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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 4,1-2.6-8)

Da Dio ci si aspetta ogni bene e vita in abbondanza, perché è Signore della vita. Quando l’esistenza fisica è in pericolo, quando il vivere giornaliero diventa vuoto e senza senso, quando si ha poca o nessuna stima di se stessi o il peso dei propri limiti umani e morali diventa insopportabile, ci si rivolge a Lui, dal quale tutto ha origine, in attesa di segno, e qualcosa che dia una svolta, come fosse una rinascita.

Il credente si domanda, di fronte al "silenzio di Dio", perché non si fa presente e lascia correre, se è Padre e veramente ama tutti come figli. Nell’orizzonte più ampio, tale “assenza” e la consistente attività del male, dell’ingiustizia e della morte prematura di molti innocenti, fanno sì che l’aver riposto in Lui la propria fiducia creano un tale sconcerto da far dubitare della sua stessa esistenza.

Il popolo d’Israele, nell'atto di entrare nella terra promessa dopo la traversata nel deserto, e dovendo organizzare la nuova vita in sintonia con i termini dell’alleanza, in modo da raggiungere risultati apprezzabili e soddisfacenti, riceve da Mosè le opportune raccomandazioni.

In primo luogo, è necessario disporsi convenientemente all’ascolto: “Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno”. È molto più che udire soltanto; l’ascolto coinvolge tutta la persona: cuore, anima e mente con l’energia e la volontà di cui si dispone. Presuppone anche la passione per la ricerca di ciò che è giusto e corretto, umilmente coscienti che la risposta adeguata viene da fuori ed è donata, non semplicemente frutto del proprio impegno.

L’applicazione delle leggi e le norme hanno la specifica finalità di giustificare l’obbedienza, “perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi”. Vivere possedendo la terra è un modo per dire: pienezza di vita, raggiungimento della pace e dell’armonia con tutto e con tutti, come dono del Signore.

Infatti, il Signore sta per dar loro il territorio e le condizioni per raggiungere l’obiettivo di fare della terra promessa il luogo della permanente liberazione dal male e dal peccato, mediante l’osservanza delle sue direttive.

L’atteggiamento corretto, riguardo alle norme e alle leggi, è: “Non aggiungete nulla (…) e non togliete nulla; ma osserverete i comandi del Signore”, nell’impegno alla piena comprensione dell’importanza, del significato e della loro finalità. La loro osservanza non è mera e letterale esecuzione del testo, ma creativa e audace elaborazione di atteggiamenti e pratiche corrispondenti, in sintonia con lo spirito e la finalità da raggiungere.

Il soddisfacente risultato “sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli”, suscitando la loro approvazione e ammirazione; “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”. Mosè si propone di informare e trasmettere al popolo il patrimonio messo a loro disposizione, affinché le persone e le autorità siano motivate a investire tutte le proprie energie intellettuali nell’aderire alla Legge e organizzare la vita personale e sociale in sintonia con essa.

Ricorda loro come la vicinanza e l’azione del Signore è straordinariamente superiore a quella degli dei delle altre grandi nazioni: “Infatti, quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?”; una ragione in più per affidarsi, con convinzione, all’ascolto della legge e alla sua pratica.

L’ascolto della parola è imprescindibile anche oggi. Esso è il primo atteggiamento del discepolo, che è tale perché ascolta il maestro. Dalla qualità dell’ascolto dipendono la formazione della coscienza, l’adesione ai valori, i criteri di discernimento, la convinzione e determinazione dell’agire.

La seconda lettura riprende questi aspetti.

 

2a lettura (Gc 1,17-18.21b-22.27)

L’apostolo rassicura i membri della comunità sul dono perfetto e immutabile che procede dal Padre, creatore della luce. In tal modo essi hanno la certezza dell’azione – “buon regalo e dono perfetto” – costante e fedele da parte del Padre nei loro confronti.

“Per la sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità”. La parola è l’elemento fecondante della nuova realtà; essa fa sorgere nel profondo la coscienza della trasformazione, rigenerazione e rinnovamento di tutta la persona. In essa, precedentemente sottoposta al male e vinta dal peccato, sorge una nuova persona, completamente liberata dalla schiavitù.

Per di più percepisce la sintonia e comunione con Dio, per la rinnovata alleanza da essa stessa trascurata – come se ritornasse agli effetti più coinvolgenti e profondi del primo amore – e, infine, partecipe della vita eterna, anticipo della gloria di Dio che si manifesterà alla fine dei tempi.

“per essere una primizia delle sue creature”. Tale capovolgimento personale e la coscienza di nuova creatura, sono la primizia del “buon regalo e dono perfetto” di Dio Padre; sono i primi frutti degli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo, del processo per il quale l’umano si divinizza. Questa condizione è l’inizio del cammino che, crescendo in qualità ed estensione, abbraccerà l’umanità intera e la creazione tutta. Esse saranno percepite nell’orizzonte degli stessi sentimenti di Dio, perché destinate alla gloria finale in Lui.

Ecco, allora, l’esortazione dell’apostolo: “Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza”. È un accogliere senza resistenza, anzi con convinzione e gratitudine gli effetti della Parola. Non è semplice né facile accettare il dono, del quale ci si ritiene assolutamente indegni e immeritevoli e, per di più, senza percepire segni o effetti sensibili dal punto di vista delle categorie umane.

Per fare un paragone, è sulla scia delle stesse difficoltà che incontriamo rispetto all’efficacia delle parole della consacrazione del pane e del vino: senza comprendere come ciò avviene e senza nessun tipo di riscontro consono all’esperienza umana, affermiamo la realtà e gli effetti della consegna di Gesù e del suo corpo e sangue. Perciò la docilità è frutto dell’umiltà e della fiducia nella Parola.

