Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Agosto: 2019
L M M G V S D
« Lug    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728293031  

Login

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 2,18-24)

 

“Non è bene che l’uomo sia solo”. Dio desidera il meglio per l’opera compiuta con le sue mani, e il rimanere solo non raggiunge l’obiettivo della vita piena, della gioia dell’esistenza, da lui stabilito. Perciò la decisione: “voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”, altrimenti rimane un soggetto isolato.

La solitudine è parte integrante della realtà umana e condizione per realizzare la comunione con altri soggetti. Solitudine e comunione sono due lati della stessa moneta: essa è necessaria per la vera e consistente comunione, così come quest’ultima esige l’accettazione e la corretta gestione della solitudine.

Dio vuole completare la carenza che l’individualità contiene in se stessa e, dopo aver creato gli animali e gli uccelli – essere viventi – “li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato degli esseri viventi quello doveva essere il suo nome”. Conferisce, insomma, all’uomo superiorità e potere su di loro. Secondo la cultura di allora, conoscere il nome era condizione per dominare e disporre del soggetto conosciuto secondo i propri criteri e volontà, perché costituiva la base di conoscenza dell’essere profondo e della sua realtà creaturale.

Con tale azione Dio rende cosciente l’uomo sull’impossibilità di raggiunge l’obiettivo, perché “l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse”. Ne consegue un principio fondamentale per il corretto vivere umano: dominare e possedere non è quello di cui l’uomo ha bisogno per uscire dall’isolamento e integrare armoniosamente solitudine e comunione nel farsi dell’esistenza.

Fra l’altro, il possesso segna profondamente l’essere umano. Per molti diventa l’elemento principale della ricerca del senso del proprio vivere. Esso si esprime nell’esercizio del potere, che diventa una forma di dominio impressionante sulle persone e fa di esse come degli strumenti, o peggio delle cose, di cui disporre per scopi altrimenti irraggiungibili.

Sorge la domanda: che tipo di rapporto si instaura fra chi possiede e l’altro che non ha nulla e ha bisogno di lui per vivere? Il dislivello è tale da rendere impossibile il rapporto di complementarietà. Quel che si instaura è la dipendenza, la sottomissione e l’esporsi al dominio e a ogni tipo di ingiustizia, di violenza e sopruso.

L’antidoto al desiderio di possesso è il non perdere di vista la caratteristica di dono della vita e le corrette mediazioni per fare di essa un’esistenza soddisfacente. Tale aspetto è così poco preso in considerazione, e facilmente lasciato da parte, anche per l’affanno d’incontrare sicurezze in quello che il possedere offre, per tenerlo gelosamente solo per sé, costi quel che costi.

Dio procede su un altro piano e crea un essere di pari dignità. All’uomo “gli tolse una delle costole (…) e formò con la costola (…) una donna e la condusse all’uomo”, ma non per dargli il nome e dominare su di lei, ma per fargli riconoscere quell’aiuto di cui ha bisogno. Non si tratta di una copia carbone, ma di un soggetto diverso e, allo stesso tempo, con un’affinità molto grande, al punto che l’uomo esclama con entusiasmo: “Questa volta è ossa delle mie ossa, carne della mia carne”.

L’uomo dovrà porre attenzione a non farne oggetto di possesso perché sarebbe svuotare simultaneamente la dignità della donna e la propria. I due sono dono di Dio, e dono uno per l’altro. Mantenersi nel dono è rimanere in Dio.

La crescente purezza del dono, che libera gradualmente dalla bramosia del possesso e dalle sue nefaste conseguenze, rende sempre più evidente la qualità del rapporto. In altre parole, emerge nella purezza della trasparenza la presenza di Dio, come la filigrana del francobollo posto in controluce che suggella l’autenticità, e pienezza di vita del rapporto. Nel momento in cui prevale il dominio o il possesso scompare la trasparenza, e il corretto rapporto è insostenibile.

La realtà del dono sostiene il passo seguente: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”.

Il dono che sta di fronte, e corrisponde, è più forte dell’affetto profondo verso i genitori. Questi ultimi sono posti in secondo piano, non rinunciando all’attenzione che meritano nel bisogno. Il dono per mantenersi tale e per crescere in efficacia deve essere trasmesso.

Così l’uomo e la donna realizzano un’unione molto singolare ed unica, che consente loro di sentirsi come una sola realtà, pur nella diversità soggettiva. In effetti l’unione non sopprime la diversità né cancella la solitudine.

