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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dn 7,13-14)

Nell’Antico Testamento la missione del re è salvare e difendere le vedove, gli orfani, gli stranieri e, in generale, le persone più vulnerabili ed esposte allo sfruttamento e alla prepotenza dei ricchi e potenti che dominano la vita sociale, economica e politica. Questi ultimi hanno fatto della terra promessa un nuovo Egitto per i primi, andando contro i termini dell’Alleanza stabilita nel Sinai e alla volontà del Dio liberatore.

Il profeta racconta la visione: “ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo”. Il cielo è quella parte della creazione in piena comunione con Dio, dove egli abita e sulla quale regna e le nubi rappresentano la presenza dello Spirito. Quindi, dal Padre e dallo Spirito ecco venire “uno simile al figlio dell’uomo”, un soggetto singolare per la provenienza e, allo stesso tempo, con caratteristiche simili all’uomo. Perciò si può affermare che l’uomo, in quanto tale, non è estraneo alla realtà di Dio anzi, al contrario, è intimamente connesso a Lui.

L’importanza di questa figura consiste nel fatto che Gesù si attribuisce il titolo di “figlio d’uomo”, senza mai presentarsi come Messia o Figlio di Dio. Tuttavia il titolo mostra il suo singolare rapporto con il Padre, come se da un lato lo tenesse per mano e dall’altro tenesse per mano l’uomo. E la “corrente” che circola nei tre è lo Spirito.

È opportuno specificare che “figlio d’uomo” non si riferisce solo a una persona singola ma anche al “popolo del santi”(Dn 7,27), giacché nel linguaggio biblico non sempre è facile distinguere fra il soggetto individuale (il capo) e quello collettivo (il popolo). Lo stesso testo specifica come “il popolo dei santi” riceve il potere dopo la prova della persecuzione (Dn 7,25).

Così, come figlio d’uomo “giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui”. È condotto dallo Spirito alla presenza della massima autorità, la cui autorevolezza è indiscussa in virtù della lunga vita ed esperienza – vegliardo – che gli conferisce dignità, prestigio e condizione di governo.

Al “figlio d’uomo”, in virtù della sua singolare condizione, è concessa la partecipazione alla vita stessa di Dio, al suo potere e autorità: “gli furono dati potere, gloria e regno”. Questi e il vegliardo sono in solida e perfetta unione; infatti i due si rapportano costantemente, mantenendo ognuno la propria specificità in ordine alla missione.

Il compimento di essa fa sì che “tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano”, giacché riconoscono l’autenticità della sua condizione divina nel costatare che “il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà distrutto”, in radicale contrasto con i poteri e regni umani che sorgono, arrivano al loro auge e poi si dissolvono.

Il contrasto è motivato dalle caratteristiche ben diverse di chi esercita il potere secondo criteri usuali e comuni di dominio, sottomissione e potere impositivo da quello che ha qualità del tutto opposte, proprio del regno di Dio, al punto che costituisce una minaccia per il primo e che, per tale motivo, ragion per cui sarà perseguitato. È quello che succede a Gesù.

Pertanto Gesù – il “figlio d’uomo” – dopo la persecuzione e la passione, si presenterà nello spazio della creazione di coloro che lo hanno seguito e sofferto per la fedeltà alla causa del regno, che hanno fatto propria, nella pienezza dello Spirito del Risorto – Gesù Cristo -, investito di potere eterno che non avrà mai fine e del regno che non verrà mai distrutto.

Le caratteriste del potere, esercitato nell’orizzonte del regno di Dio, sono il riflesso e la manifestazione dell’amore trinitario e, come tale, è il capovolgimento al quale fa riferimento Gesù rivolgendosi ai discepoli: “Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere primo tra di voi, sarà vostro schiavo” (Mt 20, 25-26).

Il destino del “figlio d’uomo” è quello di ogni persona che si santifica nella pratica dell’amore. L’amore non finirà mai: è una spirale in continua espansione e rigenerazione e tutto ciò che è costruito in – e – con esso mai andrà distrutto.

