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di Giuseppe Nadir Perin*

 

La “misericordia”, non è un’idea astratta, né indica un sentimento passeggero legato al momento in cui qualcuno ci chiede aiuto. Ma è un modo di essere della persona “misericordiosa” che si manifesta in ogni sua azione.

E’ l’essere e l’agire di Dio ( agere sequitur esse) che, con l’Incarnazione, si è reso visibile in Gesù Cristo, il figlio Unigenito del Padre.

La misericordia è l’essenza della rivelazione, perché s’incarna nel volto della persona Gesù Cristo. E’ lui che, nelle sue parole e nei suoi gesti, rende visibile l’amore del Padre, manifestando la vera rivoluzione che il Vangelo è in grado di compiere.

In tutta la storia della salvezza, la misericordia trova riscontro nel permanente agire di Dio. Essa si trasforma in “intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano” e che permettono di identificare Dio come colui che è responsabile nei nostri confronti. La misericordia costituisce l’essenza di Dio-Amore e indica la propensione di Dio verso i deboli, gli afflitti, i poveri, gli ammalati, i peccatori. In pratica verso tutta l’umanità che giace nella miseria della condizione umana, retaggio del peccato.

La misericordia mette in movimento il cuore di Dio, perché nel linguaggio umano, il cuore è propriamente il centro di irradiazione della misericordia, così come fa intendere la stessa parola nella lingua latina : “miseris cor : un cuore aperto verso i miseri.

 

Nella Bibbia, i termini usati per indicare la “misericordia” sono:

a)“rahamin” : letteralmente indica le viscere materne per esprimere che, nella misericordia di Dio verso il suo popolo, c’è una profonda componente di tenerezza.

Nel linguaggio biblico misericordia e tenerezza sono due parole intercambiabili, al punto che nella nuova traduzione dei salmi, là dove prima si leggeva “misericordia”, oggi si legge “tenerezza” (cfr Sal 103,11;13). Forse, si potrebbe semplicemente dire che la tenerezza è il filo d’oro di cui è intessuta l’umile stoffa della misericordia. Infatti, il termine “rahamin” (misericordia) esprime l’idea di compassione, di sofferenza con… di vivere la passione con…nel significato di “abbracciare visceralmente, con le proprie fibre interiori, la situazione dell’altro”.

b) “hesed” – che la versione greca dei LXX traduce con “éleos”– esprime l’idea che la misericordia di Dio è fedeltà amorosa ad un progetto di salvezza.

 

Nell’Antico Testamento, il termine hesed, indica la solidarietà alla quale sono vincolati i contraenti di un patto. Per questo viene spesso associato a fedeltà (1). La misericordia non viene intesa come un sentimento di pietà, ma come un “concreto soccorso” con il quale la parte in difficoltà viene aiutata a tornare dentro i termini dell’alleanza.

Quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, perché io sono misericordioso” (Es 22,26); “Aiutami, Signore, mio Dio, salvami per la tua misericordia” ( Sal 109,26).

La misericordia, quasi sempre è attribuita a Dio (2), ed indica la caratteristica che lo rende riconoscibile ed esprime l’azione concreta con la quale il Signore non solo recupera il suo popolo infedele, ma lo rinnova con il suo amore” ( cfr.Sof 3,17). “ Il Signore passò davanti a lui proclamando: Il Signore, il Signore Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà” ( Es 34,6; cfr Dt 4,32; Tb 3,11; Sap. 9,1); “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella misericordia e nell’amore” ( Os 2,21); “Perdona l’iniquità di questo popolo, secondo la grandezza della tua misericordia” ( Nm 14,19; cfr Ger 3,12; Sal 25,7)

Tutta la storia della salvezza, dalla creazione in poi, secondo il Salmo 136, è racchiusa nella hesed di Dio. Tutto è manifestazione della misericordia amorosa e fedele di Dio, perchè “eterna è la sua misericordia”.