La Parola è Cristo stesso. Essa riguarda tutto ciò che ha fatto ed insegnato, come rappresentante e mediatore di ogni persona e dell’umanità tutta davanti al Padre e viceversa. In virtù di tale ruolo, gli effetti della sua morte e risurrezione sono oggettivamente impiantati nelle persone, per cui l’apostolo Paolo può affermare: “la Parola è stata piantata in voi”.

La sua efficacia “può portarvi alla salvezza”. La possibilità è legata all’atto di fede della persona. Senza il consenso e l’adesione di cuore e di mente – appunto la docilità – la salvezza rimane inefficace perché essa è sempre incontro con il Signore nell’amore vicendevole: da un lato suo dono e dall’altro risposta dell’uomo. È anche la caratteristica della dinamica dei sacramenti e della percezione della loro efficacia.

Il segnale concreto – visibile e constatabile – dell’efficacia della salvezza è ritornare a Dio il dono ricevuto. Come? Donare e trasmettere ai fratelli lo stesso amore che Dio prova nei nostri confronti; soprattutto ai poveri, ai deboli, alle persone più esposte al sopruso dei prepotenti quali gli orfani, le vedove e lo straniero. “Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove e non lasciarsi contaminare dal mondo”. In tal modo si compie la raccomandazione seguente: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi”.

L’illusione è propria di chi, gratificato con se stesso, ritiene d’aver raggiunto la salvezza. Basta ricordare che la salvezza, in effetti, è un dono per tutta l’umanità, così come lo fu per tutto il popolo d’Israele liberato dalla schiavitù dell’Egitto. In cammino verso la patria definitiva, la terra promessa – il regno di Dio – si coltiva e si cresce nella libertà donata con la morte e risurrezione di Cristo e attualizzata nell’Eucaristia, nell’amore: liberi per amare.

L’amore sincero segue un criterio sempre audace e creativo, pur di restituire speranza e riscattare la dignità a chi ne è privato, come mostra il Vangelo.

 

Vangelo (Mc 7,1-8.14-15.21-23)

Gesù entra in aperta polemica con i farisei – rigorosi esecutori, fin nei minimi dettagli, della Legge – sostenuti dai loro teologi, gli scribi. L’opportunità è offerta dal non compimento, da parte dei discepoli, di precisi obblighi legali riguardo alla purificazione. Questi chiedono a Gesù: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con le mani impure?”.

L’importanza della purezza legale è strettamente legata con l’ammissione nel regno di Dio con l’arrivo del Messia. Solo i puri entreranno nel regno, gli altri saranno irrimediabilmente esclusi. In altre parole, quello che è in gioco è la salvezza. Se poi a ciò si aggiunge il criterio del merito, nel senso che più perfetto è il compimento della legge più si acquistano meriti per la salvezza, si capisce come il non rispetto delle norme sia per loro motivo di scandalo.

Gesù risponde citando il profeta Isaia e tacciandoli d’ipocrisia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”, ossia l’abituale divario fra il dire e l’adesione autentica, congruente. Perciò ogni adesione che corrisponde solo all’esercizio dal culto e all’osservanza della lettera delle norme è vana, inutile e ingannevole; per Gesù costoro “Invano mi rendono culto”.

Ciò è tanto più grave perché essi pretendono di far passare come precetti divini questo loro modo di pensare e agire; Gesù, però, ritiene tutto ciò semplicemente come “dottrine che sono precetti di uomini”, perché “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”.

Evidentemente, il comandamento trascurato è quello della giustizia e del diritto, con la conseguenza di fuorviare assolutamente dal senso e dalla finalità della Legge in quanto il precetto divino è ridotto a norme semplicemente umane. Gli uomini, soprattutto i teologi e le autorità del popolo, possono svuotare dall’interno il precetto divino con un uso manipolatorio o totalmente inadeguato dello stesso.

Allontanarsi dal senso e dalla finalità dell’alleanza, o peggio, porre il precetto divino al proprio servizio, significa disporsi a coltivare un cuore impuro, proprio di chi cerca la soddisfazione dei propri interessi a discapito del bene della collettività e del bisogno delle persone, soprattutto le più esposte al sopruso, quale le vedove, gli orfani e gli stranieri. È la manifestazione dell’infedeltà all’alleanza.

Segno di un cuore impuro, perché pieno di proposito di male, ne sono gli effetti: “impurità, furti, omicidi, adulteri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”. Il popolo, invece di instaurare un nuovo ordine sociale nel diritto e nella giustizia, invece di sviluppare rapporti profondamente umani, fraterni e solidali, – realtà sempre più prossima al regno di Dio -, affonda nel contrario.

Tutto si deve a non aver interiorizzato nel cuore il senso profondo e la finalità della Parola. Infatti, superficialità, disinteresse, indifferenza, manipolazione per interesse proprio, opportunismo, ecc., allontanano dalla comunione sincera con il Signore.

Il mero intrattenere un rapporto cultuale di dovere personale e obbligo sociale con Dio, non serve per vivere la libertà di cui Egli ci ha fatto dono, con la sua Parola nell’antico testamento e, ancor più, con l’insegnamento, la pratica e l’evento della morte e risurrezione di Gesù Cristo nel nuovo.

La libertà nasce dal cuore trasformato, rinnovato e purificato dall’amore gratuito e disinteressato. È libertà per amare creativamente e con audacia, affinché tutti abbiano vita e l’abbiano in abbondanza, rispettando il loro credo, la loro cultura e facendo di essi stessi un dono; ovvero agendo a imitazione dello stile di vita e filosofia di Cristo, con chi condivide la nostra vita quotidiana, con l’umanità tutta e il creato.

 

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