È lo sfondo della seconda lettura.

 

2a lettura (Ap 1,5-8)

 

A Gesù Cristo “la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen”. Egli è costituito nella gloria di Dio – la Trinità – e in lui risiede il potere e l’autorevolezza per condurre la persona e l’umanità nell’ambito del regno. Egli è glorificato per sempre. L’amen è la professione di fede del credente coinvolto e sconvolto dalla missione da lui compiuta da "testimone fedele”.

Tre aspetti configurano la gloria di Dio in Lui, come manifestazione della santità di Dio nella sua persona, nell’insegnamento riguardo al regno di Dio e, particolarmente, nei suoi atteggiamenti e opere (gloria e santità sono le due facce della moneta dell’amore).

– La santità di Dio è l’amore che si manifesta in Gesù “che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue”. La magnanimità e la profondità dell’amore è evidente in lui che, non essendo peccatore, ha preso su di sé la realtà e le conseguenze del peccato del popolo – dell’umanità – e che in nome della fedeltà a Dio lo rigetta nel modo più radicale e violento: mantenendosi fedele alla causa del regno e consegnando la propria vita, rende vana la forza e il potere del peccato.

Egli, rappresenta la persona e l’umanità dominata e soggetta al peccato; con la missione compiuta agli occhi di Dio, oggettivamente, libera dal peccato e, allo stesso tempo, riscatta nella comunione con il Padre, per lo Spirito, l’umanità intera, inclusi gli stessi che lo stavano rigettando.

Da parte delle persone, soggettivamente, l’effetto di tale dono è percepito solo per la fede, per la fiducia nella sua persona e per quello che ha fatto. Cosicché, trasformati interiormente nel profondo dell’essere e rigenerati a nuova vita, per tutti si apre una nuova visione di se stessi e la sintonia con nuovi orizzonti di fraternità e responsabilità riguardo agli altri, all’intera umanità. In altre parole emerge in essi la realtà del regno di Dio. Il Signore regna in loro, su di loro e con loro agisce a favore dell’umanità, per la consolidazione ed espansione del suo regno. Questa dinamica li rende coscienti “che ha fatto di noi un regno”.

– La santità di Dio, integrandoli nel regno li ha fatti “sacerdoti per il suo Dio e Padre". Il sacerdote comune del Nuovo Testamento offre se stesso, quello che è e fa, per la causa del regno, nella lotta tenace e determinata nelle avversità. Come lo è stato per Gesù, incontrerà incomprensione, persecuzione e anche rigetto, presumibilmente anche la morte fisica.

La santità di Dio raggiunge il punto alto nella glorificazione alla quale associa in Cristo – “testimonio fedele” – anche il credente, in modo che tributino “a lui – al Padre – la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen”, riconoscendolo come il Signore del regno.

Si tratta del regno della vita eterna nel quale “Gesù Cristo è (…) il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra". Gesù, per aver amato come Dio ama, è risuscitato e in Lui la gloria si manifesta come trionfo della vita sulla morte. Lo stesso amore che ha motivato e sostenuto la sua missione è l’amore di Dio che risuscita dalla morte.

Pertanto, può affermare di se stesso: “Io sono l’Alfa e l’Omega, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!”, l’onnipotenza dell’ Amore. In virtù di esso manifesta il suo potere non tanto nei miracoli, nei gesti spettacolari o nel governo che, assicurando pane e feste, sottomette e deresponsabilizza i sudditi, toglie loro la libertà e responsabilità nei rapporti interpersonali e sul creato, ma, al contrario, li coinvolge nella dinamica dell’amore che è Dio stesso.

– Infine, il terzo aspetto della santità di Dio si manifesterà pienamente alla fine dei tempi quando “Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui le tribù della terra si batteranno il petto. Sì, Amen!”.

