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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (Ap 7,2-4.9-14)

II giudizio di Dio è imminente, e a quattro angeli “era stato concesso di devastare la terra e il mare”. Ma dall’oriente – da dove sorge il sole, la luce di Dio – “un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente” gridò di non procedere “finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio”. Il sigillo è segno e riconoscimento dell’autenticità di coloro che agirono correttamente come servi del Signore.

Tutti costoro compirono le esigenze dell’Alleanza e furono testimoni fedeli alla causa del regno. Il sigillo certifica, fra altro, la loro appartenenza al Signore della Vita, dal quale tutto procede e tutto tende, per l’evento ultimo e definitivo alla fine dei tempi.

Essi sono 144.000, un numero simbolico (12x12x1000) che, nel linguaggio biblico, significa tutti. In effetti, il destinatario della rivelazione afferma che vide “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”. La salvezza è dono per tutti: in diversi modi e per svariati cammini, in sintonia con la cultura, nazione, razza e religione, l’effetto della morte e risurrezione di Gesù Cristo raggiunge coloro che fanno dei propri corpi “un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm12,1) nella pratica della carità verso tutti e, particolarmente, i più bisognosi, per una società più umana nel diritto, nella giustizia e nel rispetto del creato.

Il brano si riferisce al punto finale della storia, con il “ritorno” del Risorto, come Gesù aveva promesso prima di tornare al Padre. È un testo escatologico – riguarda l’ultimo e definitivo dell’intervento di Dio nella storia, sull’umanità e sulla creazione -, comunemente inteso come fine del mondo, nel quale Dio si manifesterà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello”, in segno di rispetto e attenzione, "E gridavano a gran voce: ‘La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello’", manifestando, in tal modo, con grande determinazione, fermezza e convinzione, che la salvezza, della quale sono stati resi partecipi, ha il suo fine e inizio nel Padre, per mezzo dell’Agnello che ha consegnato se stesso per la causa del regno. Essa appartiene a Loro, e pertanto è un dono gratuito, ma non un possesso del quale poter disporre a piacimento.

Questa salvezza, come realtà donata e vissuta nell’osservanza delle beatitudini, testimoniata e trasmessa in modo disinteressato e gratuito – come è stato per il dono – così da coinvolgere altri nella stessa dinamica, consolida e immerge sempre più il credente nell’inesauribile e incommensurabile mistero di Dio.

È la realtà nella quale partecipano angeli, anziani, i quattro essere viventi che si prostrano e adorano – tutti i redenti e partecipi della gloria – proclamando: “Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen”. È l’apoteosi dell’umanità e della creazione, coinvolti nella realtà escatologica – ultima e definitiva – alla fine dei tempi.

Ebbene, tutti i componenti della grande moltitudine erano “avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani”. Con un po’ di retorica, uno degli anziani si rivolge a Giovanni chiedendo chi sono e da dove vengono, al che risponde: “Signore mio tu lo sai”. E lui afferma "Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello”.

È evidente la motivazione ad incoraggiare e sostenere la fiducia nella causa del regno in coloro che, sottoposti a prove, difficoltà di ogni tipo e, non ultimo, a persecuzione psicologica, morale e fisica fino al rischio della stessa esistenza fisica, sono tentati di abbandonare e desistere dalla causa o deviare dalle corrette esigenze. In altre parole, sono rimasti fedeli causa e, logicamente, agli insegnamenti e pratica del maestro.

È tracciato il cammino nella santità. Essa (la santità) è fondata sul non perdere la fiducia in se stessi in quanto consapevoli di essere destinatari del costante aiuto – il dono – degli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo, diventato “spirito datore di vita” (1Cor 15,45), nelle prove più imprevedibili e ardue, nella propria vulnerabilità, fragilità, e nelle eventuali cadute o deviazioni.