Sarà la pratica del permanente dono reciproco nella libertà e gratuità, ovvero la dinamica dell’amore, che si estenderà ai figli e, come una spirale in costante espansione, abbraccerà tutta l’umanità, percependosi come parte viva di essa e motivo di solidarietà e attenzione responsabile.

La dinamica propria del dono è partecipazione della realtà di Dio, dono per eccellenza all’umanità. Essa ha la sua manifestazione singolare nella persona di Gesù Cristo, come testimonia la seconda lettura.

 

2a lettura (Eb 2,9-11)

 

Il testo presenta Gesù come una persona comune. Riprendendo il salmo 8 – “fu fatto di poco inferiore agli angeli” – evidenzia la sua condizione umana: in lui ogni essere umano trova il fratello e il compagno di viaggio.

Ebbene, l’autore afferma che ora “lo vediamo coronato di gloria e di onore”; un’esistenza pienamente realizzata, partecipe della gloria senza fine e onorata per aver introdotto la vita umana di tutti nella comunione trinitaria. Il motivo è “la morte che ha sofferto”, dovuta alla fedeltà alla causa del regno, ritenuta cammino di verità e vita fino alla consegna di se stesso.

Ciò è letto come grazia, dono di Dio che “provasse la morte a vantaggio di tutti”. Non si tratta della morte in se stessa, ma della manifestazione, tenace e ferma, dell’amore per la causa del regno che neanche la prospettiva della morte è riuscita a smuovere o sminuire e che, in quanto rappresentate di tutti gli uomini di ogni tempo, ha marcato la redenzione e rigenerazione di chi crederà nel cammino da lui tracciato.

Cosicché, dopo matura riflessione sull’evento Gesù Cristo, l’apostolo ne sintetizza l’importanza e la profondità con un’affermazione di grande respiro: “Conveniva, infatti, che Dio (…) rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza”. Quello che, in un primo momento sembrava assurdo per lo sconcerto e lo scandalo, ora viene percepito come conveniente. Un rovesciamento di centottanta gradi!

“Conveniva”, perché Dio si manifesta realmente come è attraverso l’azione appropriata che “conduce molti figli alla gloria”. La gloria è la manifestazione della santità di Dio che coinvolge nella comunione con sé tutti gli uomini, in modo che partecipino della dinamica della carità insegnata e vissuta dal Figlio, affinché abbiano vita in abbondanza e consolidino il vissuto fra loro come manifestazione dell’avvento del regno di Dio. La gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo è lodare Dio per l’essere fatti partecipi di essa, come afferma una bellissima espressione di S. Ireneo.

Il popolo infedele all’alleanza deviò dal cammino e si auto-condannò. La fedeltà di Dio, motivata dall’amore tenace e persistente nel compimento della promessa, valutò conveniente che “rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza”. “Conveniva” – ossia era opportuno, certo e giusto – per la salvezza dell’umanità che il Figlio, la cui incarnazione dava inizio al processo di salvezza, consegnasse se stesso “per mezzo delle sofferenze” generate dal ripudio.

Non si tratta di mera e inutile sofferenza, come se fosse il necessario castigo riparatore, ma della grandezza e profondità dell’amore che, insegnando il cammino di salvezza, non poteva rinnegarlo o deviarlo per compiacere ai destinatari; anzi, per amore agli stessi, era doveroso rimanere saldo e fermo in esso, a qualunque costo, anche quello della vita.

Non si tratta neanche di orgoglio di chi non vuol cedere, ma di consapevolezza di aver coscienza di rappresentare nella sua persona tutta l’umanità per cui, resistendo fino alla fine, stava riscattando dal falso cammino e dalla sfiducia nei suoi confronti chi lo condannava. Paradossalmente, la sua morte diventava giustificazione davanti al Padre per costoro e tutti quelli che crederanno in lui. L’umanità, davanti a Dio è oggettivamente redenta; soggettivante lo è per la fede nel Figlio, nella causa del regno e la pratica della carità.

L’elemento propriamente salvifico non è la sofferenza ma l’amore puro, disinteressato, – senza seconde intenzioni di nessun genere – giacché lascia completamente liberi i destinatari – l’umanità – di accoglierlo o no.

L’aspetto conveniente è determinato anche dal fatto che, con l’evento “colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli”. Dal punto di vista umano, come può chiamare fratelli gli stessi che l’hanno crocefisso? Farlo è esporsi all’ironia, se non a considerazioni peggiori. Nonostante ciò, essi sono visti nell’ambito Trinitario come giusti, non per i loro meriti ovviamente, ma resi tali gratuitamente.