L’umanità, la storia, la creazione arrivati al punto finale sono introdotte nell’autorivelazione della santità e gloria di Dio, finora avvolte nel mistero; allora raggrupperà gli oppositori e tutti i popoli nell’atto di adorazione: “Sì,Amen!”. D’altro lato, è certo che tali aspetti erano già attivi ed efficaci in chi si disponeva ad accoglierli in questa vita.

La condizione di Re in Cristo si rivela nell’orizzonte della causa del regno di Dio e, paradossalmente, ha come determinante la passione e, come trono regale, la croce, come afferma il vangelo.

 

Vangelo (Gv 18, 33b-37)

 

Il contesto in cui si svolge questo dialogo è la passione. Gesù, già condannato a morte dalle autorità del popolo, è alla presenza di Pilato per la convalida e l’esecuzione della sentenza. Questi non è interessato alle questioni religiose e di fede del popolo. Due punti sono importante per il governo romano: la sottomissione e le tasse e, pertanto, ogni intento di ribellione, magari seguendo qualcuno che si attribuisce il titolo di re, è immediatamente represso con la crocifissione.

Ecco, allora, la domanda di Pilato: “Sei tu il re dei Giudei?”. Quel che segue evidenzia che la domanda viene posta perché è stata suggerita dalle autorità del popolo. Pilato chiede ancora: “Che cosa hai fatto?”, con l'intento di verificare se le pretese e il comportamento di Gesù corrispondono a un’auto-affermazione regale.

Gesù risponde: “Il mio regno non è di questo mondo (…) non è di quaggiù”, affermando che la sua è una regalità ben diversa da quella che Pilato pretende di verificare. A sostegno di ciò afferma, opportunamente: “… se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei”, in modo da rassicurare Pilato che non c’è in ballo nessuna forza militare che possa far fronte al potere romano.

Pilato ritorna alla carica per vederci più chiaro, perché non è in condizione di capire la portata della risposta e quindi definire, con sufficiente chiarezza, di chi è il regno, di cosa si tratta, in che senso possa definirsi tale, dove si trova e le eventuali conseguenze per il potere romano. Quindi, domanda ancora: “Dunque tu sei re?”.

Molto abilmente Gesù risponde: “Tu lo dici: io sono re”. Afferma la sua condizione di re sulle parole di Pilato e, allo stesso tempo, trova il modo di non rimanere intrappolato nell’orizzonte interpretativo di Pilato, che giustificherebbe la condanna a morte. Non lo fa per semplice abilità politica, o per un furbo gioco di parole, ma per spostare la conversazione su un altro piano, che manifesta pienamente e autenticamente il senso, la consistenza e il perché della sua missione: la testimonianza della verità.

Pertanto, immediatamente aggiunge: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità”. Egli si trova in quelle condizioni di prigioniero perseguitato proprio per causa della verità, per causa del regno di Dio, ben diverso, ovviamente, da quello che Pilato pensava ma che, una volta instaurato, avrebbe coinvolto e stravolto tutto e tutti.

Gesù lega la sua condizione di re non al potere e al dominio sulle persone e sul territorio, valendosi della forza impositiva e militare, ma all’esercizio della verità, indissolubilmente legata alla pratica del diritto e della giustizia che riscatta le persone e la società dalla palude nella quale stanno affondando.

Inoltre si premura di aggiungere: “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”; ossia vincola in modo costitutivo la verità sull’autenticità e profondità del suo essere persona, perché da essa sgorga e procede. Pilato non ha capacità e cognizione per comprendere la portata di tale affermazione, che sembra diretta non solo a lui ma a tutto il genere umano che ha la facoltà di ascoltare.

Ascoltare la sua voce è rendersi conto e sintonizzare con il fine della sua missione – il regno di Dio e, in esso, la vita in abbondanza, oggi e nell’ultimo e definitivo alla fine dei tempi – e coinvolgersi nello Suo stile di vita individuale e sociale, assumendo i criteri di discernimento per la causa del regno di Dio. In tal modo sarà progressiva l’immersione nel mistero di Dio e, in esso, la percezione della verità, che nella dimensione storica diventa la pratica dell’amore, o più esplicitamente, della carità.

 

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