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di Padre Luigi Consonni

 

“LASCIA CHE I MORTI SEPPELLISCANO I LORO MORTI, TU INVECE VÀ E ANNUNCIA IL REGNO DI DIO”(LC 9,60)

– La dinamica che conduce dalla disgrazia alla grazia: il processo di conversione per la causa del Regno –

 

LA DISGRAZIA: GLI EFFETTI DEL PECCATO PERSONALE

a) Gli effetti del peccato

San Paolo afferma: “il salario del peccato è la morte” (Rm 5,23). Non riguarda solo l’eventuale morte fisica, ma la realtà di morte che, dal punto di vista di Dio, fa della persona, perfettamente sana fisicamente, un cadavere ambulante. Essa si declina a livello

Umano: disumanità, indifferenza, insensibilità, disinteresse per tutto ciò che non la riguarda direttamente o indirettamente.

Psicologico: vuoto interiore, senso di illusione, noia, apatia, superficialità, chiusura egocentrica, ecc.

Morale: violenza, corruzione, arroganza, prepotenza, rapporti interpersonali strumentalizzati solo per perseguire propri fini egoistici , infedeltà alla parola data, ecc.

Sociale: discriminazione etnica, disprezzo delle altre culture, violazione dei diritti umani, appoggio a strutture e organizzazioni anti etiche (che generano il peccato strutturale e la sua dinamica ricorsiva (la circolarità causa-effetto), ecc.

Ecologico: danni irreparabili al creato, irresponsabilità riguardo al giardino che Dio ha affidato alla cura degli uomini, minando la qualità di vita.

Spirituale. Lo spirito della persona è come narcotizzato: non vede l’azione dello Spirito – la misericordia di Dio – che rigenera chi è nella condizione di “morte”(peccato contro lo Spirito).

b) Caratteri del peccato

L’asse portante è costituito dal non accogliere il dono – la grazia – del regno di Dio offerto dalla vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Esso è per la persona, la società e la creazione. È sempre un dono, mai possesso del destinatario. Trascurare questo aspetto ci porta a dimenticare che l'unico santo è Lui ed è Lui la fonte di ogni santità; il profeta Geremia ci mette in guardia contro tale pericolo con le seguenti parole: "Ecco io ti chiamo in giudizio perché hai detto 'non ho peccato'" (Ger 2,35).

Il dono del Regno è costituito da tre aspetti intimamente connessi: il perdono dei peccati, il ristabilimento della nuova ed eterna alleanza e l’immersione nella vita eterna, anticipo della risurrezione.

Essi, come paletti, demarcano l’ambito del regno, il “luogo” dove Dio regna. I tre aspetti sono paragonabili anche alle robuste gambe del tavolo che sostengono la mensa.

Ebbene, quando per superficialità, disinteresse, trascuratezza, insufficiente presa di coscienza, o anche per le molteplici prove e difficoltà della vita, per la seduzione di altri cammini o per coltivare un rapporto meramente opportunista e strumentale, viene meno la fiducia riguardo a una o a tutte e tre le gambe del tavolo, la mensa cede, la persona viene meno, si allontana dal regno di Dio e lo abbandona.

Il cadere della mensa, o l’uscire dall’ambito del regno, indurisce il cuore e la conseguenza di ciò porta al compimento degli atti peccaminosi, i tipi di morte che abbiamo precedentemente enunciato.

Pertanto dirà il salmista: “contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto” (Sl 51,6), per aver sfiduciato il dono e, con esso, Dio.

 

LA GRAZIA: “DOVE ABBONDÒ IL PECCATO, SOVRABBONDÒ LA GRAZIA” (Rm 5,20b)

La grazia che la Chiesa amministra è costantemente disponibile e fa sì che la Buona Notizia del Vangelo diventi Buona Realtà rigenerando e reintegrando nel Regno la persona, la comunità. L’“assegno” che reintegra è già firmato e disponibile: si tratta solo di prenderlo e incassarlo.

a) Lo “stendere la mano” – accoglierlo – è sostenuto e motivato dalla fede.

A tale riguardo è necessario tenere“ fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento(Eb 12,2a). La sua Parola suscita la fiducia nell’allungare la mano e farlo proprio. I sacramenti, soprattutto la Messa, sono il momento privilegiato perché attualizzano gli effetti della sua morte e risurrezione. Per usare una metafora, essa rinnova costantemente "l’assegno" di cui abbiamo parlato.

Nel vissuto di ogni giorno, tutto dipende dal tipo di fede cui ognuno fa riferimento.

Se la fede è in Gesù che fa miracoli, allora lo si cerca nel momento del bisogno; se la fede è in Gesù giudice, allora si rispettano i comandamenti per timore del castigo; se la fede è seguirlo e comportarsi bene per avere un ritorno gratificante, sicurezza e tranquillità, allora è mero scambio di favori.

Tuttavia, nessuno di questi tre aspetti rispecchia la fede che Gesù si attende, perché non comprende l’adeguata risposta della persona alla gratuità dell’amore che la rende partecipe al dono del regno.

La fede che Gesù si aspetta è quella che cambia radicalmente la percezione di se stessi, pur rimanendo intatta la coscienza dei propri limiti e delle proprie fragilità. Perciò il cammino spirituale è come quello di un pendolo che oscilla da un opposto all’altro: un momento nel regno e nell’altro fuori di esso, sul versante opposto. Non so se è possibile in questa vita evitare l’oscillazione, ma certamente il rimanere il più a lungo possibile, e prevalentemente, dal lato del regno, è il fine del costante processo di conversione.

Pertanto, la conversione non si esaurisce e completa in un momento specifico, ma accompagna tutta la vita. Essa riguarda una nuova percezione della realtà di Dio, dopo la crisi che ha messo in discussione quello in cui si credeva e si aspettava da lui a causa di eventi imprevisti, attese deluse, silenzi inspiegabili, e per le mutevoli condizioni di vita personale e sociale. Allo stesso tempo, è ridare a Dio quella fiducia che introduce di nuovo nel regno. La Messa è un momento privilegiato del ritorno.

Griglia di discernimento e prova della bontà di tale processo è il comportamento in sintonia con i comandamenti e le beatitudini del vangelo (Mt 5,1-12).

b) Incassare il dono perché porti frutto è restituire il dono a Dio, impegnandosi e assumendo la causa del Regno, cosicché il dono stesso cresca e si consolidi.

La missione di ogni credente, della Comunità – la Chiesa -, è l’avvento del Regno a favore della realtà sociale più umana, fraterna e responsabile. In dialogo con la complessità del mondo contemporaneo essa impone l’attenzione ai “segni dei tempi” in esso presenti. Accoglierli e interpretarli alla luce degli effetti del mistero pasquale – del dono -, fa della persona, e della Chiesa, sale, fermento e luce del “nuovo cielo e della nuova terra(Ap 21,1), rispettando le diversità etniche, culturali e religiose, nell’orizzonte dell’ “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato(Gv 15,12) ed è compiere la volontà del Padre per la salvezza di tutti (1Tm 2,4).

Rebbio, 29-10-2015

 

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