Il Salmo 103 celebra l’amore di Dio per il suo popolo e sintetizza i tratti della misericordia di Dio: “Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Egli continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe. Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono… come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono” (Salmo 103,8-13).

Usare misericordia”, è proprio di Dio e in questo si manifesta la sua onnipotenza: “O Dio che riveli tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono”.

Il nome di Dio che viene rivelato a Mosè è quello di “misericordioso e paziente”. “Egli è colui che “ conserva il suo amore per mille generazioni” e che perdona la colpa” (Es 34,7). Ma, rivelando la sua compassione, Dio insegna agli uomini la via della misericordia.

Essi che hanno ricevuto misericordia, devono sapere imitare il cuore del Padre: “Uomo ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da Te: praticare la giustizia, amare la misericordia (hesed), camminare umilmente con il tuo Dio” ( Mic 6,8).

 

Nel Nuovo Testamento, anche se il termine “misericordioso” non è mai applicato a Dio e per indicare la misericordia di Dio si preferisce usare il termine “compassione(3), tuttavia sono due i misteri della storia della salvezza che possono dimostrare che il titolo “misericordioso” per Dio è il suo vero nome proprio, molto di più che uno dei suoi tanti appellativi, quali l’Onnipotente, l’Onnisciente, l’Eterno, l’Immenso.

Questi due misteri sono il Natale e la Passione di Gesù.

 

a) Il Natale è l’epifania della gratuita tenerezza di Dio fatta carne; è la trasparenza della sua indomita, generosa misericordia. A Natale registriamo la rivelazione dei tre segni di riconoscimento della “carta d’identità di Dio”: grazia, bontà, amore.

– La grazia, cioè l’ assoluta gratuità della divina misericordia, perché non c’è nessuna causa dietro l’amore di Dio che ne determini l’origine; perché non c’è nessun obiettivo davanti a lui che ne solleciti l’azione. L’amore divino è autosufficiente, basta a se stesso, come il fuoco che non può ardere e il sole che non può non risplendere e riscaldare.

– La bontà che è la premurosa, concreta, dolcissima benevolenza di Dio. Il Signore è stato buono con noi, non perché noi siamo stati buoni con Lui, ma perché siamo stati amati a prescindere. Infatti, “anche noi un tempo eravamo stolti, ribelli, corrotti, schiavi di molte passioni e di desideri malvagi. Vivevamo nella cattiveria e nell’invidia: odiosi agli altri e odiandoci a vicenda” ( Tt 3,3).

Il suo amore per gli uomini”. Noi non abbiamo fatto nulla che potesse piacere a Dio, ma Dio ci ha salvati perché ha avuto misericordia di noi” ( Tt3,5).

Questi tre tratti: “grazia, bontà, amore”, hanno un solo volto, quello della “tenerezza di Dio”.

La misericordia significa coinvolgimento interiore, partecipazione “sim-patica” e cordiale alla sofferta vicenda della persona cara, fino a considerare inconcepibile e del tutto intollerabile anche la sola idea che l’amata/o si possa rovinare e perdere irrimediabilmente.

A Betlemme Dio non vuole dominare la storia da posizioni di potenza, ma la vuole abitare da postazioni di libertà; non vuole combattere con tattiche di forza, ma perseguire la concordia con strategie di non-violenza. Dio si sacrifica per soccorrerci, non smania di annullarci. Non viene a pesare meriti e a distribuire premi e medaglie, ma viene a rispondere ai nostri reali bisogni.

Questa è la rivoluzione della tenerezza di Dio. Non è l’uomo che deve arrancare e strisciare pancia a terra per salire verso Dio, ma è Dio, invece, che si umilia nel discendere verso l’uomo. Non è prioritaria l’attesa di Dio da parte dell’uomo, ma la sorpresa dell’uomo da parte di Dio. L’uomo non è più costretto a sognare di essere il gigante di un volontarismo disperante o il titano di un ascetismo prometeico, ma l’umile mendicante dell’amore.

 

b) Ma se il Natale è la storia della Tenerezza incarnata, la Passione di Gesù è la rivelazione della Tenerezza crocifissa.