Perciò “la stessa origine” è derivata dall’amore. Dio è amore, ossia la stessa realtà che giustifica addirittura chi l’ha crocefisso nella persona di Gesù. Il punto di osservazione è in Dio stesso, quello che lui è e trasmette all’umanità, come dono di se stesso: l’amore nella forma più elevata. È l’ottica nella quale leggere il vangelo.

 

Vangelo (Mc 10,2-16)

 

I farisei, per mettere alla prova Gesù, formulano alcune domande in merito al divorzio: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. Il Maestro ne indica il motivo: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma”. Perché il loro cuore si è indurito? Cos’è che fa sì che il cuore umano diventi di pietra? La causa è il non ascoltare, nel senso di non riflettere, meditare e approfondire l’insegnamento e la volontà del Signore e assumere un comportamento adeguato e responsabile in ordine all’avvento del Regno di Dio.

Conseguentemente, la persona gravita attorno a se stessa e diventa autoreferenziale; pone come asse della propria vita il riferimento alle proprie idee, conoscenze, emozioni e comprensioni, che costituiscono come un recinto inespugnabile. In un certo senso, si chiude su se stessa, diventa come sorda e disinteressata alla voce del Signore e ai suoi precetti, nella misura in cui non entrano nelle proprie attese o schemi di comprensione. Ecco, allora, formarsi il cuore di pietra, insensibile e impenetrabile.

A questa risposta Gesù aggiunge che “dall’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina”, affinché entrino nel processo vitale sostenuto e motivato dalla dinamica che Gesù sta insegnando e praticando, in modo da spezzare il recinto autoreferenziale individuale, familiare e sociale e, gradualmente, raggiungere la pienezza e abbondanza di vita che costituiscono il proprio della salvezza e il motivo della sua discesa dal cielo. Una rottura più che necessaria per la fecondità dell’esistenza, nel senso di generare altri maschi o femmine chiamate a diventare persone a pieno titolo nel dono di sé per la causa del Regno, nella pratica della carità.

La creazione dell’uomo e della donna è finalizzata all’attualizzazione della dinamica della vita in Dio, così che la loro felicità aumenti anche quella di Dio – non intaccando la “natura primordiale” ovviamente, ma quella “conseguente”, per la quale Dio è coinvolto nello sviluppo della realtà umana, la percepisce e l’assume nel modo che gli è proprio.

In questo sfondo il rapporto fra uomo e donna rivela la presenza di Dio, che sostiene e afferma l’autenticità e la verità del loro rapporto. Pertanto, la portata dell’affermazione – “Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” – non riguarda semplicemente quello che si stabilisce nel momento cultuale del matrimonio. Esso è solo l’inizio; l’unione si stabilisce per un processo del loro camminare con Dio che, partendo dal “non sono più due, ma una sola carne”, va crescendo nella purificazione, integrando sentimenti, desiderio di autenticità nella diversità, volontà di contribuire positivamente nella verità di se stessi, di trasmettere serenità, fiducia e rispetto non solo a familiari e amici, ma a ogni persona e all’umanità della quale si sentono parte viva e integrante.

Questo processo non si può cancellare né distruggere, perché è in se stesso indissolubile, eterno nel tempo e senso ultimo dell’esistere. L’indissolubilità non è imposizione di una legge esterna alla persona, ma raccoglie il punto alto e vero del cuore dell’uomo e della donna che si pongono uno di fronte all’altro, rapportandosi con passione, sincerità e fascino nella fiducia ed entusiasmo reciproco, per un cammino verso un futuro di speranza per se stessi e per la società.

A nessuno sfuggono le difficoltà attuali del rapporto matrimoniale e le cause sono molteplici. Importante è coltivare i topici che sostengono il cammino indicato da Gesù, che prende lo spunto dalla presenza dei bambini per far risaltare come i loro atteggiamenti sono condizione per ricevere il regno di Dio: “a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio”.

Allora il rapporto fra gli sposi rivelerà il dono del regno di Dio, lo scoprire e il suo sorgere nei loro rapporti con se stessi, con gli altri, con la società, con l’umanità e con la creazione, se conserveranno gli stessi atteggiamenti di fiducia, trasparenza e semplicità. Per avere un’idea basti vedere il comportamento di due o tre bambini in tenera età giocare fra loro. La vita è anche un gioco che va svolto con precise caratteristiche, altrimenti si rende impossibile per un cuore indifferente o, peggio, indurito.

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento