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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Re 17,10-16)

L’introduzione al testo sta nei versetti precedenti in cui sta scritto che “Fu rivolta a lui – Elia – la parola del Signore: ‘Alzati va a Serepta di Sidone; ecco io là ho dato ordine a una vedova di sostenerti” (8-9). L’azione, pertanto, si svolge in accordo con la volontà di Dio. Non è, in primo termine, desiderio né determinazione della volontà o del sentimento umano del profeta.

Mosso dalla fiducia nella parola, Elia non teme di chiedere alla vedova quello che umanamente nessuno oserebbe, se avesse un poco di buon senso: “Prendimi un po’ d’acqua (…) anche un pezzo di pane” perché, riguardo al pane, il poco che aveva era tutto ciò che possedeva.

Per risposta, la donna gli manifesta la sua condizione di estrema povertà: ho “solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio (…) per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo”. Elia le disse:”Non temere” per il desiderio di trasmettere serenità e controllo emotivo provocato dallo sconcerto per una richiesta di tale portata e per aver percepito lo stato d’animo e la preoccupazione della vedova, non solo per se stessa ma anche per il figlio.

Il profeta ripete la richiesta: “Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela”, affinché la vedova manifesti la fiducia nella sua parola in quanto uomo di Dio. Allo stesso tempo la rassicura riguardo al volere del Signore: “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà pioggia sulla faccia della terra”, dato che si era in tempo di grande penuria e carestia dovuta alla siccità.

“Quella andò e fece come aveva detto Elia”. Non si sa con quali sentimenti abbia agito, se con fiducia piena o dubbiosa, se con rassegnazione o serena certezza, se con un certo scoraggiamento o viva speranza. In ogni caso, la vedova deve aver percepito autenticità e verità nelle parole e nella proposta del profeta, al punto da vincere comprensibili ed eventuali resistenze.

Con il senno di poi, si può attribuire alla presenza e forza dello Spirito Santo la comprensione e la determinazione di accogliere le parole di Elia, assieme alla coscienza che a Dio nulla è impossibile.

Di fatto, la vedova constatò la verità e l’efficacia della promessa; infatti “La farina della giara non venne meno, e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia”. Dio agisce simultaneamente nella vedova e in Elia, e genera sintonia in virtù della quale convergono nell’accettazione reciproca: da un lato il comando di fare e dall’altro la fiducia nell’eseguire.

Ci sono momenti nella vita di ognuno in cui la sintonia va oltre la semplice volontà individuale, perché aperta attraverso una mediazione – nel caso specifico il profeta Elia ma nel vissuto sono molteplici i casi – all’auto comunicazione di Dio. Dal punto di vista umano questi momenti sfuggono ad ogni controllo e determinazione previa da parte dei destinatari, quando questi ultimi si lasciano coinvolgere dalla misteriosa presenza e forza della verità e della giustizia che lo Spirito imprime nell’intimo, e alla quale è quasi impossibile sottrarsi.

D’altro lato, lo stimolo di camminare in sintonia, è attivato dall’umiltà e dalla supplica fiduciosa. Ogni persona è costituzionalmente capacitata a comprendere, assumere e agire in conformità al procedere e alla dinamica che essa propone. È come se la persona prendesse coscienza del proprio DNA, nella certezza di orientare la propria esistenza alla realizzazione personale e a un futuro soddisfacente per se stessa e la collettività.

Elia e la vedova costatano l'accadimento “secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia”.

Avevano creduto nella parola e nella promessa del Signore, sfidando con coraggio la logica e il criterio umano che spingevano in direzione opposta, e la vedova fu premiata. L’impossibile dal punto di vista umano è diventato realtà.

Lo stupore e la meraviglia avranno riempito il cuore dei due, con profondo senso di gratitudine al Signore. Lo stesso dovrebbe succedere in ogni cristiano, considerando quello che fece Gesù Cristo, una volta per sempre, a favore di tutti, come insegna la seconda lettura.

 

2a lettura (Eb 9,24-28)

L’affermazione centrale del testo è che “Cristo è entrato (…) nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore”. L’amore, che ha motivato e sostenuto la missione per la salvezza della persona e dell’umanità, gli ha conferito la determinazione, la forza d’animo, per mantenersi fermo e solido nelle avversità, fiducioso nel Padre per lo Spirito, nonostante il rigetto delle autorità e del popolo fino all’estremo della croce.

Con ciò ha preso possesso della risurrezione, perché l’amore che dà senso alla vita di qua, è la risurrezione nell'al di là, dopo la morte. Ciò che unisce il qua con il là è l’amore; è entrare nella gloria del cielo – quella parte della creazione già redenta e in piena comunione con Dio – il vero e definitivo santuario di Dio, prefigurato nel tempio di Gerusalemme, “fatto da mani d’uomo".

Gesù, d’ora in poi è Gesù Cristo, l’uomo, il salvatore, reso tale dall’amore, dallo Spirito Santo e dalla volontà del Padre. Egli, con la sua umanità divinizzata, siede alla destra del Padre, nella pienezza della vita “al cospetto di Dio in nostro favore”.

Lo stare al cospetto di Dio non è tanto per la sua condizione divina, quasi fosse un diritto – non era necessario, lo stava già prima dell’incarnazione -, né semplicemente per il merito di aver obbedito al Padre e di essere rimasto fedele alla sua volontà fino all’ultimo, ma per l’amore sostenuto e motivato dalla dedicazione alla causa del regno, al punto da vivere come è vissuto e di aver consegnato se stesso, affermando con tenacia e determinazione la verità e la vita insita nel cammino che stava insegnando.

Egli sta “in nostro favore”, per rappresentare nella sua persona l’umanità redenta dal peccato. Il processo di redenzione parte dal fatto che Gesù “non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore (…)” (2Cor 5,21a.b). Il primo favore è caricarsi sulle spalle la maledizione del peccato; man mano che svolgeva la missione il peccato – la sfiducia e il rigetto – si faceva sempre più evidente e drammatico, fino a raggiungere il massimo sulla croce.

È noto che il peccato produce l’allontanamento da Dio, al punto da perderlo di vista e sentirsi abbandonato (“perché mi hai abbandonato”(Mc 15,34)); questa invocazione sostiene nelle autorità e nel popolo la convinzione che il crocefisso è maledetto da Dio, come stabilito dal Deuteronomio 21,23: “Maledetto chi è appeso al legno". In tal modo diventa “lui stesso maledizione per noi” (Gal3,13), carica su di sé la maledizione che tocca a noi.

Nonostante tale condizione e prove varie, in Gesù non viene mai meno la fiducia nel Padre riguardo alla finalità della missione e alla promessa nei suoi riguardi – “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46) e “È compiuto! E,chinato il capo consegnò lo spirito” (Gv 19,30) -. Ecco, allora, il secondo e definitivo favore: “(…) poiché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2Cor 5,21c), ossia la redenzione e la giustificazione, oggettivamente per l’umanità, soggettivamente in chi, per la fede, lo accetta come rappresentante davanti al Padre e accoglie gli effetti della sua consegna .

Perciò “Ora”, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso". In lui si compie quello che sarebbe successo in tutti e nell’umanità se avessero obbedito allo spirito della Legge e posta fiducia nella promessa del Padre riguardo al farsi del Regno. Poiché il popolo fu ben lontano da tutto ciò, Gesù, come rappresentante, fece in modo che quello che successe in lui fosse anche in loro. Anticipò in tutti la vita eterna, rendendoli giusti davanti al Padre.

Lui è la Parola feconda che genera salvezza; è la Buona Notizia che diviene Buona Realtà. I sacramenti sono espressione della fede nell’efficacia della Parola in quanto attualizzano gli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo nel rappresentato, il quale percepisce la nuova condizione di figlio nel Figlio.

Quando in Lui si compie l’evento di salvezza, egli “compare al cospetto di Dio” e il tempo acquista una nuova realtà. Diventa “pienezza dei tempi” e introduce nel tempo cronologico gli effetti di quell’evento in modo tale che, ogni momento, può essere vissuto come esperienza di salvezza da tutto ciò che degrada la vita.

In altre parole, il tempo cronologico guadagna la pienezza di vita, l’eternità entra nel tempo cronologico senza sopprimerlo ne diminuirlo. Non c’è contrapposizione, come normalmente si crede, fra l’eterno e lo scorrere del tempo.

L’evento della Pasqua è “una sola volta” per tutte. In esso Gesù Cristo “è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso”, e la celebrazione dei sacramenti è l’attualizzazione degli effetti di tale evento. Gesù non muore e risorge in ogni messa, ma per lo Spirito Santo fa presente gli effetti dell’evento; è come se succedesse in quel momento.