La sera in cui Gesù veniva tradito, non solo opera la trasformazione sostanziale del pane nel suo corpo e del vino nel suo sangue, ma prima ancora, grazie al suo Spirito, opera una trasformazione esistenziale : trasforma una violenza totalmente arbitraria in una dedizione totalmente gratuita. Ecco la rivoluzione della tenerezza: l’amore vince l’odio ed il perdono disarma la vendetta.

Nel Nuovo Testamento, il termine “misericordioso” viene sempre riferito a Gesù “sommo sacerdote misericordioso” ( Eb 2,17) specificando che la sua misericordia, nata dalla compassione/comprensione per la debolezza degli uomini, si traduce concretamente in un aiuto gratuito ed efficace: “per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno” ( Eb 4,16).

I misericordiosi sono tutti coloro che aiutano quanti sono in difficoltà ad uscire dallo stato di necessità nel quale si trovano.

Il termine “misericordioso” non indica, pertanto, il carattere compassionevole di una persona, ma si riferisce all’attività abituale e permanente di questa persona, che rende riconoscibile come “misericordiosa”: “Rivestitevi…. di sentimenti di misericordia (Col 3,12). Paolo definisce i credenti come “vasi di misericordia” ( Rm 9,23).

E’ da notare come, nella beatitudine, riportata da Matteo (5,7a) “Beati i misericordiosi”, cioè quelli che soccorrono, non viene proclamato “beato” un “sentimento misericordioso” che fa provare pietà o pena nei confronti di colui che soffre, bensì il comportamento di chi prontamente soccorre quanti sono nel bisogno eliminando o alleviando le cause della sofferenza. E tale comportamento del misericordioso non è frutto di sforzi penosi, bensì fonte di gioia: “chi fa opere di misericordia, le compie con gioia” ( Rm 12,8). Questo comportamento misericordioso è così essenziale per Matteo che lo colloca al centro delle tre “prescrizioni più importanti della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà” ( Mt 23,23), perché quello che rende accetti al Padre non è la pratica religiosa (il sacrificio a Dio) ma solo un amore vissuto (la misericordia agli uomini) nel quotidiano, simile al suo, qualunque sia il credo che uno professi.

Tu non hai voluto né sacrificio, né offerta, un corpo, invece, mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti, né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco io vengo –poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà” ( Eb 10,5-7) (cfr Sal 40,7-9).

Andate, dunque, e imparate che cosa significhi: misericordia io voglio e non sacrificio” ( Mt 9,13; cfr 12,7; Os 6,6).

Da sottolineare ancora è che, nella proclamazione della beatitudine, Matteo evita di dare indicazioni concrete sull’attività dei misericordiosi, proprio perché il loro ambito d’azione non resti limitato: né al fattore spirituale – il perdono –  (cfr Ef 4,32) né a quello meramente economico – l’assistenza – : “Chi pratica la misericordia concede prestiti al prossimo” (Sir 29,1a).

Per questo le opere di misericordia non sono un punto di arrivo, ma di partenza per un’attività che si estende a tutti quegli atteggiamenti che aiutano l’uomo ad uscire da situazioni difficili.

Affinché la “misericordia” dell’uomo nei confronti degli altri uomini assomigli alla misericordia di Dio, occorre che l’attività soccorritrice esercitata dagli uomini sia capace di concedere il perdono prima che questo venga richiesto e di superare le barriere contro l’“amore” innalzate dalle discriminazioni religiose, morali, cultuali, razziali, sessuali, arrivando ad essere disposti, come l’apostolo Paolo, a diventare “come fuorilegge pur di guadagnare coloro che sono al di fuori della legge” ( 1Cor 9,21).

In altre parole : il comportamento solidale tendente a rinnovare con l’amore (cfr. Sof 3,17b) la pratica della misericordia non deve mai umiliare quanti sono oggetto di aiuto.

