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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 35,4-7°)

“Dite agli smarriti di cuore”… Il profeta si rivolge alle persone sconcertate e smarrite per quello che sta accadendo riguardo all’assedio dei nemici d’Israele. È in pericolo il presente e il futuro della nazione ed i capi stanno intessendo alleanze con altri popoli per fronteggiarlo, ma grande è l’insicurezza riguardo al successo e il timore di raggiungere sicurezza e serenità.

Il popolo è sconcertato anche perché non capisce il motivo per cui Dio non interviene direttamente e lascia che le cose vadano in quel modo, come se non vedesse, non fosse presente o, addirittura, si fosse dimenticato della promesse.

Ecco, allora, la voce del profeta: “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”.

 

L’intervento risolutivo di Dio, fedele alla promessa, sarà percepito dagli oppressori come vendetta, pur non essendo specificato in che cosa consista. Non necessariamente si deve pensare all’azione violenta, giacché non c’è racconto di essa nell’evento che seguirà. D’altro lato, la condizione in cui la nazione si trova è causata dall’allontanamento dai termini dell’alleanza, dal procedere senza prendere in considerazione le indicazioni e le esigenze di essa. Può darsi che la vita in abbondanza, l’armonia e la pace del nuovo popolo per compiere i canoni dell’alleanza diventino motivo di umiliazione dell’oppressore.

Dio chiede fiducia nel suo intervento e, con esso, promette una rigenerazione sorprendente: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi, e si schiuderanno gli orecchi ai sordi”. La persona sarà ristabilita nella sua integrità fisica, segno del riscatto anche a livello psicologico, morale e sociale. Essa si incontrerà pienamente con se stessa, sarà come una risurrezione, fonte di allegria e felicità.

Metafore della nuova condizione è la promessa che “lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto”. Anche la natura, con il cambio stravolgente e radicale del suo stato, offre un’immagine della grandezza dell’evento: “scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso sorgenti d’acqua”.

Dio rinnova la promessa riguardo al futuro e al destino del popolo, sperando di ricevere dallo stesso la determinazione riguardo alla fedeltà all’alleanza, dopo le tristi vicende in cui si era coinvolto. Per il popolo è una nuova opportunità per ricominciare partendo dalle esigenze dell’alleanza e, conseguentemente, riscattare gli autentici valori che sostengono il rispetto e la dignità della persona, soprattutto i poveri, gli esclusi, i marginalizzati dal convivio solidale, responsabile e fraterno.

In tal modo, compiendo il diritto e la giustizia, il popolo manifesta la sua appartenenza al Dio liberatore, al Dio dell’alleanza, e si sente motivato nel portare a termine la missione di essere luce e segno per tutte le nazioni, affinché si sentano chiamate ad assumere anch'esse lo stesso stile di vita.

Impiantando nella società il diritto e la giustizia, nel compiere la sua missione universale, in modo da costituire le basi per un mondo più umano, fraterno, solidale e responsabile, realizzando così il significato delle metafore, il popolo rende il dovuto culto a Dio e manifesta la sua appartenenza al Dio della vita.

È abbastanza nota l’affermazione di S. Ireneo – teologo del secondo secolo – “La gloria di Dio è la vita degli uomini, e la vita degli uomini è lodare Dio” -. La santità, la trascendenza, la grandezza, il fascino e il coinvolgimento in Dio si manifesta nella pratica del valori dell’alleanza e nella loro consolidazione nella missione rivolta a tutti i popoli, poiché tutto ciò è il cammino nella vita verso orizzonti sempre più coinvolgenti, profondi e soddisfacenti.

Allo stesso tempo è il modo adeguato di lodare Dio, ossia ritornare a Dio il dono di cui ci ha fatto partecipi nel trasmettere e coinvolgere altre persone dello stesso dono, nella stessa dinamica che, ben compresa, è una spirale in continua espansione, che non finisce mai. È costituirsi come pietre vive della costruzione del regno.

Il seguito non fu soddisfacente, e Dio gioca la sua ultima carta inviando il Figlio. Anche il riscontro non fu quello atteso, come testimonia la seconda lettura.

 

2a lettura (Gc 2,1-5)

“La vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali”. Giacomo esorta i membri della comunità, soprattutto i dirigenti, a considerare come la fede in Gesù Cristo, motivo per cui i credenti si costituiscono e associano come comunità, non è compatibile, anzi contraddittoria e inaccettabile con qualsiasi forma di preferenza o discriminazione.

