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di Sergio Tanzarella*

 

Caro Nunzio, non ti saranno certo mancate lettere e manifestazioni di solidarietà in questi giorni roventi, ma io voglio manifestarti la mia in modo pubblico non solo per la viltà degli sberleffi e delle accuse contro di te, ma perché i temi oggetto delle tue osservazioni impongono che si vada oltre una corrispondenza privata.

Sono temi che, con non pochi colleghi, abbiamo condiviso con te in tanti anni di insegnamento nella nostra Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Una condivisione che non era una pura esercitazione accademica, ma aveva ed ha dirette conseguenze nella vita. Le tue parole di questi giorni riguardo ai migranti e alla politica italiana, che tante immotivate e piccate reazioni hanno suscitato tra politicanti e opinionisti, a me appaiono ispirate semplicemente dalla parresia. Cioè da quell’impegno per il cristiano di dire le cose come stanno, senza paludamenti, senza calcolo, senza diplomazie. La vera accusa che ti si muove è, in fondo, proprio contro la parresia. È la stessa accusa che si sollevava contro i profeti quando denunciavano l’ingiustizia e il sistema che la creava! Vorrebbero che noi ci occupassimo al più di acqua santa e di aspersioni in luogo di farci carico di dar da bere a chi muore di sete e creare le condizioni strutturali e permanenti perché l’acqua arrivi a tutti. Che vivessimo un cristianesimo devoto e gratificante, pago del possesso geloso dell’identità, un cristianesimo che pretende di usare la croce come una clava da dare sulla testa di chi vuole salvarsi dal naufragio, di chi ha l’ardire di presentarci il conto della nostra economia di morte che produce miliardi di impoveriti e derubati.

Da oltre 20 anni la migrazione dei popoli sta progressivamente interessando il Mediterraneo; non è un fenomeno né improvviso né imprevedibile. I politici italiani e gli intellettuali salottieri e televisivi lo hanno affrontato negando gli stessi affondamenti (ricorderai con quanto impegno il governo volle negare la tragedia dei poveri affogati di Portopalo del Natale del 1996) e lasciando ampio spazio alla demagogia e alla propaganda. Intanto una moltitudine di persone (donne e uomini, bambine e bambini) o affondava nel Mediterraneo trasformato in un mare di morte dalla fortezza Europa o riusciva a sbarcare in un’Italia in cui Parlamento e governi, oltre un primissimo soccorso (e inizialmente nemmeno quello, come toccò nel 1991 agli albanesi reclusi in pieno agosto nello stadio di Bari), non erano capaci di fornire una concreta e dignitosa accoglienza attraverso leggi adeguate.

Tu tocchi proprio il nervo scoperto di una legislazione delle migrazioni punitiva, alla quale corrispondono circolari applicative ancora peggiori. La Turco-Napolitano, con qualche piccolo merito per il contrasto alla tratta degli esseri umani, apriva la porta della reclusione nei famigerati Centri di permanenza temporanea, dove la mancanza di un permesso di soggiorno si trasformava in un reato tale da privare della libertà personale. Quelle vergognose strutture carcerarie diventavano poi i Centri di identificazione ed espulsione con la legge Bossi-Fini e le sue circolari che di fatto rendevano la vita in Italia per il migrante una interminabile corsa ad ostacoli. Infatti affermi: «Abbiamo sempre scritto leggi che in buona sostanza respingono gli immigrati e non prevedono integrazione positiva. Prima la Turco-Napolitano e adesso la Bossi-Fini. Le pratiche per la richiesta di asilo sono lunghissime, un calvario la richiesta di permesso di soggiorno. Parcheggiamo gli immigrati qui e là in Italia».

Queste tue parole sono semplicemente vere, tanto vere che nessun governo può accettarle. Meglio fare algide difese d’ufficio come quella della vicesegretaria del Pd (e presidente molto part-time della Regione Friuli) Serracchiani che occuparsi concretamente degli esseri umani. Tu parli di permessi temporanei, e io ricordo che, era il 1994, presentavo una proposta di legge sui permessi di soggiorno stagionali. Una proposta mai discussa e trattata con sufficienza dai grandi “esperti” del Pds dell’epoca ai quali andava invece bene il decreto Dini con il mostruoso meccanismo delle espulsioni che aprì la strada alle pessime leggi prima ricordate.

Ma ciò che è più grave è che per oltre 20 anni i cattolici italiani hanno assistito inerti ad una continua seminagione di odio e di razzismo. È sufficiente ascoltare le tante registrazioni dei comizi dei Borghezio, dei Bossi, della Lega Nord (e oggi anche di un Grillo) e vedere le folle plaudenti, per comprendere quanto quelle parole di violenza e di intolleranza fossero destinate ad incidere profondamente nel sentire comune degli italiani.

Parole in grado di trasmettere una sindrome da invasione, una percezione sbilanciata e logori luoghi comuni che, complice la diffusa ignoranza, hanno prodotto una mentalità fondata sul rifiuto dell’altro. Altrimenti non sarebbe stata possibile la complessiva acquiescenza sull’infamia dei respingimenti in mare di cui l’Italia si è macchiata e per cui è stata sonoramente condannata e che è costata un numero incalcolabile di morti. E non si potrebbe sbandierare il valore della famiglia e non rendere i ricongiungimenti familiari dei migranti un diritto realmente fruibile come oggi non è! Ricordare questo a Pera – l’ineffabile ex presidente del Senato e persecutore del meticciato – non serve. La sua sicumera è pari alla sua dichiarata ignoranza, perché dice di non trovare «testi teologici impegnativi» tra gli scritti del papa e i tuoi. Evidentemente legge poco e male! È legato ad un’ideologia di cristianità, quella che Dossetti definiva un rottame inservibile. La sua affermazione sul fatto che gli altri non abbiano diritti, che non si abbia il diritto di vivere è indegna e non ha nulla a che vedere con il cristianesimo. Denuncia una «reinterpretazione del cristianesimo» ignorando cosa è la sua inculturazione. Pera è il rappresentante di un costantinismo orfano del potere come dominio religiosamente giustificato, teme che si interrompa il regime mai morto del collateralismo, che i cristiani escano dalle sacrestie e dall’ombra dei campanili, che finisca la clericalizzazione del cristianesimo, che non si inviti più alla rassegnazione di fronte all’ingiustizia. Erano le stesse accuse rivolte a Mazzolari, a La Pira, a Maritain, a Lazzati, a Dossetti, a Paoli. I nostri maestri. Pera dice solo una cosa giusta: che non ci sono differenze tra la sostanza delle parole di Francesco e le tue! Infatti le tue parole sono solo l’applicazione del magistero del papa. Però non attacca il papa, ma solo te. Vile è chi attacca te, ma tace ossequioso e ipocrita dinnanzi al papa.

Nel confermarti la mia stima e nell’incoraggiarti voglio ricordarti le parole di don Milani contro il «muro di carta e di incenso», che allora come ora ci circonda, parole che mi ripeto ogni giorno: «Il peggio che ci potrà succedere sarà d’essere combattuti da fratelli piccini con armi piccine, di quelle che tagliano la carriera. Ma son armi che non taglian la Grazia né la Comunione con la Chiesa. Il resto tenteremo di non contarlo».

*: Sergio Tanzarella, già deputato nella XII legislatura (1994-1996), è ordinario di Storia della Chiesa alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sez. san Luigi (Napoli)

Fonte: Adista Segni Nuovi n° 30/2015

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