La santità, insomma, consiste nel non perdere la fiducia nella promessa, memori che il mistero pasquale è sempre a disposizione per lavare “la propria veste nel sangue dell’Agnello”, attualizzando la rigenerazione, risollevandosi e continuando, con maggiore umiltà, il cammino nell’avvento del regno. Prima di essere un fattore etico, essa è inizio di inserzione nel mistero del dono che coinvolge tutta la persona, ossia non è altro che immersione fiduciosa nell’amore di Dio, cui fa riferimento la seconda lettura.

 

2a lettura (1Gv 3,1-3)

L’affermazione centrale è notevole perché indica la condizione e l’effetto per raggiungere la meta, impossibile per la sola condizione umana: “Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro”. Essa è diretta a ogni persona destinataria della salvezza offerta da Dio. Ovviamente non riguarda solo essa, ma la comunità familiare, sociale e l’umanità intera.

Il brano pone l’attenzione sulla persona che nel suo animo coltiva la “speranza in lui”. Essa è sostenuta, e si alimenta, attraverso due considerazioni, introdotte dal termine affettuoso di “Carissimi”.

La prima riguarda la condizione di figli di Dio; con enfasi e determinazione afferma: “lo siamo realmente!”, come per rassicurare che così è, ben oltre ogni immaginazione ed attesa umana.

Ciò sorprende e lascia in un certo modo sconcertati, ma tutto si ricompone considerandone la causa: “quale grande amore ci ha dato il Padre", il processo per il quale si diventa tali – l’evento Gesù Cristo – e l’azione dello Spirito Santo. La condizione di figlio ha le sue origini “dall’alto”, pertanto non è recepita fuori da tale ambito – ambiente e luogo della conoscenza di Dio -.

La realtà umana, lasciata semplicemente a se stessa, e divenendo per propria scelta autoreferenziale, costituisce ciò che l’autore chiama “mondo”. Di conseguenza, “questo mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui”; e ciò non deve suscitare sorpresa, avversione e, meno ancora, rifiuto.

Peraltro la realtà umana, creata da Dio, è intrisa della presenza e azione dello Spirito; lo stesso Spirito presente in chi indaga, con sincerità e umiltà, il mistero della vita stessa. Ciò offre al credente la conoscenza di dinamiche e intrecci che costituiscono dei “segni dei tempi” in ordine all’avvento del Regno. Questi, assunti ed elaborati nell’ambito della conoscenza di Dio, immergono nella comunione con il mistero della vita che, per il credente, è asseribile alla realtà trinitaria.

Per il non credente è, allo stesso modo, motivo di soddisfazione, di affinamento di criteri etici e di conoscenza dell’ambiguità insita nella natura. In questo senso, credente e non credente, procedendo rigorosamente in binari paralleli, convergono nella monorotaia del treno al alta velocità della storia. Se poi l’etica diventa l’orizzonte di discernimento per sostenere e ampliare le condizioni della dignità della singola persona, del farsi sociale nella giustizia, nel diritto e nella cura del creato quale giardino dell’umanità, ecco realizzarsi la comunione di credente e non credente nell’ordine del Regno di Dio, del principio carità.

Ecco, allora, il configurarsi delle condizioni del “purifica se stesso, come egli è puro”, in un processo che non finisce mai, come la spirale che si espande all’infinito, giacché la purezza di lui trascende ogni possibile traguardo umano.

La seconda considerazione riguarda la meta della conoscenza di se stessi e del mistero di Dio. In quanto a se stessi cosa vuol dire realmente, e in senso pieno, essere figli di Dio è sconosciuto; infatti, “noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato”. Al riguardo, Paolo afferma che “allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto” (1Cor 15, 12). Questo scarto sostiene e motiva la tensione verso la meta della conoscenza di se stessi nel momento in cui Dio rivelerà cos’è l’essere figli.

Ciò sostiene la certezza intuitiva: “Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è”, in virtù dell’ “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv15,12), che è quello che rende “simili a lui” e nel quale si manifesta “come egli è”.

Tutto ciò conforma l’orizzonte della “speranza in lui”, ossia la tensione insita nel “già e non ancora”. La griglia di verifica della validità del processo di crescita e della bontà di ciò che si acquisisce sono le beatitudini, proclamate nel testo del vangelo.