Il soccorritore non è il forte che aiuta il debole, ma è colui che “si fa debole con i deboli” (1Cor 9,22) e “piange con quelli che sono nel pianto” (1Rm 12,15), perché solidale con chiunque si trova in difficoltà.

Per questo colui che è misericordioso non investiga sulle cause che hanno provocato lo stato di necessità di coloro che aiuta, né formula alcun giudizio morale nei confronti di coloro che sono oggetto della sua azione (Cfr Mt 7,1-5). Proprio come fece Gesù, che ha purificato il lebbroso senza chiedere i motivi della sua infermità che a quel tempo era considerata un castigo divino (cfr Mt 8,1-4; Nm 12,9-15; Lv 13,14,32); che al paralitico ha condonato tutti i peccati senza che costui gli avesse chiesto perdono (Mt 9,2-8).

Nella parabola del Buon Samaritano (Lc 10,30-37) che, incontrato un ferito ebreo, sul suo cammino, lo soccorre senza investigare sulle cause che lo hanno ridotto in fin di vita, l’evangelista Luca ci offre il modello di come dovrebbe essere praticato l’amore, totalmente gratuito e per questo simile a quello esercitato da Dio.

Colui che ha personificato la “misericordia” è Gesù Cristo, l’Unigenito Figlio del Padre che incarnandosi ci ha rivelato, cioè ha reso evidente, attraverso le sue parole e i gesti, l’amore del Padre, facendo della misericordia l’essenza della rivelazione di Dio: il Verbo, l’unico Figlio che è Dio, ed è in seno al Padre si è fatto uomo. E’  venuto dal Padre, pieno di grazia e di verità, per abitare in mezzo a noi “ e rivelarci, con le sue opere, il vero volto di Dio. A quanti lo hanno accolto, a quelli che credono nel suo nome, ha dato il potere di diventare figli di Dio, perché sono stati generati da Dio e non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo” (Gv 1, 12-18).

La sua Persona non è altro che amore. Un amore che si dona gratuitamente a tutti, senza distinzione. Le sue relazioni con le persone che lo avvicinano, manifestano qualcosa di unico ed irripetibile. I segni che compie, specialmente nei confronti dei peccatori, dei poveri, delle persone “escluse” dalla società, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in lui parla di misericordia. Nulla in lui è privo di compassione.

Gesù fa suo il dolore degli emarginati e degli esclusi dalla società del suo tempo, introducendolo nella sua carne e nella sua storia personale, pagandone il prezzo dell’esclusione e della maledizione.

 

Tutta la vita di Gesù è stata una vita “mossa a compassione”: “Egli sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati (Mt 14,14); “Sbarcando vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore e si mise ad insegnare loro molte cose (Mc 6,34); “Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare (Mc 8,2); “Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova e molta gente della città era con lei. Vedendola il Signore ne ebbe compassione…(Lc 7,12-13); “Gesù andava attorno per tutte le città e villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando la buona notizia del regno e curando ogni malattia ed infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9,35.36).

Ma, la compassione di Gesù, non è una reazione emotiva slegata dalle cause, ridotta ad un momento preciso e basata sul rapporto benefattore-beneficato, ma costituisce un suo modo di essere, nei confronti di chi si trova in difficoltà, che diventa una forma radicale di critica, nei confronti di tutti coloro (nessuno escluso) che con il loro comportamento provocano la situazione di dolore, di sofferenza e emarginazione dell’altro.

Con la sua vita “mossa a compassione” Gesù annuncia che ogni dolore deve essere preso sul serio, che nessuna ingiustizia e sofferenza deve essere “naturalizzata”, concepita cioè come qualcosa di normale o naturale, ma che l’ingiustizia e la sofferenza che provoca è sempre una situazione inaccettabile dall’umanità.

In Gesù la tenerezza del Padre prende un volto umano, si rende visibile. I suoi prediletti sono i miseri, i poveri, i peccatori, i malati che ricorrono a lui con il grido di speranza nel cuore: “Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di noi”.

Nel Vangelo, Gesù inculca nel cuore dell’uomo il senso della compassionevole misericordia, perché essa è la condizione essenziale per entrare nel Regno dei cieli (Mt 9,13;12,7).

La misericordia è il termometro della perfezione evangelica : “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48) e che Luca traduce “Siate misericordiosi così come è misericordioso il Padre vostro” ( Lc 6,36).

Il cristiano sarà giudicato in base alla Misericordia esercitata (cfr. Mt 25,32-46). Da qui il senso della beatitudine evangelica : “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”.

Dal momento che la misericordia viene identificata concretamente con la responsabilità che i credenti sono chiamati ad assumere nei confronti di tutti, ma soprattutto dei più poveri ed emarginati e di quanti vivono ai margini della strada della vita, nelle periferie esistenziali, per rendere credibile il Vangelo ai nostri contemporanei, c’è un’ulteriore domanda alla quale dobbiamo rispondere:

IL COMPORTAMENTO “MISERICORDIOSO” HA COME MOVENTE “L’ETICA DEL BISOGNO” O “L’ETICA DEL DOVERE”?

Per molti l’adempimento giornaliero e silenzioso del proprio dovere è segno di persona compita ed onesta. Mentre il dedicarsi alla felicità altrui, di chi è più sfortunato o per lo meno rendere la sua vita più sopportabile, potrebbe sembrare una perdita di tempo o un impegno troppo pericoloso, per il timore che l’altro rappresenti una “trappola” per la nostra sicurezza o sia un imbroglione o un ostacolo al nostro progresso o causa di rovina per nostri interessi.

Di conseguenza, il comportamento più normale, per la nostra società, è quello che ciascuno pensi ai fatti suoi e ai propri interessi.

Eppure, per un cristiano, il comandamento supremo che condensa e riassume tutti gli altri è il comandamento dell’amore (Gv 13,33-35). Tanto che i discepoli di Gesù si distinguono proprio per questo : “se hanno amore gli uni per gli altri” (Gv 13.35). S. Paolo lo afferma con la formula “la pienezza della Legge, infatti, è l’amore, perché l’amore non procura del male al prossimo ( Rm 13,10).

L’amore, più che un dovere, è un “bisogno” essenziale dell’essere umano e l’etica, fondata sull’amore è, a sua volta, fondata sui “bisogni” delle persone, prima che sul dovere.

Noi, come gli animali abbiamo bisogno di aria per respirare, di cibo per mangiare, di acqua per bere. Chi non respira, non mangia e non beve, finisce per intossicarsi, debilitarsi e quindi di morire. Anche gli animali hanno bisogno di affetto, ma l’amore è l’elemento specifico e necessario, il bisogno pressante e vitale per l’essere umano. Così vitale che chi non lo soddisfa, in modo debito, rischia di diventare un pazzo, un ammalato, un essere che semina morte e distruzione intorno a sé.

Noi abbiamo bisogno di amare e di ricevere amore! L’amore che gioisce e sopporta; l’amore che è capace di amare l’altro indipendentemente da…., cioè chiunque esso sia; l’amore che rispetta anche chi la pensa in modo diverso; l’amore che è sempre delicatezza, attenzione, disponibilità e tenerezza. L’amore che si dà a chi ne è privo .

Il comportamento di Gesù, descritto nei Vangeli, è molto eloquente: Gesù non ha mai agito per motivi di convenienza, ma unicamente per alleviare o risolvere i bisogni delle persone che a Lui si rivolgevano, non esitando per questo di mancare ai doveri imposti dalla Legge e dalla religione ebraica!

All’inizio della sua vita pubblica, quando i suoi familiari si accorsero dell’entusiasmo che suscitava tra gli “ultimi della società” – considerati tali dai capi religiosi – per le loro condizioni socio-economiche, culturali e persino religiose, o addirittura “maledetti” perché non conoscevano la Legge (Gv 7,49), andarono in cerca di Gesù perché pensavano fosse diventato pazzo ( Mc 3,21).

Numerosi sono i racconti in cui Gesù per porre rimedio ai bisogni delle persone, non esitò ad infrangere il dovere di adempiere a questo o a quel precetto religioso: * violazione del riposo del sabato ( Mc 2,23-28); *guarigione di un uomo dalla mano paralizzata in piena sinagoga e durante la celebrazione del sabato (Mc 3,1-5); *guarigione del malato di idropisia (Lc 14,1-6); *guarigione del paralitico della piscina (Gv 5,18); *guarigione del cieco dalla nascita ( Gv 9,1).

Gesù si giocò il suo prestigio, la sua credibilità, la sua immagine pubblica pur di rimediare alle necessità evidenti della povera gente, perché per poter agire, non ha aspettato il giorno seguente o il tramonto, quando non era più obbligatorio osservare il riposo sabatico. Per Gesù l’etica del bisogno veniva prima dell’etica del dovere ed aveva escluso dal suo comportamento l’etica basata sulla convenienza.

Per questo motivo i sommi sacerdoti, gli scribi e i farisei e gli anziani del Popolo videro in Gesù una minaccia ed un pericolo per la loro autorità, tanto da programmare la sua uccisione: “E, i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui (Gesù), in che modo farlo morire (Mc 3,6); Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio” (Gv 5,18); Mancavano due giorni alla festa di Pasqua e degli Azzimi e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con un inganno per farlo morire… ma non durante la festa, perché non vi sia una rivolta nel popolo (Mc 14,1-2).

Quando noi agiamo nei confronti del nostro prossimo, seguendo l’etica della convenienza, causiamo in quelle persone, “la morte di Dio”: perché l’uomo non può credere in Dio-Amore, se la “rivelazione” del “VOLTO DI DIO” viene offuscata dal comportamento di una Chiesa che non ha “volto umano”.

Solo dove c’è l’amore, siamo sicuri che lì c’è Dio. Ma, se non c’è l’amore nella nostra “coscienza” di uomini…, lì non c’è Dio; se non c’è l’amore nella convivenza umana, nell’abbraccio fraterno, nell’essere insieme, lì non c’è Dio; se non c’è l’amore nella dimensione sociale, nella dimensione politica del nostro creare la storia insieme, lì non c’è Dio.

E dove non c’è Dio non c’è “misericordia”.

 

Note:

(1) - In molti passi della Sacra Scrittura dell’A.T. il termine “misericordia” è associato al termine “fedeltà”: Gen 24,27,49; 32,11; 47,29; Es 34,6; Gs 2,14; 2Sam 2,6; 15,20; Sal 25,10; 26,3; 40,11.12; 57,4.11; 61,8; 69,14; 85,11; 86,15; 89,15; 108,5; 115,1; 117,1; 138,2; Pr,3,3;14,22; 16,6; 20,28; cfr Os 4,1; Mi 7,20.

(2) - Il termine “misericordioso” per ben 25 volte su 30, si riferisce a Dio, mentre il termine “misericordia” viene riferito a Dio per 370 volte (cfr. Es 22,26; 34,6-7; Nm 14,17-19; Dt 30,3; 2Cr 30,9; Ne 9,17.31; Tb 7,12; 2Mc1,24; Sal 86,5.15; 103,8; 11,4; 112,4; 116,5; 145, 8-9; Sir 2,11; Is 14,1; 30,18; 49,10.13; 54,7-8; 55,7; Ger 3,12; 32,18; Ez 39,25; Gl 2,13; Gn 4,2) designa un comportamento che tende ad eliminare uno stato di necessità

(3) - cfr Lc 6,36; 2Cor 1,3. Matteo impiega éleos (9,13; 12,7;23,23)

 

*: Giuseppe Nadir Perin è dottore in Teologia dogmatica presso l'Università Pontificia dell'Angelicum in Roma; specializzato in Teologia Morale all'Università Lateranense – Accademia Alfonsiana di teologia Morale; Diplomato in Psychiatric Nursing presso la Mental Health Division di Toronto; specializzato in scienze psicopedagogiche presso l'Università di magistero dell'Aquila.

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