L’azione "in nostro favore” è anticipo del regno di Dio, ultimo e definitivo, e sostiene la speranza di parteciparvi pienamente quando "Cristo (…) apparirà una seconda volta, senza relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza”, e consegnerà il regno al Padre perché Dio sia “tutto in tutti” (1 Cor 15,28).

Cristo apparirà “senza relazione con il peccato” perché l’ha vinto, e con esso ha distrutto la morte. Con lui e in lui, saranno immersi nella salvezza definitiva quelli che si mantennero fuori dal peccato, non in virtù di capacità o meriti propri, ma per la fede nel “favore” costantemente concesso dalla misericordia di Dio, come risposta alla debolezza umana. Fra l’altro, Il “favore” sostiene e motiva l’attesa della seconda venuta di Cristo e il compimento finale della promessa di Dio.

Gli effetti del “favore” si manifestano nella condotta di ogni momento, come indicato dal vangelo.

 

Vangelo (Mc 12,38-44)

Gesù si rivolge alla folla, allertandola dal pericolo dell’insegnamento degli scribi: “Guardatevi dagli scribi”. Questi sono i dottori della Legge, ai quali era riconosciuta autorità e competenza per interpretare e spiegare il senso e l’esigenza della Legge applicata nella circostanza specifica. Farisei e sadducei si avvalevano dei loro scribi per dirimere questioni controverse.

Gesù, dicendo di loro che “riceveranno una condanna severa”, lascia la folla che lo ascoltava sconcertata e disorientata. Il quadro che fa degli scribi è quello di persone che approfittano della Legge e della loro autorità per interessi personali: “amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti sulle piazze, avere i primi posti (…). Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere”.

La legge – segno dell’Alleanza di Dio con il suo popolo, stabilita nel Sinai – è finalizzata alla pratica del diritto e della giustizia, per mantenere e crescere ulteriormente nella liberazione dalla schiavitù del male e del peccato che Dio ha realizzato a loro favore con l’uscita dall’Egitto. In tal modo Dio si fa presente e il popolo lo percepisce come Signore della vita, in ogni persona e nella storia. Per mezzo della legge rende visibile la realtà del Regno.

È da attribuire ai maestri della Legge – gli scribi – il fatto che non hanno saputo, nelle diverse circostanze, indirizzare le scelte delle persone e della politica sociale nel verso giusto, con conseguenze disastrose riguardo a ciò che Dio si aspettava. Le durissime parole di Gesù sono anche un invito alla loro conversione, pur sapendo che sarebbero cadute nel vuoto; e non solo, avrebbero attizzando ancor più l’avversione nei suoi confronti.

Quello che succede agli scribi costituisce il pericolo di ogni istituzione sociale e religiosa, inclusa la chiesa e ogni comunità cristiana. Si tratta di una patologia sociale che si manifesta quando, in parte inconsciamente, s’identifica il fine con gli interessi del gruppo, dell’istituzione, particolarmente dei suoi dirigenti.

Gesù denuncia davanti alla folla, apertamente, il perverso comportamento e insegnamento degli scribi con grande coraggio e determinazione. Non cerca il dialogo, conversando con loro e argomentando riguardo ai loro sbagli, come sembrerebbe opportuno per il nostro buon senso; probabilmente percepisce la loro tenacia e determinazione nel rimanere sulle proprie posizioni e, certamente, a nessuno piace essere ripreso pubblicamente come ha fatto Gesù con loro.

In contrapposizione agli scribi, Gesù mostra ai discepoli l’atteggiamento silenzioso, nascosto e radicale della vedova.

Il contrasto tra ostentazione e nascondimento, fra chi ha donato “parte del loro superfluo” e la vedova che "vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere” è stridente e radicale. È in contrasto tra una fede – o supposta tale – intrisa di interessi personali e basata sulla teologia del merito e l’autenticità di essa nella totale, generosa e gratuita donazione di sé.

“Gesù chiama a sé i discepoli” per far notare un qualcosa che sarebbe sicuramente sfuggito loro. Insegna un elemento di discernimento circa l’autenticità o meno del vero discepolo per la causa del Regno di Dio, finalità della missione.

 

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