilità del vincolo, realtà da coltivare giornalmente e in ogni circostanza.

“Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” Per mistero l’apostolo intende l’immersione totale, come il pesce nell’acqua, nel dono di Dio per la morte e risurrezione di Cristo, – la parola fatta azione – che, in maniera misteriosa, crea tutte le condizioni, nel marito e nella moglie, per attualizzare e vivere lo stesso amore per il quale Cristo continua a donarsi nella sua Chiesa per mantenerla santa, purificandola dal peccato e dalle imperfezioni e rendendola gloriosa, perché partecipe della vita eterna e immacolata.

Quello che Cristo ha operato con l’evento pasquale a favore della Chiesa e dell’umanità, si attualizza e opera nel rapporto moglie-marito; in effetti, il macro e il micro partecipano della stessa realtà.

In tal modo, il corpo santificato diventa l’elemento d’unione, il mezzo di comunicazione e d’espressione dell’amore; “i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso”. Infatti, l’amore per l’altro, sorretto dalla parola, è, allo stesso tempo, anche amore per se stesso. È amore che nutre e cura, “come Cristo fa con la sua Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo”.

In quest’ottica si apprezza e comprende la profondità e caratteristica del matrimonio cristiano come patrimonio da valorizzare. (Sappiamo, tuttavia, che non sempre la pastorale di preparazione al matrimonio soddisfa tale esigenza fondamentale).

Mettere al centro la Parola, e aver fede in essa, permette di vincere le difficoltà, come indicato nel vangelo.

 

Vangelo (Gv 6,60-69)

 

Continuando il racconto di domenica scorsa, il testo riporta le reazioni dei discepoli alle sorprendenti affermazioni di Gesù: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla!”. Lo sconcerto non è solo dei Giudei, ma investe i discepoli stessi, la cerchia dei seguaci di Gesù, che si trovano spiazzati riguardo alla fiducia da riporre su affermazioni difficili da comprendere e da accettare.

Gesù percepisce la portata della loro difficoltà: “Questo vi scandalizza?”. Per la Legge, bere il sangue e mangiare il corpo, sono un abominio inconcepibile, oltre al non poter comprendere come ciò possa avvenire. Infatti, chi può accogliere disposizioni contro la Legge? Sarebbe mettersi contro Dio.

Gesù non spiega come può dare il suo corpo e sangue né perché non rispetta la Legge del tempo, anzi si pone contro essa. Si appella all’evento escatologico degli ultimi tempi, nel quale vedranno il Messia, il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, affermando la provenienza dal Padre: “E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?”, per chiedere la fiducia in Lui e nella sua Parola.

Fiducia possibile solo nello Spirito Santo: “E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e vita”. Le parole sono di Cristo, ma il maestro interiore, che istruisce e convince, è lo Spirito. L’azione dello Spirito è predisporre lo spazio, nella mente e nel cuore, alla parola del Signore, al fine di accoglierla come veritiera, pur nella sua paradossalità dal punto di vista umano. Ciò richiede profonda umiltà, nel senso di avvantaggiare la verità di Dio su quella percepita dai sensi e dall’intelligenza.

Quest’atteggiamento, dono del Padre, è il modo di attrarre le persone alla comunione con Cristo: “Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre”. Cosicché l’unione con il Padre nello Spirito è il fondamento delle sue affermazioni. Non c’è molto da spiegare, resta solo da credere e avere fiducia.

Quest’ultima è proprio quella che viene a mancare; “Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui”. Gesù si accorge della sfiducia e perplessità dei dodici e afferma “Volete andarvene anche voi?”’. È un’espressione molto forte che tra l’altro manifesta la radicale solitudine di Gesù rispetto alla comprensione del gruppo.

È sorprendente e impressionante rilevare come Gesù sia disposto a perderli in nome della verità. Proprio Lui, che li aveva scelti personalmente, è disposto a rimanere nella totale solitudine. Per poi ricominciare tutto d’accapo?

Un atteggiamento del genere, dal punto di vista umano, indubbiamente spaventa, se non trasmettesse la certezza della sua irrinunciabile comunione con il Padre, per la forza dello Spirito, e la certezza della coerenza alla missione per la quale fu inviato.

Il rapporto di Gesù con i discepoli si riveste di solitudine. La solitudine è la purificazione dell’amore da ogni possibile contaminazione e, allo stesso tempo, l’affermazione della verità e della vita nel motivo che la fa emergere.

Al riguardo, più drammatico ancora sarà l’evento della croce: l’abbandono del Padre. Solo la certezza della fedeltà del Padre alla promessa, e la percezione della “potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16) – la missione e la consegna per amore – lo sosterrà nell’ultimo e qualificante atto di fede: “Nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46).

Al punto più alto della crisi, nel più profondo degli abissi, lo Spirito fa scattare un barlume in Pietro che, a nome dei dodici, risponde: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.

Tuttavia, questa affermazione conoscerà l’umiliazione del venerdì santo e sarà rinnegata. Nonostante, l’aver seguito Gesù, pur nei limiti della loro comprensione e capacità, si manifesta il barlume dello Spirito per superare la difficoltà di un momento particolarmente difficile e complesso.

È l’esperienza comune nella vita di molti cristiani, incluso quella dell’umiliazione del venerdì santo. Su tutto prevale il dono della promessa: la grazia.

 

 

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