Oggi tale norma è più che evidente e ovvia per il buon senso e dal punto di vista umano della giustizia. Tuttavia, è molto disattesa. I motivi sono molteplici: vincoli familiari, affinità, scambio di favori, eccetera. Molte persone si sentono umiliate, defraudate, private di un diritto, di un merito oggettivamente inalienabile. Pochi, che hanno il compito di gestire il processo di discernimento e delle scelte conseguenti, sanno gestire e mantenere la corretta equidistanza e applicare il criterio della pari opportunità.

Per non cadere nell’errore occorre una forte identificazione/comunione con la persona di Gesù Cristo, sostenuta dall’esperienza degli effetti della sua morte e risurrezione per percepirsi come nuova creatura. Ciò permette di assumere lo stesso atteggiamento di Gesù quando, attorniato da molta gente, fu avvertito della presenza della madre che lo stava cercando, ed egli rispose: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli (…) chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre” (Mc 3, 34-35). È una risposta sconcertante per la sensibilità umana, comprensibile solo dal punto di vista escatologico, che ben mostra la condizione di equità che va oltre ogni sentimento affettivo e familiare.

La pratica della comune dignità e pari opportunità è riconoscere gli effetti della redenzione operata da Gesù Cristo a nostro favore. È guardare ogni persona con lo sguardo di Dio e vincere la tentazione del favoritismo e della discriminazione. Tale comportamento è particolarmente incisivo e ammirato in chi possiede un patrimonio etico nel quale si specchia il valore dell’onestà e della rettitudine.

Per altri è il contrario, ossia, manifestazione di ingenuità, di stare fuori dalla realtà del mondo per non approfittare del vantaggio, anche perché l’esperienza sostiene la convinzione che molti altri agirebbero nello stesso modo e, non approfittarne, è semplicemente passare il vantaggio ad altri.

L’apostolo sostiene la sua esortazione argomentando che Dio “ha scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del regno, promesso a quelli che lo amano”. Si riferisce a quelle persone credenti che hanno fatto della loro povertà una scelta di vita. Non si tratta semplicemente di poveri dal punto di vista sociale, morale – emarginati, esclusi, discriminati – o economico, ma coloro che, trovandosi in tale condizione, hanno accolto l’insegnamento, la persona di Gesù e l’effetto rinnovatore e trasformante di se stessi per profonda fiducia. Essi si sono sentiti partecipi del regno che irrompe in loro in virtù dell’amore di Dio, mediato dal Maestro e dal suo modo di essere e predicare.

Come risposta, essi ritornano a Dio l’amore che li ha trasformati, facendo della loro povertà il quadro di fondo per coinvolgere nell’amore le persone cui si dirigono, sul modello di ciò che Gesù ha realizzato in loro, volendo suscitare la stessa loro fede in Lui.

La loro speranza è sostenuta e motivata dal coinvolgimento e fascino del regno di Dio; di conseguenza dovrebbe essere bandito fra loro ogni favoritismo e discriminazione. La pratica e il vissuto nel regno è tutt’altra cosa rispetto a quello che si gestisce con criteri comuni, semplicemente circoscritti nell’ambito del pensiero individuale intriso di egocentrismo chiuso su se stesso e sulle proprie convenienze.

Di fatto, la dimensione sociale-comunitaria della fede non è presa in dovuta considerazione. La formazione socio religiosa è notoriamente individualista, perché la persona si preoccupa della propria salvezza, e tende a sviluppare le proprie capacità avendo come centro di gravità se stessa.

La preoccupazione sociale, comunitaria e mondiale è lasciata a persone ritenute idonee e capaci, o di buona volontà. Molti si tirano indietro quando sono invitati a prestare un servizio e assumere una responsabilità nella comunità. Essi diventano come sordi e muti all’invito. Hanno bisogno del “tocco” della Parola, come racconta il vangelo.