 

Vangelo (Mt 5,1-12)

Gesù insegna alle folle che aspettano l’avvento del Messia e, attorniato dai discepoli, “Si mise a parlare e insegnava ” riguardo al regno di Dio, motivo della sua missione. Spiega le caratteristiche del regno, il processo di crescita e di espansione, gli ostacoli e le difficoltà da superare, così come le condizioni per accoglierlo e partecipare di esso.

È nota la grande sorpresa, sconvolgimento e incomprensione di tutti riguardo a quello che la teologia e la pratica religiosa avevano consolidato come corretta manifestazione e realizzazione del regno, al punto da suscitare reazioni e accuse di ogni tipo nei suoi riguardi.

Con le beatitudini, in un certo senso, si può dire che Gesù “inverte ogni punto di riferimento”.

Per ogni beatitudine spiega il “perché” essa costituisca il rovesciamento o la novità rispetto al consuetudinario, e si complimenta con quelli che le accolgono, giacché al termine “beati” si può sostituire il termine “complimenti”, perché di questo realmente si tratta.

Risalta a colpo d’occhio il “perché”, seguito dal verbo al presente per tre beatitudini, e dal futuro le altre. In tal modo Gesù evidenzia come il dono del regno è “già”per ora, per adesso, per il presente e, allo stesso tempo, è anche il dono futuro, ossia il “non ancora” dell’evento finale e definitivo alla fine dei tempi.

Cosicché vengono stabiliti due fattori di somma importanza da non perdere di vista: lo stretto legame e la tensione inseparabile tra presente e futuro, tra il “già e il non ancora”, e il preciso dinamismo dell’esistenza che porta alla pienezza di vita; dirà Gesù: “io sono venuto perché abbiate vita e l’abbiate in abbondanza” (Gv 10,10).

Un altro aspetto è che le beatitudini sono indicazioni di quello che Gesù sta vivendo, o meglio, delle sue scelte, sentimenti e comportamento. Evidentemente, come potrebbe insegnare e chiedere alle folle e ai discepoli quello che non fa parte del suo mondo, della sua vita, del suo cammino e vissuto, come uomo che liberamente si svuota della condizione divina (Fil 2,7) e, allo stesso tempo, essere “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2)?

Legare indissolubilmente presente e futuro, in ordine alla vita in abbondanza. è entrare nel senso profondo dell’essenza e dell’esistenza dell’essere umano. E lo fa in modo che nel presente, in ogni attimo, è possibile percepire la dimensione di eternità, e crescere nella speranza che nel futuro, oltre la morte, niente del presente più vero e autentico vissuto nell’amore sarà perso anzi, al contrario, raggiungerà livelli impensabili.

Infatti le tre beatitudini riguardo ai poveri di spirito, ai perseguitati per la giustizia, ai destinatari degli insulti, menzogne e persecuzioni per la causa del regno (3.10-11) sono segnali di partecipazione del regno dei cieli già ora, nel presente: “perché di essi è il regno dei cieli (…) Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.

Perciò i cieli non corrispondono alla realtà geografica extraterrestre, a un altro mondo, ma a questo stesso mondo, trasformato e rigenerato dalla carità a livello individuale e sociale, i cui topici di verifica sono le beatitudini. Il processo avrà il suo momento conclusivo con il “ritorno” del Risorto.

Le beatitudini costituiscono un blocco unico e non sono separabili, come il compiere solo una o più di esse, perché provengono dalla stessa sorgente dell’amore di Dio nei nostri riguardi; e sono la griglia per verificare il corretto procedere in ordine al Regno, ossia, alla salvezza sociale e individuale. Per esempio, un soggetto non può avere un cuore puro e non avere fame e sete di giustizia individuale e sociale.

L’esortazione finale, “Rallegratevi ed esultate”, indica che le tre beatitudini al presente, nonostante propongano il senso di svuotamento, svilimento e perdita, aprono il cuore e la mente alla percezione della “potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16), ossia della risurrezione e della vita eterna che ha sostenuto il martirio di Gesù sulla croce.

 

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