 

Vangelo (Mc 7,31-37)

 

Non si racconta un fatto di cronaca, un episodio fra l’altro strampalato, ma si proclama un messaggio di fede. È un itinerario inverosimile, sconclusionato. Infatti Gesù, “uscito dalla regione di Tiro” (Tiro è al sud), “passando per Sidòne”, quindi Gesù sale su al nord a Sidòne, ma poi dice “venne verso il mare di Galilea”, quindi torna giù, “in pieno territorio della Decàpoli”. Un itinerario completamente inverosimile, sconclusionato.

Il racconto indica l’azione di Gesù con i popoli pagani, perché il suo messaggio d’amore è universale, diretto a tutti. Esso simboleggia anche la condizione religiosa di gran parte dell’umanità a cui Dio vuole offrire, in Gesù, la sua parola di salvezza. Si rivolge a un’umanità divenuta spiritualmente sorda e muta, ma anche a quella che tale parola ha udita, ma per qualche ragione si è chiusa all’ascolto di essa.

“Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano”. Il gesto di imporre la mano indica trasmettere certo un’energia vitale, ma anche far sentire la vicinanza, un contatto somatico che rivela sollecitudine, cura.

 

“Lo prese in disparte, lontano dalla folla” per prendere distanze, allontanarsi, da una realtà che impedisce l’ascolto dell’evangelo e il riconoscimento della volontà di Dio. Gesù prende in consegna il sordomuto (indica la sua premura per lui; in un certo modo lo strappa dall’anonimato e dalla solitudine in cui si trova e gli rivela un’attenzione alla sua persona che è la condizione per un’esperienza di salvezza).

“gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua”. Gesù usa gesti e segni che risultano laboriosi, ma che espri­mono bene la sua volontà di reintegrare lo sventurato nella pienezza della vita. Le dita sono poste addirittura negli orecchi, quasi a perforarli. Le dita rimandano al simbolismo biblico del “dito di Dio”, che designa la sua potenza.

L’altro gesto è quello di porre della saliva sulla lingua del muto. Nell’antichità, alla saliva si attribuiva un potere sanante, e dal punto di vista dell’ambiente culturale dell’epoca non stupisce affatto il ricorso di Gesù alla saliva; inoltre era considerata come alito condensato, immagine dello Spirito.

“gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo”: il cielo è la comunione con Dio. Gesù leva lo sguardo al cielo quale preghiera rivolta al Padre; è consapevole che la guarigione del sordomuto richiede una forza speciale, che non può venire dall’uomo.

La preghiera di Gesù e il suo sospiro sono muti, quasi a dire che Gesù si è caricato personalmente della mutezza di quest’uomo pagano e, implicitamente, di quella dell’intera umanità. Il suo so­spiro appare essere il gemito compas­sionevole di fronte al dolore e al male presente nell’umanità.

In esso si riconosce il sentimento di compassione di Gesù verso quest'infermo, e il suo dolore di fronte alla chiusura dell’umano alla verità di Dio; ma anche un desiderio profondo di che, come per questo sordomuto, ogni uomo si apra all’annuncio del Regno che egli porta.

“e gli disse «Effatà, cioè «Apriti!»”. L’invito di Gesù non riguarda soltanto le orecchie, ma riguarda tutto l’individuo che deve uscire dalla chiusura. Si tratta non semplicemente di aprire, ma di spalancare, ossia aprire completamente. Perciò la guarigione del sordomuto è acquistare udito e parola ma, in realtà, è un aprirsi al mistero di Dio che opera nella sua vita una nuova creazione.

“E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente”. Ecco il Gesù che libera l’uomo dalle sue schiavitù e lo apre all’esperienza dell’amore di Dio.

Poi “comandò loro di non dirlo a nessuno”; è quello che gli studiosi chiamano “segreto messianico”. Due possono essere i motivi di questa raccomandazione: la necessità di impedire un fraintendimento della missione del Messia, quale fosse quella di un taumaturgo e, allo stesso tempo, non favorire una visione della fede basata solo sull’esaudimento di desideri umani, più che sulla loro purificazione.

“Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano, e pieni di stupore dicevano: ‘Ha fatto bene ogni cosa: ‘fa udire i sordi e fa parlare i muti»”. L’evangelista adopera gli stessi termini che, nel Libro del Genesi, indicano l’azione del Creatore, che, per ogni cosa che crea dice: “Ha fatto bella ogni cosa”, “Vide che era cosa buona”. Quindi in Gesù si prolunga l’azione creatrice nel dare pienezza di vita agli uomini.

 

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